DIARIO POLITICO / 10

Italia ferma e maggioranza nervosa per Meloni anche il test di Venezia diventa decisivo

25 Mag 2026 di Barbara Fiammeri

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La fotografia scattata dall’Istat non è certo un fulmine a ciel sereno. Che fossimo tornati il fanalino d’Europa quanto a crescita era arcinoto così come il peso maggiore dell’inflazione, peraltro già prima dei bombardamenti su Teheran decisi da Trump e Netanyahu. E non è una sorpresa pure il dato demografico, che certifica un ulteriore calo delle nascite in Italia (circa 355mila) nel 2025 facendo scendere il tasso di fecondità a 1,14 figli per donna, tant’è che Giorgia Meloni fin dal suo insediamento aveva marcato il tema inserendolo tra le priorità dell’esecutivo .

Il punto però è propio questo: dopo quattro anni di governo la situazione non è migliorata e neppure rimasta stabile bensì peggiorata. E questo perché al di là delle dichiarazioni roboanti e di qualche bonus qua e là non è stato fatto nulla. Nulla di strutturale. Lo stesso può dirsi sul fronte della competitività, dell’energia. Imprese e famiglie italiane pagano più di ogni altro in Europa. Meloni si era impegnata a ridurre il costo. Così non è stato. E l’unica strategia è stata quella di chiedere a Bruxelles lo sforamento del rapporto deficit/Pil finalizzato peraltro a finanziare altri bonus: debito per comprare tempo.

Si parla di nucleare, che però se va bene sarà utilizzabile tra un decennio mentre continuiamo a consumare gas e a non investire sulle rinnovabili neppure favorendo i privati, in particolare le aziende, sul fronte burocratico e cioè accelerando l’iter autorizzativo e l’allaccio alla rete.

In queste condizioni parlare di competitività è una provocazione. Per non parlare poi della politica industriale, di fatto non pervenuta. Un quadro decisamente poco lusinghiero per il governo, di cui c’è consapevolezza a Palazzo Chigi, anche se la macchina della comunicazione prova a mascherarlo. Ed è esattamente questo scarto tra propaganda e realtà ad alimentare il nervosismo crescente nella maggioranza. La surreale vicenda della risoluzione poi ritirata, in cui pezzi della coalizione arrivavano a mettere in discussione l’impegno Nato sul 5% della spesa militare assunto dalla stessa Meloni, ha mostrato plasticamente la confusione interna. Matteo Salvini poi ha rincarato la dose evocando apertamente la possibilità di elezioni anticipate, costringendo la premier a intervenire per farlo rettificare. Non servono retroscenisti o dietrologie: basta osservare la cronaca politica. Quando una maggioranza comincia a parlare ogni giorno della propria durata (e si impegna sulle nuove regole del voto) significa che la fiducia reciproca si sta consumando.

Un contributo per fare chiarezza può offrirlo già il voto amministrativo di questi giorni. In particolare i riflettori sono puntati sul risultato di Venezia: se dopo 10 anni di governo il centrodestra dovesse perdere la guida della Serenissima il timore che questo ultimo anno di legislatura si trasformi per Meloni in una sorta di fatica di Sisifo diventa sempre più realistico. Rispetto al mito greco, però, per la leader di Fdi non sarà infinito: il voto di fine legislatura ne celebrerà – in un senso o nell’altro – la fine.

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