PROGETTO CORALE / 47

Il masterplan è il vestito sartoriale di un processo che ha bisogno di metodo e competenze. Guardare a Usa e Canada

08 Lug 2026 di Maria Cristina Fregni

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Eravamo in tanti, una settimana fa, a Roma per la seconda DIAC Conference, a discutere di Masterplan e Rigenerazione Urbana. E’ stato un pomeriggio denso, in cui politici, giuristi, economisti e tecnici si sono confrontati sull’opportunità dell’uso di uno strumento come il Masterplan per il supporto ai processi rigenerativi.

Trascorsa una settimana e metabolizzati gli esiti, possiamo dire che, in buona sostanza, tutti i presenti ravvisano la mancanza di uno strumento che aiuti a gestire il passaggio tra la pianificazione e il progetto edilizio, qualcosa che permetta di stabilire le invarianti qualitative e strutturali della trasformazione, supporti nella condivisione degli scenari anche con stakeholders non tecnici, consenta di guidare il progetto senza imbrigliarlo.

Altrettanto, si può dire che quasi tutti siano d’accordo nell’immaginare uno strumento ad uso volontario, riconosciuto ma non conformativo, dal carattere variabile e adattabile alle esigenze dei vari contesti.

Forse non tutti sono d’accordo nel chiamarlo “masterplan”, forse non tutti lo concepiscono con contenuti e dettagli analoghi, ma certo l’interesse è alto, soprattutto da parte di chi, come amministratore o responsabile di un Ente, ha la frustrazione di vedere la difficoltà del tenere insieme in modo sinergico e coerente le tante possibilità che si affacciamo sul mondo delle trasformazioni urbane.

Se dunque la conferenza ha colto nel segno, toccando un tasto dolente ed urgente per chi segue il mondo della Rigenerazione, quello che però adesso si potrebbe e dovrebbe fare è dare una veste concreta al “masterplan”, passando dalla teorica necessità di uno strumento alla codifica dei suoi potenziali contenuti e delle sue forme espressive.

Chi è intervenuto a Roma una settimana fa di esperienze concrete ne ha già avute, si pensi ai Comuni di Roma, Palermo e Piacenza e all’Agenzia del Demanio. Eppure, andando a guardare nel merito, si tratta di prodotti a volte molto diversi tra loro, tutti molto interessanti per taluni aspetti ma forse nessuno davvero “completo” per il carico di aspettative riversate sullo strumento nel corso della conferenza appena passata. Naturalmente è una situazione comprensibile, essendo lo strumento non codificato e anche scarsamente utilizzato nel nostro paese. E forse proprio per questo, con buona pace di chi non appezza il riferimento lessicale e non solo al mondo anglosassone, è proprio guardando ai Masterplan prodotti all’estero che si può smuovere la riflessione e capire se anche qui da noi siamo pronti ad un utilizzo efficace di questo strumento.

Sì, perché il masterplan, in quanto appunto “strumento”, è il braccio operativo di un modo specifico di approcciare la trasformazione, è espressione di un metodo di lavoro e ha valore in quanto tale e non come prodotto in sé. Come tutti gli strumenti, può rendere possibile l’attuazione di un modo di lavorare, che però deve esserci come base di tutto. Senza un modo ricco, innovativo e multidisciplinare di guardare alle trasformazioni urbane, infatti, non c’è strumento che da solo possa supplire.

Se guardiamo alle esperienze canadesi e americane, per esempio, il tipo di approccio emerge molto chiaramente sin dalle premesse del masterplan: ogni trasformazione è infatti concepita come un processo multisfaccettato, che abbraccia molteplici campi disciplinari, fisici e immateriali, che si estende in un arco temporale di medio-lungo periodo e che, soprattutto, vede nel masterplan uno strumento di lavoro interno ai vari soggetti coinvolti nella trasformazione, prima ancora che un “prodotto” finito da pubblicare o condividere.

E’ il caso, per esempio, del Canada e, soprattutto, del suo ente Parc Canada, che gestisce attraverso i masterplan 48 parchi, molti dei quali concepiti come opportunità di rigenerazione di città e territori. In questi casi il masterplan è essenzialmente un grande contenitore, in cui le prefigurazioni delle trasformazioni fisiche sono un aspetto, fortemente consequenziale, o almeno interrelato, ad azioni di carattere socio-economico, culturale e identitario.

Ciò che colpisce maggiormente di questi strumenti è la logica dello sviluppo e dell’implementazione dello strumento stesso: in cima a tutto il processo ci sono i drivers, ovvero la definizione dei valori che quel territorio esprime e che il masterplan vuole preservare e valorizzare attraverso una vision, a sua volta articolata in obiettivi e principi-guida. Da questa sequenza di passaggi derivano dunque le strategie e le linee guida, all’interno delle quali individuare una scala di priorità e una serie di progetti dimostrativi, per i quali attivarsi per una veloce attuazione.

Obiettivi e strategie sono legati da una coerenza interna sempre posta in evidenza attraverso azioni di verifica e monitoraggio, priorità e progetti dimostrativi si legano a finanziamenti e azioni di Partenariato pubblico-privato, ogni passaggio è segnato da una condivisione continua con gli stakeholders, definiti già nella fase di identificazione dei valori e sempre aggiornati, coinvolti e condivisi con l’audience generale. Ogni passaggio di questa logica ha i propri elaborati: mappe, diagrammi, schede descrittive, report di azioni immateriali ed eventi, quadri finanziari. La comunicazione è uno strumento-chiave, che affianca il masterplan dal primo momento come accompagnatore proattivo dell’azione del piano. La gestione delle trasformazioni è studiata da subito attraverso un Management Plan, che va ad identificare attori, ruoli, responsabilità, indicatori delle performance, obiettivi con relative scadenze. Nessuna trasformazione viene lasciata a se stessa, dal concepimento fino al funzionamento a regime. Gli “uffici” pubblici di coordinamento di un masterplan sono sempre multisettoriali, con uno staff creato ad hoc attingendo dalle discipline maggiormente rilevanti per l’area in questione, in dialogo continuo con tutti gli altri player della trasformazione.

Se invece ci spostiamo un po’ più a sud, in area statunitense, vediamo che spesso il masterplan diventa lo strumento principe dell’interazione pubblico-privato, una sorta di cornice per definire in modo trasparente e strutturato il chi-fa-cosa-quando, con una forte evidenza sempre del beneficio pubblico delle azioni previste, anche laddove non agiscano necessariamente su sede o immobili pubblici. Dei casi statunitensi colpisce in modo particolare la cura della fasizzazione degli interventi, che va ben oltre il cronoprogramma di attuazione delle opere. Sempre in un’ottica multidisciplinare, ogni fase è definita intrecciando azioni immateriali e trasformazioni fisiche, con l’obiettivo che ogni step abbia senso in sé e possa avere efficacia anche qualora non si dovesse passare alla fase successiva. Altro tema estremamente approfondito nei masterplan a stelle e strisce è quello del monitoraggio. Se n’è parlato tanto anche a Roma la scorsa settimana, ma il monitoraggio americano incluso negli elaborati di masterplan non è tanto relativo ai risultati delle trasformazioni previste dal piano, quanto piuttosto allo sviluppo e alla attuazione del masterplan stesso. Le “metrics for success” sono dunque una delle componenti del Masterplan, che assegnano per ogni fase di sviluppo e di implementazione del piano stesso una serie di parametri e indici che devono essere verificati, come auto-diagnosi della correttezza del processo che si sta seguendo.

Infine, dei masterplan statunitensi colpisce il dettaglio della fase finanziaria. Proprio perché strumento di dialogo tra pubblico e privato, il masterplan ha spesso una componente economico-finanziaria di rilievo, calata fase per fase e intervento per intervento, con sistemi di check periodico della sostenibilità del processo. Non parliamo di computi metrici, quadri economici o altri strumenti affini al nostro codice degli Appalti, ma di veri e propri flussi di cassa, rendicontazioni dei finanziamenti, valorizzazioni delle aree e degli immobili. Questa parte è solitamente affidata al privato come sviluppo della componente, ma con una trasparenza e un monitoraggio da parte del pubblico che accompagna l’iter in tutta la sua durata.

Bastano questi esempi per capire subito che il masterplan dei contesti anglosassoni non solo non è un planivolumetrico con qualche freccia, tanti alberi e alcune schede di dettaglio, ma è proprio uno strumento di lavoro e interscambio ricco, strutturato e in continua evoluzione, che richiede una cabina di regia, solitamente pubblica, altrettanto ricca di competenze e responsabilità e una componente privata disposta ad esporsi e a investire sulla base di un metodo e di obiettivi certi e condivisi, ma attraverso un percorso dinamico e progressivo.

Il masterplan è dunque lo strumento della Rigenerazione Urbana, come ci si chiedeva a Roma una settimana fa? Lo è, sì: è il vestito sartoriale del processo rigenerativo, e richiede tempo, metodo e competenze.

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