DIARIO POLITICO / 15
IL GRANDE AZZARDO DI MELONI SULLA LEGGE ELETTORALE: CAMBIARE LE REGOLE E RISCHIARE DI PERDERE LA PARTITA CONSEGNANDO IL PAESE ALL’INSTABILITÀ
Le leggi elettorali in Italia hanno una caratteristica: fanno perdere chi le ha proposte. Da trent’anni chiunque abbia messo mano alle regole del voto (ne sono state confezionate ben quattro, caso unico a livello mondiale!) con l’idea di cucirsele addosso è finito puntualmente impallinato dalla realtà.
È assai probabile che la stessa sorte toccherebbe anche a Giorgia Meloni , se dovesse perseverare nell’intento di varare entro il prossimo autunno il cosiddetto “Stabilicum”. Questo perché il “Piano” è sempre stato partorito senza tener conto delle variabili che via via si inseriscono.
Quando fu votato il Mattarellum (agosto del ‘93) non c’era ancora stata la discesa in campo di Silvio Berlusconi che poco dopo spazzò via la gioiosa macchina da guerra di Achille Occhetto.
Ventitré anni più tardi il Rosatellum dovette fare i conti con l’irruzione di Beppe Grillo e del M5s.
E nel 2022 è stata la stessa Meloni con Fratelli d’Italia a sconvolgere tutti i calcoli.
Ora il copione rischia di ripetersi. Il nuovo sistema immaginato da Palazzo Chigi assegna un premio di maggioranza alla coalizione che raggiunge il 42% dei consensi. Un progetto disegnato, però, prima che il fenomeno Roberto Vannacci diventasse qualcosa di più di una suggestione. Oggi, secondo i sondaggi, il generale viaggia già sopra il 5% e quei consensi li pesca quasi esclusivamente nel serbatoio del centrodestra. Risultato: il 42%, che sulla carta doveva garantire il secondo mandato a Meloni, rischia di trasformarsi in un miraggio.
A meno che Vannacci non venga accolto in coalizione. Ma sarebbe una medicina con effetti collaterali pesanti: significherebbe consegnare al generale un potere negoziale enorme, a danno della Lega, già spolpata nei consensi, ma anche dello stesso partito della premier che infatti è in calo.
Le difficoltà della maggioranza hanno ringalluzzito lo schieramento opposto guidato da Schlein-Conte (ancora non si capisce come verrà deciso chi alla fine si aggiudicherà la leadership del centrosinistra e non è una cosa di poco conto), a loro volta però minacciati dall’arrivo della variabile Alessandro Di Battista e del suo movimento Schierarsi pronto a sottrarre voti e a complicare ulteriormente i giochi.
Il risultato è che se nessuno raggiungerà il 42% l’assegnazione dei seggi avverrà tutta su base proporzionale e a quel punto tanto la formazione del governo che la futura elezione del successore di Sergio Mattarella sarebbe affidata alla negoziazione dei partiti, alle trattative nei corridoi, cancellando definitivamente il bipolarismo e rendendo decisivo il ruolo dei movimenti estremisti.
Un capolavoro di ingegneria politica: pensato per garantire la governabilità e destinato a produrre l’esatto contrario. Chissà che il rinvio di una settimana per l’avvio delle votazioni alla Camera dovuto alla mancata intesa sulle preferenze non sia provvidenziale a un ripensamento. In caso contrario a prendere il pallino in mano potrebbe essere il centrosinistra che è pronto la raccolta delle firme per il referendum abrogativo della nuova legge elettorale.
Un obiettivo non impossibile, nonostante sia necessario il raggiungimento del quorum del 50% +1 visto che a presentarsi alle urne lo scorso marzo sulla riforma della Giustizia furono più del 53% degli aventi diritto. E stavolta sarebbero parecchi anche nel centrodestra a sostenere la richiesta di abrogazione.
In fondo, l’attuale legge elettorale ha dato vita al più lungo governo della storia repubblicana.
Leggi gli altri articoli della rubrica "Diario Politico"