DIARIO POLITICO / 12

TASSE E NUCLEARE: LA TRAPPOLA IN CUI LA SINISTRA CONTINUA A CADERE

08 Giu 2026 di Barbara Fiammeri

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Ogni volta che la destra sembra sul punto di dover spiegare qualcosa agli italiani, la sinistra trova il modo di aiutarla. È accaduto di nuovo con la patrimoniale evocata da Elly Schlein. Bastano poche parole — patrimonio, successioni, grandi ricchezze — e il centrodestra facile facile torna a sventolare lo spauracchio del partito delle tasse mettendo così la sordina a dati che sono eloquenti e incontestabili. Non si parla più dell’aumento record della pressione fiscale che con il governo Meloni é cresciuta dal 41,4% del 2023 (primo anno interamente riconducibile all’attuale esecutivo) al 43,1 del 2025 pari a un incremento di 1,7 punti di PIL ( circa38 miliardi di euro). E ancor meno di chi paga il conto. Non si ragiona sul progressivo e ulteriore spostamento del peso fiscale verso lavoratori dipendenti e pensionati, mentre il sistema delle flat tax e dei regimi sostitutivi continua ad allargarsi. Si torna invece all’antica rappresentazione: da una parte chi vuole mettere le mani nelle tasche degli italiani, dall’altra chi li difende. Una caricatura, naturalmente. Ma una caricatura politicamente efficace…

Non a caso Giuseppe Conte si è subito smarcato. Il leader del Movimento 5 Stelle conosce bene la forza simbolica della parola patrimoniale nell’immaginario italiano. In Italia la patrimoniale non viene percepita come uno strumento di riequilibrio sociale ma come il simbolo di una sinistra che cerca risorse attraverso nuove imposte anziché attraverso una diversa distribuzione di quelle esistenti.

Eppure, il vero tema sarebbe proprio questo. Mentre il governo continua a rivendicare una politica fiscale favorevole ai contribuenti, la pressione fiscale è aumentata e il grosso del gettito continua a provenire dai soggetti che non possono sottrarsi al prelievo: lavoratori dipendenti e pensionati. L’estensione del regime forfettario e della flat tax per gli autonomi ha ulteriormente accentuato una distinzione che ormai appare strutturale.

Non si tratta di demonizzare il lavoro autonomo, ma di prendere atto che il sistema fiscale italiano assomiglia sempre meno a un sistema universale e sempre più a un mosaico di regimi differenziati, lasciando che il peso dell’Irpef ordinaria finisca inevitabilmente per concentrarsi su chi riceve una busta paga, per di più erosa anche dal fiscal drag.

Era questo il terreno sul quale l’opposizione avrebbe potuto e dovrebbe mettere in difficoltà Meloni che invece nel frattempo può rivendicare un risultato politico non irrilevante sul fronte europeo. La flessibilità ottenuta da Bruxelles per sostenere gli interventi sull’energia vale circa quattordici miliardi. È difficile immaginare che gli automobilisti ne vedano i benefici quando si fermeranno al distributore. Ma in politica conta spesso più la percezione del risultato che il risultato stesso. E oggi quel successo consente al governo di presentarsi come interlocutore credibile in Europa e di occupare la scena.

Anche qui, però, l’opposizione sembra inseguire anziché anticipare.La partita non si gioca soltanto sul prezzo del gas o sulle oscillazioni del petrolio. Si gioca sulla capacità di costruire una politica energetica europea capace di reggere la competizione con Stati Uniti, Russia e Cina. In questo scenario il tema del nucleare torna inevitabilmente al centro della discussione. Non perché rappresenti una soluzione miracolosa, ma perché molti dei principali Paesi industrializzati lo considerano uno degli strumenti necessari per garantire sicurezza energetica e autonomia strategica.

Il dibattito italiano, invece, continua spesso a muoversi tra slogan contrapposti. Da una parte chi presenta il nucleare come la risposta a ogni problema. Dall’altra chi continua a opporvi un rifiuto quasi identitario. Nel mezzo c’è la politica, che dovrebbe occuparsi di tecnologia, investimenti, filiere industriali e alleanze internazionali.

Il governo Meloni può rivendicare di aver approvato la legge delega che riapre formalmente la strada al ritorno dell’energia nucleare in Italia. Ma, almeno per ora, quella legge resta soprattutto una cornice. Mancano ancora le scelte che trasformano una cornice in una strategia: quale tecnologia adottare, quale ruolo assegnare ai piccoli reattori modulari, quali partner industriali coinvolgere, quali investimenti programmare, quali tempi prevedere e soprattutto quale collocazione dare all’Italia dentro il progetto europeo di sviluppo del nucleare di nuova generazione. La differenza tra una politica industriale e uno slogan sta tutta qui. Vale a destra come a sinistra.

Eppure, anche su questo terreno l’opposizione sembra incapace di cogliere le contraddizioni dell’avversario. Invece di chiedere conto al governo dei contenuti ancora mancanti della sua strategia energetica, preferisce spesso rifugiarsi in un generico “no al nucleare” che rassicura una parte della propria base ma lascia senza risposta la domanda decisiva: come garantire all’Italia sicurezza energetica e competitività industriale nei prossimi decenni? Domande che richiedono risposte complesse e non sempre popolari nell’immediato.

La destra per compensazione continua a utilizzare temi identitari come l’immigrazione con una forte componente simbolica. Nei prossimi mesi non è escluso che tornino al centro della scena i centri per migranti in Albania, una delle bandiere politiche più riconoscibili di questa legislatura. Ma la differenza è che il centrodestra riesce generalmente a mantenere una connessione più stretta con il sentimento del proprio elettorato. Riesce a tradurre paure, aspettative e percezioni in messaggi politicamente efficaci, anche quando le soluzioni proposte sono discutibili o parziali.

Nel campo opposto accade il contrario. L’elettorato progressista è più esigente, più frammentato, più diffidente verso le semplificazioni. È meno disposto a credere per appartenenza. Ma proprio per questo avrebbe bisogno di una proposta più robusta e più credibile. Invece continua a ricevere slogan. E quando la politica si riduce agli slogan, vince quasi sempre chi riesce a farli apparire più vicini alla realtà vissuta degli elettori. È questa, probabilmente, la vera forza della destra italiana. E la vera debolezza della sua opposizione: non l’assenza di argomenti, ma l’incapacità di imporli al centro del dibattito pubblico.

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