DIARIO POLITICO / 11
La vittoria a Venezia una boccata d’ossigeno ma per Meloni inflazione e bollette restano un incubo
La risposta ufficiale è attesa per mercoledì. Ma nessuno, a partire dalla Premier, si fa illusioni: da Bruxelles non arriverà il via libera alla flessibilità del patto di stabililità e, quindi, all’aumento del deficit per finanziare la spesa per l’energia. L’unica possibilità al momento è il dirottamento dei fondi di coesione che tuttavia non è scontato possa tradursi (anzi è altamente improbabile) in uno sconto sulle accise e comunque in un meccanismo automatico che non sia mirato.
Nel frattempo nella maggioranza e nel governo le posizioni sono diverse e non vengono più nascoste (vedi la Lega su difesa e Ucraina) mentre le Regioni – a partire da quelle del centrodestra – sono pronte a dare battaglia per l’eventuale dirottamento delle risorse comunitarie assegnategli. La penuria di fondi è da sempre il tema dominante. Molto più che occuparsi di come in prospettiva costruire una via d’uscita da questa costante emergenza. A maggior ragione ora, con l’avvicinarsi dell’appuntamento delle politiche e un’inflazione che – come ricordato nei giorni scorsi dal Governatore nelle sue Considerazioni finali – se va bene resterà attorno al 3%, ma che potrebbe anche salire fino al 6%, se la crisi in Medio Oriente dovesse prolungarsi.
Ed è questo il principale timore di Giorgia Meloni. Tant’è che dopo aver rivendicato nei mesi scorsi l’impegno dell’Italia sulla sicurezza, oggi mette nero su bianco lo scetticismo a ricorrere al prestito Safe se non accompagnato da una flessibilità per contenere a debito il costo dell’energia. Contraddizioni e ripensamenti che rendono bene l’idea delle priorità in questo momento.
Tra queste c’è anche la legge elettorale. Il nuovo testo messo a punto dalla maggioranza ha solo in parte accolto le obiezioni segnalate da quasi tutti i costituzionalisti, a partire dal premio di maggioranza che pur rivisto rende sempre probabile la possibilità di eleggere autonomamente il principale organo di garanzia costituzionale e cioè il Presidente della Repubblica.(oltre ai giudici costituzionali). Meloni vuole l’approvazione definitiva prima della manovra 2027, quindi al massimo entro settembre per non arrivare a ridosso del voto. Il recente successo a Venezia e i sondaggi che danno Fdi in recupero l’hanno convinta a spingere sull’acceleratore e a non temere la reazione dell’opposizione.
Anche perché – come dimostra proprio il voto per la guida della Serenissima – chi pensava che il successo del no al referendum sulla giustizia si trasformasse anche in un sostegno politico ha preso un evidente abbaglio.
Lo conferma il dato sull’affluenza: a votare per il sindaco di Venezia è stato meno del 56% degli aventi diritto. Due mesi prima per il referendum erano stati più del 63% a recarsi alle urne e la vittoria del No era stata netta.
Elly Schlein era così convinta del bis che si era lasciata andare a una previsione.: “Da qui mandiamo a casa Meloni”.
“A posto” è stata la replica ironica della Premier a risultato acquisito.
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