PROGETTO CORALE / 40

Le città italiane alla sfida dei Piani nazionali di ripristino della natura: gli esempi mondiali, il caso Milano e l’esperienza di Bolzano. Ma la riuscita passa da un patto culturale e umano

29 Apr 2026 di Maria Cristina Fregni

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Resilienza, adattamento climatico e lotta all’inquinamento sono temi ricorrenti in tutti i principali progetti di Rigenerazione Urbana. Così come frequente è l’inserimento di componenti “verdi” in gran quantità, almeno nei render. Abbiamo già visto un paio di settimane fa come l’inserimento della vegetazione nei tessuti urbani porti innumerevoli e chiari benefici, ma richieda di essere adeguatamente valutato, progettato, manutenuto e considerato pure sempre “parte della città”, elemento urbano, appunto. Sarà dunque interessante scoprire se questo sarà anche l’approccio con cui, nei prossimi mesi e anni, verrà sviluppato e implementato il nuovo strumento che interesserà le trasformazioni urbane di tanti Comuni: il PNR.

Niente paura, nulla a che vedere con il fratellastro con due “R”. Il PNR è il Piano Nazionale di Ripristino (PNR), ovvero lo strumento operativo che darà attuazione in Italia al Regolamento UE (2024/1991) per il ripristino della natura, a sua volta sviluppo normativo della Strategia dell’Unione europea sulla biodiversità per il 2030 

Pochi giorni fa, il 23 aprile, il MASE, con il supporto tecnico dell’Ispra, ha adottato la prima versione ufficiale del Pnr, dando quindi contestualmente il via alla consultazione pubblica, aperta a chiunque voglia fare osservazioni, chiedere chiarimenti, esprimere sostegno. La fase consultiva si estende fino al 9 giugno, poi partirà l’istruttoria delle osservazioni ricevute con l’obiettivo di arrivare all’approvazione del Piano entro settembre, rispettando quanto richiesto dall’Europa.

Allo stato attuale, applicando i criteri europei, sono 2.761, su oltre 7800 totali, i Comuni italiani obbligati ad applicare il Pnr; d’altro canto qualunque Comune può volontariamente aderire, con la consapevolezza che i piani urbanistici comunali devono comunque essere coerenti con il Piano e il Regolamento europeo per il ripristino della natura, a prescindere dalle norme urbanistiche regionali e locali.

Ma cosa è il Regolamento da cui nasce questo PNR? In estrema sintesi, il Regolamento europeo per il ripristino della natura (UE 2024/1991) è una legge vincolante dell’Unione Europea, entrato in vigore il 18 agosto 2024, che mira a salvaguardare e ripristinare la biodiversità e la salute degli ecosistemi, attraverso nuovi e stringenti obblighi per gli Stati membri. Questi dovranno predisporre appunto un Piano Nazionale per il Ripristino (NRP – National Restoration Plan) finalizzato al buono stato degli habitat terrestri, marini, urbani, forestali e agricoli che risultano degradati, da realizzare secondo precisi obiettivi e scadenze: il 30% degli habitat al 2030, il 60% al 2040 e il 90% al 2050. 

L’11 marzo 2025 il Comitato per il Ripristino della Natura, un organismo composto dai rappresentanti di tutti gli Stati membri dell’UE, ha approvato il formato uniforme per i PNR, adottato con il Regolamento di esecuzione (UE) 2025/912 il 19 maggio 2025. Tale regolamento stabilisce norme standardizzate e omogenee con cui i PNR di ogni Stato membro dovranno essere redatti.

In Italia la redazione del PNR ha coinvolto diversi attori, ovvero il MASE (Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica), con in carico il coordinamento e la supervisione generale, e il MASAF (Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste),  competente per l’attuazione del PNR, che andrà presentato e pubblicato nella sua veste definitiva entro il 1° settembre 2027

Per chi si occupa di Rigenerazione urbana, dunque, il PNR aggiunge una ulteriore sfida alle tante che già connotano questi processi: trovare un modo “urbano” per riportare la natura dentro le città, che non potranno rimanere escluse da questo cambio generale di paradigma. Sicuramente il PNR andrà ad agire in modo sensibile nei territori rurali, montani e marini, ma i tessuti urbanizzati dovranno fare la loro parte.

In diverse città del mondo sono già stati fatti tentativi che vanno in questa direzione. Basti pensare alle esperienze delle cosiddette “sponge city”, ovvero la progettazione e realizzazione di un sistema di drenaggio urbano, in grado di assorbire e trattenere l’acqua in eccesso, per poi riutilizzarla nei momenti di bisogno. Il sistema della sponge city è stato pensato per contrastare i nubifragi e le bombe d’acqua che sempre più frequentemente colpiscono il territorio, causando allagamenti e alluvioni, e si basa sulla sostituzione dei materiali impermeabili, come l’asfalto, con superfici spugnose e porose, aree di bioritenzione, trincee infiltranti e drenanti, box alberati, bacini di detenzione, zone umide, sistemi di infiltrazione profonda e serbatoi di accumulo o cisterne. 

Già nel 2003 Kongjian Yu, professore presso il College of Architecture and Landscape dell’Università di Pechino, proponeva questo approccio al governo cinese, che poi lo ha adottato come politica nazionale nel 2013.

Oltre alla Cina, diversi progetti sono stati avviati a Bangkok (Benjakitti Forest Park), Kazan, Parigi, Abu Dhabi, Città del Messico, mentre in Europa gli esempi più emblematici sono Rotterdam e la sua Climate Change Adaptation Strategy, e Copenaghen, con un programma ventennale di prevenzione delle inondazioni e gestione sostenibile delle risorse idriche, che prevede, tra le varie iniziative, un bacino per la raccolta delle piogge. Da menzionare anche Barcellona, che da anni implementa un enorme sistema sotterraneo di raccolta delle acque meteoriche, a cui si affianca un sistema di telecontrollo che prevede diverse stazioni di pompaggio, pluviometri, sensori e chiuse.

A Milano il progetto Città Metropolitana SPUGNA coinvolge  il capoluogo lombardo e i comuni limitrofi,  con 90 interventi di riqualificazione che interessano aree di proprietà pubbliche (parcheggi, piazze, sedi stradali e aree verdi) e prevedono la realizzazione di opere di disconnessione delle superfici e la gestione sostenibile delle acque meteoriche di dilavamento superficiale, privilegiando la ritenzione in loco con recapito per infiltrazione, dove possibile, nel suolo e nei primi strati del sottosuolo.

Ma ci sono esperienze, come quella di Bolzano, ormai radicate sul territorio da tempo. E’ il caso infatti del R.I.E., la procedura di Riduzione dell’Impatto Edilizio che si applica a tutti gli interventi di trasformazione edilizia e urbanistica all’interno delle zone produttive che sono soggetti a titolo abilitativo. Introdotto nel 2004, è un indice numerico di qualità ambientale applicato al lotto edificabile, che certifica la qualità dell’intervento edilizio rispetto alla permeabilità del suolo e al verde. Gli elementi essenziali nella determinazione del valore R.I.E. delle superfici sono:

  • la tipologia e i materiali di finitura delle superfici esterne esposte alle acque meteoriche;
  • la gestione e l’eventuale recupero/riuso delle acque meteoriche;
  • la piantumazione e l’inverdimento pensile.

Molti Comuni dell’Emilia-Romagna, Modena in primis, hanno mutuato il RIE da Bolzano e lo hanno esteso a tutte le tipologie di intervento edilizio, indipendentemente dalla funzione insedianda e dalla categoria di intervento.

E’ evidente che le premesse etiche e teoriche di tutti questi strumenti e iniziative sono indubitabilmente pregevoli. La vera difficoltà si sta rivelando l’applicazione, per svariati motivi.

In primo luogo, la maggior parte di questi sistemi funzionano in una logica di sistema e di rete. Generare norme che obbligano ogni intervento puntuale a farsi carico, in modo autonomo e autoreferenziale, di temi come la permeabilità, il drenaggio, la raccolta e il riuso delle acque rischia di diventare molto gravoso, se non penalizzante, per chi fa l’intervento ma solo parzialmente efficace dal punto di vista ambientale. Ancora una volta è evidente la necessità di una Regia pubblica delle trasformazioni, che connette, integra, mette a sistema, compensa, per dare vero senso alle trasformazioni puntuali.

Lavorare sulla permeabilità negli interventi di Rigenerazione non è, poi, solo un tema tecnologico e materico. Grossi ostacoli alla riduzione delle aree impermeabilizzate sono, per esempio, gli standard a parcheggio, che richiedono grandi superfici o, se realizzati in interrato, coperture difficilmente permeabili. Accanto alla creatività progettuale e all’innovazione tecnologica continua, dunque, occorrono politiche per la riduzione delle superfici a parcheggio, puntando in modo vero e credibili sul car sharing, sul trasporto pubblico, sulla città dei 15 minuti.

Liberare suolo dalle costruzioni per renderlo permeabile, senza rinunciare alla densificazione, significa poi necessariamente crescere in altezza. Per chi è abituato alle grandi città questo sembra un tema superato, ma la rigenerazione nelle tante medio-piccole città italiane si scontra invece ancora spesso con questa tematica. Ci sono ancora molti contesti nei quali andare oltre i sei piani fa parlare di “grattacielo”, in cui l’identità dei luoghi è fortemente legata ad un paesaggio urbano di scala contenuta, senza elementi di spicco che magari “superano” la torre o il campanile locale. 

Poi ci sono le questioni percettive: un parco che si trasforma in zona umida, una piazza che si allaga, l’aiuola di un filare a bordo strada che diventa un fossato sono elementi non sempre accettabili da tutti i cittadini, che vedono in queste soluzioni elementi di “degrado” del decoro urbano.

La verità forse sta proprio qua: la tecnica della città spugna o qualsiasi altra soluzione che riporti la natura in città, ovvero in quello spazio antropizzato che per secoli abbiamo percepito come l’opposto della natura, in un equilibrio tra le parti oggi saltato, richiede prima di tutto un patto culturale e umano, un cambio di paradigma e di percezione di ciò che significa “urbano” e di ciò che significa “antropizzato”.

Se il PNR riuscirà a raccogliere questa sfida e a trovare un nuovo equilibrio tra urbanizzato e natura DENTRO alla città, generando un sistema diverso e complesso, non avrò solo rispettato e applicato una norma, ma costruito le premesse per un modo rinnovato di ripensare l’impronta delle comunità nei loro luoghi di vita.

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