L'ARCHITETTURA VISTA DA LPP / 53
L’architettura oltre il puro fatto geometrico e armonico: Gambardella e l’ostinata ricerca della densità
Cherubino Gambardella è una figura anomala nel panorama dell’architettura italiana contemporanea. E proprio in questa anomalia risiede il suo interesse.
In un contesto dominato da una progressiva rarefazione del linguaggio architettonico e dove la forma tende a dissolversi in segno, superficie, astrazione, Gambardella insiste, invece, su un’idea ostinata e quasi inattuale: un’architettura figurativa, capace di costruire immagini, evocazioni, racconti. In cui gli edifici non vogliono trasformarsi in uno sfondo scandito da minimali e evanescenti geometrie ma si impongono come corpose presenze. E, presentandosi come oggetti plastici, chiedono di essere guardati, interpretati, decifrati. Mentre si avverte una tensione narrativa che li allontana dal silenzio dell’astrazione per avvicinarli a una dimensione ambigua e fertile, a un linguaggio con accenni popolari dove il rischio del kitsch non è evitato ma persino rivendicato. Dove gli edifici possono essere colorati di blu o di arancione, dipinti d’oro o rassomigliare a strani animali preistorici.
Questa poetica, per quanto minoritaria, non nasce nel vuoto. Esiste una linea sotterranea dell’architettura italiana che ha sempre diffidato della riduzione dell’opera a puro fatto geometrico. Una linea che passa per la Casa del Farmacista di Franco Purini, considerato da Gambardella maestro e punto di riferimento, e che persegue la dimensione del racconto. L’architettura, in questa prospettiva, non è solo un esercizio di stile né una semplice composizione astratta, ma un dispositivo capace di attivare immaginari, di evocare storie, di produrre senso a costo di inquietare e destabilizzare.
Vi è poi la fascinazione per il Mediterraneo, che più che un luogo geografico, diventa una categoria dello sguardo e dell’esistenza: luce che acceca, ombre che proteggono, colori vivi, materia vibrante, e inoltre eccesso, teatralità, contaminazione.
Non è un caso che tra i riferimenti più evidenti emerga la lezione della metafisica e, soprattutto, la ricerca di un’architettura capace di stabilire relazioni intense con il paesaggio.
Vi è certamente un influsso che deriva dalle ipotesi progettuali sulla casa mediterranea di Gio Ponti.
Ma più di tutti è Casa Malaparte che periodicamente ritorna, proponendosi come una sorta di archetipo. Non tanto per una questione formale, quanto per l’atteggiamento: il tendere a un’architettura che non si esaurisce nella propria geometria, che vive nel rapporto con il mare, con il sole, con la pietra bagnata dello scoglio. Un manufatto che diventa quasi un dispositivo cosmico, una macchina per guardare l’orizzonte ed entrare in stretta relazione con la natura, più che una composizione da analizzare in termini di rapporti armonici.
Cherubino Gambardella sembra essere perfettamente a proprio agio all’interno di questa tensione. Le sue opere evitano la neutralità e cercano una relazione forte con il contesto, anche quando tale atteggiamento comporta forzature, contraddizioni, stratificazioni non del tutto pacificate. Da qui deriva la sua attenzione per l’esistente, che non viene cancellato ma trasformato, reinterpretato, talvolta persino “truccato”, come a Napoli si truccano automobili e motorini.
L’architettura non nasce, infatti, da una tabula rasa, da un atteggiamento platonico, da un bisogno di rarefazione ma da un confronto serrato con ciò che c’è già, con le sue imperfezioni e le sue potenzialità latenti.
Il recente volume dedicato al lavoro di questo controverso protagonista dell’architettura italiana, scritto da Luigi Arcopinto, ne restituisce con chiarezza la complessità, pur scontando una prossimità – Arcopinto lavora con Gambardella all’università e nell’Atelier Gambardellarchitetti- che rende lo sguardo inevitabilmente troppo partecipe. È un libro informato, ricco di dettagli e di letture interne, ma segnato da una appassionata adesione al suo oggetto, che talvolta ne attenua la distanza critica. E tuttavia proprio questa vicinanza consente di cogliere aspetti altrimenti difficilmente accessibili, restituendo un ritratto dall’interno particolarmente interessante.
La struttura del volume, articolata in quattro sezioni, segue le linee principali della ricerca dell’architetto napoletano. Dai “paesaggi eterocliti”, che mettono in evidenza l’irriducibilità del suo approccio a qualsiasi norma stilistica, alle “trasfigurazioni semiotiche”, dove l’intervento sull’esistente diventa un’operazione quasi narrativa, fino alle “stratigrafie verosimili”, in cui il progetto si misura senza timori con contesti delicati o storicizzati. Particolarmente interessante è l’idea di una stratificazione non filologica ma interpretativa, dove il nuovo non si limita a restaurare ma introduce senso, talvolta in modo spiazzante. È un atteggiamento che rifiuta tanto la conservazione passiva quanto la cancellazione radicale, cercando invece un equilibrio instabile tra memoria e invenzione.
L’ultima sezione, dedicata al “metodo apocrifo”, è forse quella che meglio ne sintetizza il paradosso: un metodo che esiste, ma che non è riconosciuto (apocrifo) e si presenta come tale solo a posteriori, emergendo dalle opere più che precedendole. Qui si manifesta la tensione continua tra rispetto e trasformazione, tra ascolto e riscrittura, tra regola e improvvisazione.
Ne deriva un’architettura che sfugge alle classificazioni facili. Non è né puramente contestuale né tantomeno autonoma; non è né rigorosamente disciplinata né completamente libera. È piuttosto un campo di forze in cui elementi diversi, paesaggio, storia, immaginario, materia, entrano in relazione producendo esiti ogni volta differenti.
In un panorama che privilegia la coerenza formale e la misura, l’opera di Gambardella introduce una nota dissonante. Non cerca la perfezione, ma l’intensità; non la chiarezza, ma la densità. Ed è proprio questa sua irregolarità a renderla, oggi, significativa.
Luigi Arcopinto, Cherubino Gambardella, LetteraVentidue, pag.144, 20 euro
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