L'ARCHITETTURA VISTA DA LPP / 50

L’architettura fenomeno ampio, inquieto, oscillante e incapace di strutturarsi in un paradigma definitivo: cosa ci rcaccontano le diciotto “scuole” individuate da Ruggero Lenci

07 Apr 2026 di Luigi Prestinenza Puglisi

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Ruggero Lenci è uno studioso colto ed eclettico. Per molti anni docente di Composizione Architettonica e Urbana presso la facoltà di ingegneria di Roma, ha affiancato all’attività accademica quella progettuale, senza mai rinunciare a una pratica artistica autonoma che lo vede autore di quadri di impronta realista e di sculture astratte. (…)

A questa pluralità e eterogeneità di interessi corrisponde una produzione editoriale altrettanto stratificata: testi di taglio esoterico — come L’enigma dell’opera poligonale con blocchi concavi e L’enigma del Girasole — convivono con volumi dedicati a figure professionali marginalizzate dalla storiografia ufficiale, quali lo Studio Passarelli o Piero Barucci, accanto a altri su protagonisti del dibattito accademico come Franco Purini, fino a incursioni nel lavoro di progettisti più sperimentali, tra i quali Massimiliano Fuksas.

Codici linguistici dell’architettura contemporanea, pubblicato da Gangemi, si presenta come una sorta di punto di convergenza di tale molteplicità. Lenci stesso nell’introduzione ne chiarisce la genesi: un lavoro iniziato nel 1986 come dissertazione di dottorato, ripreso tra il 2010 e il 2011 e, infine, portato a compimento tra il 2022 e il 2025. Una lunga sedimentazione che trova riscontro nella mole del volume — 880 pagine fitte — e nella sua ambizione: rileggere circa centocinquant’anni di architettura, dalla stagione protorazionalista della Chicago di fine Ottocento di Adler e Sullivan, fino alla contemporaneità più recente.

L’aspetto forse più evidente, e al tempo stesso più problematico, è l’impianto classificatorio. Lenci organizza l’arco temporale in diciotto capitoli, ciascuno identificato da una tendenza o, se vogliamo, uno stile: Protorazionalismo, Architettura Organica, Futurismo, Espressionismo, Neoclassicismo, Purismo, Razionalismo, Costruttivismo, Brutalismo, Corrente Informale, Stile Internazionale, Utopismo, Metabolismo, Hi Tech, Postmodernismo, Regionalismo critico, Decostruttivismo. L’ultimo capitolo, dedicato al Minimalismo, è affidato a un altro autore, Filippo Montorsi, scelta che introduce una discontinuità inattesa.

Questa organizzazione, pur mostrando margini evidenti di arbitrarietà, possiede una sua efficacia euristica, se non propriamente didattica. Suggerisce una lettura dell’architettura come fenomeno oscillante, quasi pendolare, in cui fasi orientate al primato dei contenuti si alternano a momenti dominati dall’espressione. Da qui un andamento a zig zag o, se vogliamo proiettarlo tridimensionalmente, a spirale, che restituisce l’immagine di una disciplina strutturalmente inquieta,  vibrante, incapace di stabilizzarsi in un paradigma definitivo.

Tuttavia, come accade ogni qualvolta si tenti di ricondurre la complessità del reale entro griglie interpretative, emergono criticità. La prima riguarda la natura disomogenea delle diciotto categorie adottate: alcune sono riconducibili a una stagione ben definita (il decostruttivismo, per esempio agli gli anni Ottanta e Novanta) mentre altre hanno carattere ricorrente quali l’espressionismo o il minimalismo. Il minimalismo, in particolare, accomuna figure lontane nel tempo e nelle poetiche, da Mies van der Rohe a Toyo Ito, da Kazuyo Sejima ai più recenti architetti svizzeri influenzati da Valerio Olgiati. L’architettura Organica, per fare un altro esempio, ha il suo apice con la Casa sulla Cascata di Wright (1936). Ma coinvolge figure molto diverse tra loro, a differenza per esempio del Purismo, che è legato a un decennio o poco più e a poche figure artistiche, quali il primo Le Corbusier e il pittore Amédée Ozenfant.

Dobbiamo inoltre aggiungere la difficoltà di collocare con ragionevole precisione diversi progettisti all’interno delle categorie proposte. Il capitolo sul Regionalismo critico è emblematico: vi confluiscono autori tra loro assai diversi — da Mario Botta a Francesco Cellini, da Mario Cucinella a Paolo Zermani, fino a Giuseppe Nicolosi e Mario De Renzi — la cui appartenenza alla medesima categoria appare più problematica che convincente.

Eppure, proprio in questa tensione tra esigenza di ordine e accettazione della pluralità, la classificazione proposta da Lenci, per quanto discutibile, fornisce una struttura ampia e flessibile. E consente di accogliere una quantità notevole di figure spesso trascurate dalle narrazioni canoniche: architetti meno celebrati, talvolta più tradizionalisti, ma non per questo privi di interesse o di peso nella costruzione del panorama contemporaneo.

In definitiva, nonostante il titolo, il volume si configura come una storia dell’architettura contemporanea. E in quanto tale rappresenta un contributo significativo in un ambito oggi poco frequentato. Dopo la stagione dei grandi storici — Bruno Zevi, Manfredo Tafuri, Renato De Fusco, Leonardo Benevolo — che non esitavano a storicizzare il proprio presente, pochi studiosi hanno affrontato con sistematicità la contemporaneità più recente.

Lenci dichiara esplicitamente il proprio intento: «restituire all’architettura contemporanea la dimensione della sua reale ampiezza, accompagnando il lettore in un percorso irto di singolarità spazio-temporali che vanno da incursioni nel passato a ritorni a un futuro che è già tra noi». È una dichiarazione programmatica che chiarisce il senso ultimo dell’opera e, al tempo stesso, ne giustifica l’eterogeneità.

Alla luce di questa prospettiva, molte delle possibili obiezioni — sulla arbitrarietà  e non omogeneità delle diciotto categorie, sull’inclusione o esclusione di alcuni autori, sulla loro collocazione in una categoria o in un’altra — finiscono per apparire secondarie. Il libro, anche quando non convince del tutto, riesce comunque a catturare l’attenzione e a stimolare la riflessione. Ci fa capire che l’architettura è una disciplina inquieta che non esita a muoversi tra gli estremi dell’ordine e del disordine, del funzionale e dell’irrazionale, della purezza e della commistione. E che quindi ogni tentativo di definirla, alla fine, non è che un espediente tassonomico per fare un po’ di ordine in tanta confusione. Paradossalmente i diciotto capitoli fanno capire che i codici dell’architettura sono numerosi, vaghi e articolati e proprio per questo ogni tentativo di classificazione è destinato a una strutturale precarietà. Ciò che resta è la pluralità dei linguaggi e il contributo unico di ciascun architetto che va oltre ogni moda o tendenza nelle quali può essere comunque collocato.

Ruggero Lenci, Codici Linguistici dell’architettura contemporanea, Gangemi Editore International, Roma, pagg.880, euro 38,00

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