PROGETTO CORALE/33

Il progetto è maschile, la progettazione femminile: riflessione semiseria fra linguistica, professione e un ruolo insostituibile nella rigenerazione urbana

07 Mar 2026 di Maria Cristina Fregni

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Il progetto è maschile, la progettazione femminile: riflessione semiseria fra linguistica, professione e un ruolo insostituibile nella rigenerazione urbana

Il progetto è maschile, la progettazione femminile.

A una mente curiosa probabilmente viene spontaneo chiedersi se questo voglia dire qualcosa; quale occasione migliore, dunque, del mese di marzo con la sua Festa della Donna per provare a fare qualche riflessione su questo tema, un piccolo divertissement da cui magari estrapolare anche qualche pensiero semiserio.

Attingendo quindi a reminiscenze del liceo, possiamo affermare che tutte le parole italiane terminanti in –zione sono di norma nomi femminili derivati da verbi, e indicano l’azione espressa dal verbo di base (circolazione, comunicazione, nutrizione, punizione). Implicano pertanto durata nel tempo e perseveranza verso qualcosa. La progettazione, dunque, è l’azione del progettare, che si sviluppa in un arco temporale, che segue un percorso, che si articola in step e avanza man mano.

La parola progetto, che deriva dal latino proiectus (o projectus), è di contro un participio passato, nello specifico di proiicere o proiectare, composto da pro- (“avanti”) e iacere (“gettare”). Significa letteralmente “gettato avanti”, sottintendendo il prodotto, l’esito del progettare. Che richiede slancio e una certa auto-compiutezza.

Questo sforzo da linguista in erba potrebbe essere un gioco che finisce qui, se non fosse che nelle Università i corsi di pianificazione sono pieni di ragazze, negli eventi di partecipazione il ruolo di facilitatore è spesso di una donna, negli interventi di rigenerazione la gestione delle fasi di mediazione tra istanze, soggetti e discipline è frequentemente e felicemente in mano a professioniste.

A guardarla da fuori, sembrerebbe quasi che, laddove l’attività di trasformazione degli spazi urbani richieda tempi lunghi, atteggiamento paziente e conciliante ma al tempo stesso determinato, cura e costanza nei vari passaggi, questa risulti “appaltata” in modo ricorrente al mondo femminile. Sarà questione di bias cognitivi, sarà la distanza ancora elevata, almeno in Italia, tra materia STEM e universo femminile, che le conduce, non si sa quanto consapevolmente, a orientarsi sulle componenti meno “irruente” della sfera progettuale, sarà quell’attitudine, indotta o meno, a essere caregiver anche del progetto. Sta di fatto che tante delle figure professionali che ruotano attorno al mondo lungo e conflittuale della Rigenerazione – femminile anche lei – sono donne, appassionate e determinate, flessibili e capaci di capriole immaginative e gestionali, salde nel guidare il processo ma raramente al centro della scena, lasciata a cittadini, imprenditori e politici.

Non è questo lo spazio per una riflessione scientifica nel merito, ma è certo questo il luogo per rendere merito a queste figure professionali, che spesso questo mestiere non codificato – e quindi non riconosciuto – se lo inventano e lo portano avanti con tenacia. Ed è forse l’occasione per ricordare a tutte (e tutti) che, in un mondo in cui nessuno vuole essere Robin, magari vale la pena provare ad essere Jane Jacobs, che ci diceva “Progettare una città da sogno è facile; ricostruirne una viva richiede vera immaginazione”.

 

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