PROGETTO CORALE / 31
Città e parità di genere: non servono nuove figure professionali e non basta l’attivismo di nicchia, è necessario un radicale cambio di postura del sistema progettuale
Nelle esplorazioni di questo Diario sulle figure professionali che, a vario titolo, lavorano nella Rigenerazione Urbana, questa settimana proviamo a occuparci di un aspetto ancora poco definito. Si dice dappertutto che le porzioni di città “rigenerate” debbano puntare sull’inclusione e sull’equità. Questi concetti, ovviamente completamente condivisibili, risultano facilmente comprensibili, e forse anche applicabili, quando ci si riferisce a offerte abitative per tutti, che non sostengano la gentrification, o a spazi multi-culturali o aggregativi, o ancora quando si parla di abbattimento di barriere architettoniche.
Quando però il tema dell’inclusività di sposta sul genere e su una tipologia di progettazione attenta alle tematiche di genere, diventa molto più difficile individuare la via da percorrere e chi siano le persone che se ne devono fare carico.
E’ un tema da architetti, da sociologi, è un tema di politiche, un tema di sicurezza o ancora un tema di gestione degli spazi più che di forma degli stessi?
Abbiamo provato a parlarne con Arianna Scaioli, Architetta e Dottoranda del Politecnico di Milano (DAStU), nonchè membro del MinervaLab – Laboratorio su diversità e disuguaglianze di genere (https://research.uniroma1.it/laboratorio/193959), che sta dedicando la sua ricerca allo sviluppo di una tesi dal titolo Spaces of Care and Equality. A feminist design reflection between morphology and process in collective housing .
Il punto di partenza della discussione, che dovrebbe essere lo stesso di chi approccia la rigenerazione di uno spazio urbano degradato o dismesso, è stata la condivisione del fatto che, storicamente, lo spazio è stato progettato per un “utente universale” che nei fatti non esiste: un soggetto neutro che ha finito per coincidere con il corpo maschile, sano e lavoratore. Se questo fatto strideva con la realtà in passato, oggi, con l’invecchiamento della popolazione, il melting-pot culturale, il calo dello stigma rispetto a condizioni di malattia o disabilità, diventa assolutamente di primo piano nel reimmaginare spazi pubblici o collettivi di brani di città.
Di conseguenza, all’interno del dibattito contemporaneo, le questioni sociali e politiche hanno permeato il discorso architettonico, introducendo questioni “altre” all’interno dei confini disciplinari e mettendo in discussione i modi tradizionali di concepire, progettare, costruire e abitare i luoghi.
Con Arianna ci si è dunque chiesti se le figure professionali tradizionali siano o meno in grado di accogliere anche questa sensibilità e farne uno dei driver del processo di rigenerazione. Abbiamo figure competenti, che sappiano rispondere a domande come In che misura un progetto rileva una situazione di dominio? In che modo esso diviene strumento per spazializzare i diritti? Ma anche Che effetto hanno le disuguaglianze di genere sull’architettura? E invertendo la domanda: cosa può fare l’architettura per ridurre queste disuguaglianze?
Sicuramente, ancora una volta, è richiesto un approccio corale a questo tipo di tematiche, e non esiste una sola figura che le affronti in modo esclusivo. Da parte sua, chi si occupa di architettura può fare molto. Il progetto di architettura, quale atto di trasformazione che anticipa e guarda avanti, non è neutrale, ma è un atto culturale e politico, dove lo spazio diviene dispositivo di indirizzo sociale ed espressione di rituali e relazioni spesso gerarchiche.
Parlare quindi di architettura e diritti nell’ambito dello sviluppo del pensiero critico e progettuale significa confrontarsi direttamente con una pratica architettonica e politica. E chi forma architetti deve tenerne conto, se vuole professionisti in grado di gestire queste sfide. Per decenni, i manuali che hanno formato generazioni di architetti – si pensi al Neufert – hanno associato lo spazio della cura e della domesticità esclusivamente al corpo femminile, rendendolo invisibile o marginale rispetto alla città “produttiva”.
Nel solco di queste riflessioni, dunque, si colloca per esempio il ciclo di seminari, curati da Cassandra Cozza, intitolato “Feminine and Feminist Architecture. This space/place is not for you” che vede la partecipazione di professionisti internazionali, accademici, studenti e società civile per riflettere collettivamente sul ruolo dell’architettura e di pratiche spaziali come agenti di trasformazione sociale e di cura, riportando al centro ciò che tradizionalmente è rimasto “fuori campo”.
O ancora troviamo l’attività di Sex & the City, che offre una lettura di genere degli spazi urbani, che persegue il superamento dei dualismi conflittuali tra maschile e femminile, produzione e riproduzione, spazio pubblico e spazio privato. Interessante il loro Atlante di genere, una metodologia per analizzare gli spazi urbani attraverso una prospettiva di genere, che mira a decostruire il paesaggio urbano contemporaneo, evidenziando come la città risponda – o non risponda – alle esigenze delle donne e delle minoranze di genere. Il risultato è uno strumento teorico e pratico per progettare ambienti più equi e attenti ai bisogni diversificati di chi abita lo spazio urbano.
Scaioli ci conferma la coralità richiesta da queste tematiche, ribadendo che la sfida da raccogliere intercetta i diversi livelli:
- Quello fisico-materiale legato alla trasformazione delle città, di un patrimonio costruito che fatica a rispondere alle esigenze della contemporaneità e dove trasformazioni effimere devono trovare un modo di dialogare con una temporalità lunga della città.
- Quello degli usi, dove parallelamente al tema della sicurezza e accessibilità degli spazi (il che non si risolve semplicemente mettendo più lampioni o più panchine) si deve riflettere sul tema dei commons come spazi di cura e interdipendenza, e sul tema della diversità e adattabilità degli spazi, capaci di accogliere corpi diversi e necessità diverse.
- Quello simbolico, legato alla dimensione dei significati e della narrazione urbana. È necessario agire sulla capacità degli spazi di produrre nuovi immaginari che non siano semplici operazioni di pinkwashing o facciate retoriche di inclusività.
Per queste sfide non servono professionalità specifiche, la risposta non risiede tanto nell’aggiunta di un’ennesima figura, quanto in un radicale cambio di postura dell’intero sistema progettuale.
Si tratta di un cambiamento che deve partire necessariamente dalla formazione. È fondamentale che questi temi escano dalle nicchie dell’attivismo per entrare strutturalmente nei percorsi accademici e nei corsi universitari di architettura, urbanistica e design. Non si tratta di imparare una “normativa di genere”, ma di acquisire lenti nuove per leggere la complessità urbana. Un esempio virtuoso in questa direzione è il Master in Progettazione della Città di Genere, che dimostra come sia possibile costruire un approccio transdisciplinare. Esperienze come questa insegnano che la sfida non è “disegnare per le donne” e che questo non deve essere un tema di donne, per le donne, con le donne, ma imparare a progettare una città che, partendo dai corpi e dalle vite quotidiane, diventi finalmente capace di accogliere tutti e tutte.
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