L'ARCHITETTURA VISTA DA LPP / 43

Casa Papanice: un’opera tra le migliori di Portoghesi, resa irriconoscibile da interventi sbagliati

16 Feb 2026 di Luigi Prestinenza Puglisi

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Non sono mai stato un ammiratore dell’architettura di Paolo Portoghesi. Anzi. Nel suo insieme mi è sempre parsa incline al compiacimento, spesso zuccherosa, talvolta retorica, come se il progetto si sentisse in dovere di piacere, di sedurre, di ammiccare. Un’architettura che parla troppo e ascolta poco. Tuttavia le prime opere di Portoghesi, soprattutto quelle progettate con l’ingegnere Vittorio Gigliotti, appartengono a un’altra categoria. Sono lavori intensi, rischiosi, perfino necessari. Non tanto perché belli, ma perché capaci di segnare uno scarto, una discontinuità, una svolta reale nel panorama dell’architettura italiana.

In quegli anni, tra la fine dei Cinquanta e la fine dei Sessanta, l’architettura italiana vive una fase di stanchezza. Il razionalismo, che era stato un linguaggio di rottura, si è irrigidito e trasformato in uno stile. Ripete se stesso come un dogma scolastico: volumi puri, facciate mute, finestre seriali. È un’architettura che ha perso la capacità di raccontare il mondo che cambia. Portoghesi, storico raffinato, conoscitore profondo del Barocco romano, intuisce che la modernità non può continuare a parlare solo per sottrazione. E che è arrivato il momento di reintrodurre complessità, ambiguità, spazialità avvolgente. Non come citazione colta, ma come reinvenzione.

Casa Papanice appartiene senza esitazioni a questo sottoinsieme. Siamo nel quartiere Nomentano, in una zona centrale ma non monumentale, lontana dalle cartoline romane. Qui, tra il 1967 e il 1968, Paolo Portoghesi, con Vittorio Gigliotti, realizza per Pasquale Papanice una palazzina che è un manifesto. Contro il grigiore dell’edilizia speculativa, contro l’astrazione senz’anima del modernismo riprodotto in serie, contro l’idea profondamente borghese che la casa debba essere discreta, educata, invisibile, un parallelepipedo che non disturba nessuno e non dice nulla.

Casa Papanice dice tutto. Anzi, dice troppo, e proprio per questo è interessante. È un edificio che rifiuta il silenzio come valore. Se fosse consentita una metafora musicale non è una casa che parla, ma che canta e suona. La facciata è un’orchestra di elementi eterogenei: tubi metallici che ricordano canne d’organo, maioliche policrome, aggetti e rientranze, balconi che sembrano muoversi, ombre profonde che scavano il prospetto. Non siamo di fronte a una decorazione applicata, ma a una decorazione strutturale, dove forma, funzione e ornamento coincidono. È la forma che diventa ritmo, non il contrario.

Portoghesi non cita il Barocco: lo metabolizza. Non fa il verso a Borromini, ne assimila la lezione spaziale e la traduce in un linguaggio domestico, pop. È un Barocco senza chiese, senza altari, senza trascendenza. Un Barocco per la vita quotidiana, per l’abitare borghese. Un’architettura esibizionista, certo, ma consapevole. Che non teme il colore, che rifiuta la noia come categoria morale, che scandalosamente afferma che una casa può essere un evento.

Il cinema, come spesso accade, capta il messaggio ancora prima della critica. Casa Papanice diventa un set. Compare ne Il vizio della signora Wardh (1971), ne La dama rossa uccide sette volte (1972), e persino ne Il dramma della gelosia di Ettore Scola. La macchina da presa ama quelle facciate irregolari, quelle superfici vibranti, quella teatralità naturale. L’edificio entra nell’immaginario collettivo, diventa riconoscibile, iconico. Non più solo architettura, ma scenografia urbana.

Poi arriva la storia successiva. E qui, purtroppo, la trama è prevedibile. È la solita storia italiana: capolavoro riconosciuto, tutela incerta, trasformazioni arbitrarie, manutenzione assente. L’edificio cambia proprietari, cambia funzioni, diventa sede diplomatica. Oggi ospita l’Ambasciata di Giordania, che la utilizza come un contenitore qualsiasi, senza comprenderne il valore architettonico. Un’architettura che in altri paesi verrebbe protetta come un’icona del secondo Novecento, a Roma viene trattata come un immobile adattabile alle esigenze del momento.

Le canne metalliche che scandivano i balconi vengono rimosse. Parti della cancellata originale spariscono. Le maioliche si degradano o vengono sostituite senza alcuna sensibilità. L’organo sul tetto, segno simbolico fortissimo, viene mutilato. Resta un edificio che somiglia a Casa Papanice, ma non lo è più. Una copia impoverita, una controfigura stanca. Come se qualcuno avesse deciso che l’eccesso andava corretto, normalizzato, ridotto.

Il paradosso è che non siamo di fronte a un’opera oscura o dimenticata. Casa Papanice è studiata, fotografata, pubblicata. Compare nei manuali, nei saggi, nelle monografie. È uno dei simboli di una stagione cruciale, quella tra anni Sessanta e Settanta, in cui l’architettura italiana cercava strade alternative tanto al funzionalismo ortodosso quanto alla monumentalità retorica. È anche un tassello fondamentale per capire l’evoluzione di Portoghesi: il passaggio dallo storico al progettista, dal commento all’azione.

Eppure questo sapere resta sospeso, astratto, inefficace. Come una nuvola colta che non scarica mai a terra. Le Soprintendenze intervengono a intermittenza, la sensibilità pubblica si accende per un attimo e poi si spegne, i proprietari fanno il minimo indispensabile, quando lo fanno. Nel frattempo il tempo lavora. E lavora male.

C’è stato persino un appello rivolto a Rania di Giordania, nella speranza che un gesto simbolico dall’alto potesse sbloccare un restauro serio, filologico, rispettoso. È un episodio che rasenta il surreale: per salvare un capolavoro dell’architettura italiana a Roma bisogna rivolgersi a una regina straniera. Ma è una scena perfettamente coerente con il nostro modo di trattare il Novecento.

Perché il vero problema non è solo Casa Papanice. Il problema è il destino dell’architettura moderna in Italia. Abbiamo imparato più o meno a rispettare il Barocco, il Rinascimento, perfino l’Ottocento. Ma il Novecento, soprattutto quello irregolare, espressivo, non allineato, resta negoziabile. Come se non fosse ancora storia. Come se potessimo permetterci di correggerlo, semplificarlo, addomesticarlo.

Casa Papanice dimostra l’esatto contrario. Il secondo Novecento è fragile. Forse più fragile di altre epoche. È fatto di materiali sperimentali, di dettagli sofisticati, di equilibri delicatissimi. Togli un elemento e l’insieme si rompe. È un’architettura che chiede cura, attenzione, competenza. Non approssimazione.

Difenderla non è un atto nostalgico. È un gesto politico nel senso più alto del termine. Significa riconoscere che anche la nostra storia recente merita rispetto. Che l’identità di una città non si esaurisce nel travertino imperiale o nel marmo barocco, ma comprende anche le maioliche colorate e le canne metalliche di una palazzina degli anni Sessanta.

Roma continuerà, suo malgrado, a raccontare una verità scomoda su se stessa: sa produrre bellezza, ma non sempre sa prendersene cura. E questa, prima ancora che una questione estetica, è una questione di civiltà.

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