IL RAPPORTO
Rinnovabili, l’Italia frena nel 2025: investimenti in stallo e comunità energetiche in crisi. Legambiente-Kyoto: “Pesano regole incerte, iter lenti ma anche resistenze locali”. L’appello al governo
IN SINTESI
La transizione energetica italiana entra in una fase di brusco rallentamento. Dopo anni di crescita sostenuta, che hanno portato il Paese a superare i due milioni di impianti rinnovabili secondo i dati Terna, il 2025 segna un’inversione di tendenza inattesa. È quanto emerge dal XVIII Forum QualEnergia, dove Legambiente e Kyoto Club hanno presentato un’analisi dettagliata dello stato del settore accompagnata da una lunga lista di criticità regolatorie e proposte al Governo.
Installazioni giù del 27%, potenza in calo del 10,6%
Nei primi dieci mesi dell’anno le nuove installazioni si fermano a 181.768, quasi 70 mila in meno rispetto allo stesso periodo del 2024. Anche la potenza aggiuntiva arretra, scendendo a 5,4 GW, circa 640 MW in meno rispetto allo scorso anno. Il rallentamento coinvolge sia il fotovoltaico sia l’eolico e si riflette sulla produzione complessiva, calata a 98,7 TWh (-2,5%), complice soprattutto il crollo dell’idroelettrico, che paga condizioni climatiche sfavorevoli e una riduzione del 22,8% della generazione.
La frenata è particolarmente significativa se confrontata con le performance degli anni precedenti: nel 2023 la produzione rinnovabile era cresciuta del 13,6% su base annua, mentre il 2024 aveva registrato un aumento del 23,9%, raggiungendo il massimo storico di 101,2 TWh. L’unico segmento che mostra segnali incoraggianti è quello fotovoltaico, che pur installando meno impianti e meno potenza rispetto allo scorso anno, vede salire la produzione del 24%, segno che gli impianti installati sono più grandi, più efficienti e meglio integrati nei sistemi di autoconsumo.
Aree idonee: Italia ferma al 28,9% del target 2030
Il quadro diventa ancora più preoccupante se si guarda al percorso verso il target 2030 fissato dal decreto Aree Idonee. Dal 2021 a oggi l’Italia ha messo in campo solo 23 GW dei 80 GW richiesti entro fine decennio, pari al 28,9% dell’obiettivo. Il ritmo è troppo lento: molte regioni restano in affanno e 12 non hanno ancora raggiunto la soglia minima del 28,9%. Valle d’Aosta e Molise non arrivano al 15%, mentre Calabria, Umbria, Sardegna, Toscana e Sicilia restano sotto il 20%. Fa eccezione il Lazio, che con il 54,5% del target già conseguito si conferma la regione più avanzata grazie a oltre 2,5 GW di nuova potenza installata negli ultimi anni. Anche Lombardia, Piemonte, Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Trentino-Alto Adige e Campania procedono a ritmo sostenuto, superando i rispettivi obiettivi intermedi del 2025.
La mappa dell’autoconsumo
Ancora più complessa è la situazione delle comunità energetiche rinnovabili.
Ad oggi, considerando tutte le configurazioni relative all’autoconsumo, definite dal TIAD (Testo Integrato delle Disposizioni dell’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente per la Regolazione dell’Autoconsumo Diffuso), secondo i dati del GSE – aggiornati a settembre 2025 – in Italia si contano almeno 1.127 realtà, per complessivi 115 MW distribuiti in 1.532 impianti che vedono il coinvolgimento di 9.673 utenze diverse. Rispetto al totale, parliamo nello specifico di 597 Comunità Energetiche Rinnovabili per 67.695 kW complessivi, 883 impianti e 5.508 utenti.
È la Lombardia la regione che presenta il maggior numero di configurazioni di autoconsumo, con 181 nuovi sistemi energetici. Ed è anche la regione con il maggior numero di Comunità Energetiche Rinnovabili, pari a 98 con 125 impianti e 675 utenti, e di Gruppi di autoconsumatori di energia rinnovabile che agiscono collettivamente con 57 configurazioni, 67 impianti e 746 utenze. Segue il Piemonte con 143 configurazioni di autoconsumo complessive, 78 Comunità Energetiche Rinnovabili – 108 impianti e 1.203 utenti -, 50 Gruppi di autoconsumatori di energia
rinnovabile che agiscono collettivamente – 56 impianti e 529 utenti -, 12 Autoconsumatori individuali di energia rinnovabile a distanza che utilizzano la rete di distribuzione. E la Sicilia con complessivi 135 sistemi di autoconsumo, di cui 58 CER, 10 gruppi di autoconsumatori collettivi, e 65 autoconsumatori individuali, il numero più alto tra tutte le regioni italiane.

CER in affanno e fondi PNRR tagliati
Su 5 GW di potenza incentivabile previsti entro il 2027, negli ultimi cinque anni ne sono stati realizzati appena 115 MW, suddivisi in 1.127 configurazioni. Numeri lontanissimi dalle attese. A pesare non è solo la tradizionale burocrazia italiana, con iter lunghi e incerti, ostacoli fiscali e dinieghi da parte dei distributori locali. A complicare ulteriormente il quadro è la drastica riduzione dei fondi PNRR destinati alle CER: dai 2,2 miliardi inizialmente previsti si è scesi a poco meno di 800 milioni, una cifra che non copre nemmeno le richieste già presentate, pari a oltre 1,4 miliardi. Non sorprende quindi che molti bandi vadano deserti, come accaduto in Sicilia, dove un avviso da 61,5 milioni pensato per innescare la nascita di circa 150 nuove CER non ha raccolto alcuna candidatura. Laddove i bandi funzionano, però, i risultati arrivano: in Emilia-Romagna, per esempio, due programmi di finanziamento hanno dato vita a 71 nuove comunità a fronte di contributi pari a 3,5 milioni.
La battuta d’arresto preoccupa le principali associazioni del settore, che denunciano una crescita frenata da regole incoerenti, iter troppo lenti e continue incertezze normative. Stefano Ciafani, presidente di Legambiente, sottolinea come il Paese disponga di risorse naturali abbondanti, ma resti bloccato da ostacoli amministrativi e resistenze locali. Senza un cambio di passo sulle autorizzazioni, sulle reti e sugli accumuli – avverte – l’Italia rischia di compromettere la propria competitività energetica, di mantenere alti i costi e di restare dipendente dalle importazioni.
Le proposte avanzate al Governo Meloni mirano a sbloccare la situazione sia sul fronte regolatorio sia su quello infrastrutturale. Le priorità riguardano il rispetto dei tempi autorizzativi, la necessità di accelerare il repowering degli impianti esistenti, il rafforzamento della Commissione PNRR-PNIEC e degli uffici tecnici regionali e comunali, oltre a un maggiore coinvolgimento delle comunità locali nei processi decisionali. Sul piano del mercato energetico, Legambiente e Kyoto Club chiedono di tornare a un prezzo zonale reale, superando l’attuale meccanismo Arera che uniforma i prezzi a livello nazionale, e di favorire la stipula di contratti PPA soprattutto per le imprese energivore. A ciò si aggiunge la richiesta di separare, nel prezzo finale, la componente gas da quella rinnovabile, così da rendere più trasparenti i benefici delle fonti pulite.
Sul piano legislativo, le associazioni puntano il dito contro due provvedimenti ritenuti particolarmente critici: il Decreto-legge Transizione 5.0, che definisce i criteri delle aree idonee, considerato troppo ambiguo e destinato a produrre ulteriore frammentazione regionale; e il Decreto Agricoltura, che vieta il fotovoltaico a terra anche in terreni inquinati o improduttivi. Da qui la richiesta di una legge nazionale sul consumo di suolo, per evitare che nuove infrastrutture logistiche o residenziali sottraggano terreno agricolo in modo irreversibile mentre gli impianti fotovoltaici potrebbero valorizzarlo senza consumarlo.
Sul fronte delle comunità energetiche la strada indicata è quella della semplificazione: procedure più snelle, maggiore accessibilità per i cittadini, scorporo chiaro in bolletta per valorizzare l’autoconsumo e una campagna informativa capillare sui benefici economici e sociali delle CER.