L'ARCHITETTURA VISTA DA LPP / 2

Il valore del committente, il successo sartoriale di Archea e l’High Touch italiano spalmato ovunque

La mostra Tribute. L’architettura come forma di dialogo, che racconta, attraverso nove lavori, la migliore produzione dello studio Archea/Marco Casamonti, farà storia. E la ricorderemo negli anni a venire con una battuta: la festa organizzata dalla mamma per celebrare il papà.

Come spiega il curatore, Luca Molinari, nell’introduzione al catalogo, secondo Antonio di Pietro Averlino detto il Filarete (1400-1469) una buona opera di architettura deve avere non solo una madre, che è l’architetto, ma anche un padre, che è il committente. Quel papà di cui spesso, per esaltare la creatività della mamma, ci dimentichiamo. Ma senza l’apporto del quale non si sarebbe potuto fare granché.

Non so quanto questa immagine possa essere oggi giudicata patriarcale e maschilista dai sostenitori del politically correct e/o della cultura woke.

L’idea però di coinvolgere in una mostra di architettura il committente è molto efficace dal punto di vista della strategia commerciale e, vedrete, che presto, magari senza più evocare le figure di mamma e papà, sarà adottata da altri importanti studi di architettura. Celebrando i committenti, lo studio Archea/ Marco Casamonti, in fondo, celebra se stesso, la abilità a portare i clienti dalla propria parte promuovendoli in molti modi.

23 Mar 2025 di Luigi Prestinenza Puglisi

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Il valore del committente, il successo sartoriale di Archea e l’High Touch italiano spalmato ovunque

La mostra Tribute e il relativo catalogo, con bellissime immagini delle opere e con ritratti a tutta pagina dei committenti che nelle interviste si dichiarano felici di aver scelto Marco Casamonti e il suo studio di architettura, non sono una operazione critica. Ma, potremmo dire, di raffinata comunicazione aziendale. Del resto, sono anni che le mostre appaiono teleguidate dai progettisti che, invece, da queste sarebbero dovuti essere giudicati. Si pensi per esempio alle diverse monografiche sull’opera di Renzo Piano che, pur essendo curate da critici diversi e molto apprezzati, si rassomigliano sia nella scelta dei temi che del format espositivo che nell’incondizionato elogio. Mostre che, in alcuni casi, penso per esempio a quella su Norman Foster al Beaubourg (2023) o dello studio Hadid a Pechino (2023), implicano un impegno così consistente che non potrebbero essere fatte senza il coinvolgimento economico dello studio di architettura e dei suoi robusti sponsor. E, se pochi sono disposti a pagare per non vedersi elogiati, figuriamoci per essere criticati.

Riprendiamo la sia pur scivolosa metafora del padre e della madre. La madre della mostra è sicuramente il curatore Luca Molinari. Bravissimo a generare eventi corporate, raffinati e impeccabili nella qualità degli allestimenti. Il padre committente è, adesso, Marco Casamonti. Il quale contribuisce attivamente all’operazione portando in dote la straordinaria abilità di Archea nella produzione di libri e riviste.

Il catalogo, edito da Forma Edizioni, la casa editrice diretta dalla partner di Archea, Laura Andreini, ha magnifiche fotografie, molte di Pietro Savorelli. Un libro accattivante nel suo arioso impaginato, destinato a essere conservato nelle librerie e a rimanere nel tempo. Unica nota negativa è il fondo rosso usato per le interviste dei committenti che le fa leggere male. Un piccolo guaio se si pensa che proprio loro sarebbero dovuti essere i protagonisti. Ma qualche prezzo, lo si dovrà pur pagare all’estetica.

Due concetti emergono con forza.

Il primo è che Archea è uno studio internazionale in grado di realizzare in tutto il mondo opere di alta qualità, e di garantire una sicura promozione pubblicitaria a chi gli commissiona i progetti, ripagando così l’investimento.

Il secondo è che, sebbene l’architettura italiana, per dimensioni ed efficienza tecnologica, non sia in grado di competere con la anglosassone, ha uno specifico tocco che manca a quest’ultima. Un quid sartoriale, discreto, elegante. Quello che da tempo definisco High Touch.

Gli italiani, grazie a questa abilità stanno consolidando una nicchia di mercato. Dopo i liberi battitori, Renzo Piano, Massimiliano Fuksas e Aldo Rossi, oggi, a partire da Archea/Casamonti, la nicchia è occupata da numerosi studi che, pur nelle loro differenze, propongono un comune Italian Style. Tra questi: Antonio Citterio e Patricia Viel, Michele De Lucchi, Cino Zucchi, Mario Cucinella, Park Associati e metterei anche Carlo Ratti e Stefano Boeri.

Torniamo ad Archea/Marco Casamonti e alle nove opere in mostra. Siamo in presenza di lavori eccellenti. Il più rilevante è, a mio giudizio, le Cantina Antinori, probabilmente la migliore opera italiana del nuovo millennio. Un taglio perentorio nel territorio che fa pensare che l’edificio possa essere in simbiosi con l’ambiente. E sia ecologico nonostante l’impiego di 3.317.550 kg. di acciaio in barre e di 32.358 mc. di calcestruzzo che, per capirci con una immagine, è equivalente a un cubo di cemento di poco meno di 32 metri di lato, tutto pieno, alto e largo come un palazzo di dieci piani.

La capacità di confrontarsi con la dimensione territoriale si nota anche negli altri otto progetti in mostra. Insieme con il vizio italiano (?) che è l’indulgenza verso un decorativisimo fatto con giochi alternati di colore o utilizzando pattern cromatici sicuramente piacevoli ma anche un po’ pixellanti. E, aggiungerei, alla moda, tanto che li troviamo facilmente nelle opere dei migliori progettisti italiani alcuni dei quali citavamo in precedenza.

La qualità dei particolari è sempre alta e vi sono invenzioni notevoli di dettaglio, per esempio l’inserimento nel cemento di fondi di vetro trasparenti e colorati. Vi sono anche citazioni poco fresche ma si tratta, a mio avviso, di cadute accademiche che alla fin fine scompaiono nella generosa articolazione dello spazio. Casamonti e soci sanno, infatti, perfettamente che é il vuoto e non il pieno che fa la qualità dell’architettura.

Vorrei concludere con un aneddoto. La grande scala elicoidale della cantina Antinori ha corso il rischio di essere cassata in fase di progetto a seguito dei rilievi dei Vigili del fuoco. Marco Casamonti, mostrando insieme astuzia professionale e amore per l’architettura, l’ha salvata facendola passare per un’opera di scultura, delegando ad altre scale più defilate il compito della sicurezza. Se andate a visitare la cantina, accanto a questa coinvolgente struttura elicoidale, che è il perno dell’intervento, troverete una didascalia che racconta che la scala non è una scala e che Casamonti è diventato uno scultore. Segno che la buona architettura va non solo generata con l’aiuto del generoso committente ma anche costantemente protetta, whatever it takes, dall’inopportuna intrusione di aspiranti patrigni.

Tribute, L’architettura come forma di Dialogo.
Archea/Marco Casamonti. A cura di Luca Molinari. Forma edizioni. Firenze 2024.
La mostra , dopo una tappa a Parigi, è andata a San Paolo del Brasile (fino al 16 marzo) per poi proseguire per Berlino.

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