L'ARCHITETTURA VISTA DA LPP / 64

Andrea Milani non azzera e non cita, costruisce, trasforma, esalta i dettagli. Italiani contro la purezza minimalista, alla ricerca della densità

06 Lug 2026 di Luigi Prestinenza Puglisi

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L’architettura italiana contemporanea sembra oggi attratta in modo quasi irresistibile dall’astrazione e dal minimalismo. Molti edifici che vediamo pubblicati, premiati e celebrati appaiono come oggetti ridotti a figure geometriche elementari: volumi puri, superfici nette, composizioni che sembrano voler cancellare ogni residuo di materialità. Architetture compiaciute della propria capacità di ridurre l’oggetto a un quasi nulla formale, come se il massimo dell’intelligenza progettuale consistesse nel sottrarre, asciugare, eliminare.

Non si tratta però del minimalismo di Mies van der Rohe, che usava la rarefazione per esaltare la sensualità del marmo, acciaio e vetro per raggiungere una forma di sublime precisione costruttiva. Siamo di fronte a qualcosa di diverso. Più vicino alla moralità austera di Kazuyo Sejima, dove il minimalismo diventa risposta etica all’eccesso del mondo contemporaneo, o vicino al rigore metafisico di Valerio Olgiati, che persegue la forma essenziale liberandola da ogni elemento ritenuto superfluo.

Nel migliore dei casi questo riduzionismo produce edifici efficienti, razionali, controllati. Nel peggiore genera architetture anoressiche, talmente depurate da perdere peso, carattere e persino presenza. Oggetti che non disturbano ma che non producono emozioni e, dietro l’apparente rigore, nascondono una sorprendente povertà immaginativa.

Che sia la moda dominante lo dimostrano numerosi segnali. Lo si vede nelle riviste, nelle mostre, nei premi. Lo si vede nel prestigio quasi dogmatico acquisito dalla scuola di Mendrisio, che ha avuto il merito di riportare al centro il tema della composizione, ma che col tempo ha trasformato il metodo in stile e lo stile in ortodossia. La severità compositiva è diventata posa culturale. Il rischio è che il progetto si riduca a una liturgia della purezza geometrica, dove tutto è controllato e nulla sorprende.

Lo si è visto anche nella recente mostra Vitalità dell’architettura italiana al MAXXI. Il titolo prometteva pluralità, energia, divergenza. La selezione raccontava invece un’idea di vitalità sorprendentemente disciplinata rendendo omogenee anche opere tra loro diverse. Più che una mappa della complessità italiana, sembrava la conferma di un canone già stabilito. Un paradosso interessante: chiamare vitalità una pratica dell’autocontrollo.

Eppure pensare che questa sia la nuova architettura italiana sarebbe un errore. Forse bisognerebbe dire il contrario: è, in larga misura, un’architettura d’importazione. Più svizzera che italiana. Più calvinista che mediterranea. Più interessata alla riduzione che alla trasformazione.

Per capirlo basta sfogliare Andrea Milani. Architetture, volume pubblicato da Electa e curato da Marco Mulazzani. Il libro arriva come un controcanto rispetto al clima dominante. Non soltanto perché documenta il lavoro di un architetto importante e ancora poco raccontato, ma perché mostra con chiarezza l’esistenza di un’altra possibile genealogia dell’architettura italiana contemporanea.

Andrea Milani lavora a Siena. Questo dato geografico, apparentemente secondario, è invece importante. Siena non è Milano, né Zurigo, né Basilea. Non appartiene ai circuiti che oggi producono gran parte del discorso architettonico dominante. È una città che impone confronto con la durata storica. Un luogo in cui progettare significa inevitabilmente misurarsi con una densità di memoria straordinaria.

Anche la formazione di Milani conta. Laureato allo IUAV di Venezia, appartiene a una tradizione in cui il peso di Carlo Scarpa è ancora decisivo. E Scarpa rappresenta, sotto molti aspetti, l’antitesi del minimalismo contemporaneo. Se volessimo forzare le categorie, potremmo dire che Scarpa è massimalista. Ogni dettaglio conta. Ogni giunto parla. Ogni materiale produce significato. La geometria non è mai fine a sé stessa: è sempre al servizio di una costruzione poetica dello spazio.

Marco Mulazzani coglie bene questo aspetto. Il pregio principale del libro è infatti mostrare che l’architettura di Milani non nasce dall’astrazione, ma dal costruire. Sembra una banalità, ma oggi non lo è affatto. In un momento storico in cui molti progetti sembrano concepiti prima per essere fotografati che abitati, Milani lavora sulla concretezza. Il progetto diventa conoscenza attraverso la materia, la sezione, il dettaglio, l’attrito tra elementi diversi.

La centralità del costruire emerge con chiarezza nelle opere presentate nel volume. Ciò che colpisce non è la ricerca di un’immagine iconica o di una cifra stilistica immediatamente riconoscibile. Colpisce piuttosto la coerenza del metodo. Milani non impone una forma predefinita al contesto. Costruisce relazioni. Ogni progetto nasce dall’ ascolto del luogo, delle sue tensioni, delle sue resistenze.

È qui che il libro diventa particolarmente interessante. Mulazzani evita di raccontare Milani come autore di uno stile. Lo racconta piuttosto come autore di una postura critica. E questa scelta è intelligente. Perché Milani non è un architetto che lavora per formule. Non esiste “la forma Milani”. Esiste un modo Milani di affrontare il progetto.

Un modo che si fonda su almeno tre caratteristiche.

La prima è il rapporto con il paesaggio. Nel senso più ampio del termine: natura, città, stratificazione storica, infrastruttura, vuoto. L’architettura di Milani non può essere astratta fino in fondo proprio perché è sempre in dialogo con qualcosa che la precede. Progettare in Italia significa lavorare dentro un mondo saturo di tracce. Ignorarle è impossibile. Mimetizzarsi sarebbe sterile. Milani evita entrambe le trappole.

La seconda caratteristica è la materialità. È forse l’aspetto che più lo allontana dal minimalismo dominante. Dove il dettaglio tende a sparire. La giunzione è nascosta. Il materiale è neutralizzato. Tutto appare inevitabile, quasi immateriale.

In Milani avviene l’opposto. Il dettaglio è il luogo in cui il progetto si manifesta. Un raccordo, una soglia, una fuga tra materiali raccontano più di un intero manifesto teorico. Il progetto prende corpo nella costruzione, non nella cancellazione.

Torna la grande lezione italiana. Scarpa, certo. Ma anche Michelucci, Albini, Gardella, i BBPR. Una tradizione in cui il dettaglio è pensiero costruttivo. Una cultura del progetto dove il modo in cui due materiali si incontrano ha dignità teorica.

La terza caratteristica è la capacità di dialogare con linguaggi differenti senza perdere coerenza. Ed è forse questa la qualità più italiana di tutte. Gli italiani non sono mai stati puristi. Hanno sempre lavorato per innesti, contaminazioni, adattamenti. L’eclettismo, in Italia, non è debolezza. È una forma di intelligenza.

Le opere di Milani raccontano esattamente questa condizione. In esse si colgono echi molteplici: veneziani, toscani, nordici, persino internazionali. Ma nessun riferimento si traduce in imitazione. Tutto è metabolizzato.

Questo aspetto emerge molto bene nel libro di Mulazzani, che evita l’errore di trasformare Milani in un epigono di qualcuno. Sarebbe la lettura più semplice e più sbagliata. Milani non cita. Trasforma.

È qui che il libro assume una rilevanza che va oltre il singolo autore. Leggendolo si ha la sensazione che il tema non sia soltanto Milani, ma la direzione stessa dell’architettura italiana contemporanea.

Da una parte abbiamo il canone dominante: astrazione, riduzione, rigore, rarefazione. Dall’altra una linea alternativa, più sotterranea ma forse più autenticamente italiana: materia, stratificazione, luce, dettaglio, complessità.

La vera vitalità dell’architettura italiana non nell’azzeramento, ma nella trasformazione. Non nella purezza, ma nella densità. Non nella rinuncia, ma nel piacere.

Il libro ha il merito di ricordarcelo in un momento in cui troppi sembrano scambiare l’austerità per profondità e il silenzio per intelligenza. Per fortuna, esistono architetti che dimostrano come sia ancora possibile produrre un’architettura del corpo.

Ed è questa, oggi, una forma di resistenza critica.

Andrea Milani, Architetture a cura di Marco Mulazzani. Electa, Milano 2026

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