PROGETTO CORALE / 39

Il Castello di Pergine ovvero il Paesaggio vissuto come bene di comunità

22 Apr 2026 di Maria Cristina Fregni

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Qual è la dimensione di un progetto di Rigenerazione Urbana?

Spesso si è sentita questa discussione durante convegni e tavole rotonde, si dice che un solo edificio recuperato non possa essere rigenerazione, che occorre un intervento che prenda almeno un quadrante urbano riconoscibile, oppure che, oltre al lotto edificato, devono esserci almeno tot strade e parcheggi e, perché no, un parco.

Per chi segue questo diario sarà evidente che non può essere la dimensione fisica dello spazio interessato dal progetto ad attribuirgli la categoria “rigenerazione”, quanto piuttosto la magnitudo degli effetti sociali e dei soggetti coinvolti.

Tuttavia, le riflessioni del prof. Paolo Castelnovi in merito al ruolo del cosiddetto “paesaggio attivo” e dei fenomeni ad esso correlati di riattivazione delle dinamiche urbane possono fornire spunti interessanti anche per individuare una “misura” della rigenerazione urbana.

La riflessione del professore parte da un assunto intuitivo che tutti noi sperimentiamo quotidianamente: la difficoltà crescente a sentirsi cittadini della propria città. E’ proprio questo fenomeno a far nascere sui social i vari gruppi identitari e storici, o pseudo tali, che raccolgono vecchie foto e cartoline di interni urbani, manifesti di “locali degli anni d’oro” e poesie in dialetto. Ed è sempre questo fenomeno, condito da frustrazione e delusione, che sostiene la nascita dei “comitati contro”, che cercano di bloccare qualsiasi trasformazione, talvolta senza davvero entrare nel merito della sua qualità.

La città dei decenni passati era familiare, come un grande vicinato di quartiere, mentre oggi si fatica a riconoscersi in quella attuale, sono andati persi molti dei riferimenti socio-culturali che un cittadino poteva dire di conoscere per sperimentazione diretta e specifica.  Dietro alla nostalgia di quei luoghi e dei loro usi si nasconde spesso un vero e proprio “spaesamento” e la necessità di continuare a sentirsi proprietari culturali del proprio paesaggio, una competenza spaziale che accumunava tutti i cittadini di un determinato borgo o quartiere. Il paesaggio “proprio” di una comunità veniva vissuto come un vero e proprio bene comune, produttore di cittadinanza ed espressione del “senso corale delle storie locali”.

Oggi siamo tutti molto più city-users che cittadini, quasi ospiti dei luoghi in cui viviamo, la cui spazialità e percezione difficilmente ancora esprimono i valori della comunità che le abita.

E’ in questo quadro che il paesaggio rivela tutta la sua strategicità e può dimostrarsi un prezioso strumento di Rigenerazione. Se è vero e ormai condiviso che la Convenzione Europea del Paesaggio oltre 20 anni fa lo ha definito una componente strutturale del senso di identità delle comunità locali, il Paesaggio smette di essere contesto e diventa invece la misura dell’effetto delle trasformazioni. Nello specifico, Castelnovi introduce l’interessante idea di poter definire delle unità di paesaggio urbano secondo un criterio innovativo, ovvero quello della scala della soggettività locale. Il paesaggio di una comunità lo si “perimetra” e definisce sulla base dell’ambito per il quale quella comunità è disposta a mettersi in gioco, a entrare in scena e ad attivarsi.

A chi si occupa di Rigenerazione e crede in progetti che si basano in primis sulla rinascita delle comunità che fanno vivere ed evolvere i luoghi, la scala della soggettività locale sembra un ottimo strumento anche per definire i “bordi” di un comparto di Rigenerazione. In quest’ottica, anche la Partecipazione si riempie di senso e diventa davvero uno strumento di progetto, sin dai primi passi, ovvero la via privilegiata proprio per la definizione di quei bordi e quegli ambiti da sottoporre a rigenerazione, perché percepiti come sede delle relazioni spaziali di un gruppo sociale.

Di esempi in cui questo metodo si è auto-applicato o nei quali sarebbe stato interessante applicarlo se ne potrebbero fare tanti, in contesti metropolitani, urbani e perfino rurali.

Non a caso è proprio un progetto vincitore nel 2023 del premio “Giulio Andreolli – Fare Paesaggio”, istituito dall’Osservatorio del Paesaggio della Provincia autonoma di Trento in collaborazione con Tsm|step Scuola per il Governo del Territorio e del Paesaggio, a costituire un esempio vincente di paesaggio culturale che diventa “paesaggio attivo” e rigenera un borgo e il suo territorio. Parliamo dell’iniziativa “Il Castello di Pergine bene di comunità” della Fondazione CastelPergine Onlus, nell’Alta Valsugana.

Il Castello di Pergine è una maestosa fortezza medievale, simbolo storico e culturale della comunità che ne abita il territorio. Quando, nel 2017, si diffuse la notizia che la famiglia svizzera proprietaria lo aveva messo in vendita, i cittadini iniziarono dapprima a preoccuparsi, chiedendosi se la nuova proprietà avrebbe stravolto le funzioni del castello, lo avrebbe modificato e, con esso, avrebbe cambiato o anche dissolto il rapporto secolare con la comunità locale, che in quell’imponente maniero vedeva un punto di riferimento non solo percettivo. Fu allora che un gruppo di cittadini di Pergine costituì un Comitato di scopo, promuovendo numerose iniziative volte a coinvolgere la comunità locale, i turisti e i cittadini sensibili alla salvaguardia del patrimonio culturale. Dando così vita ad un progetto ambizioso e generativo di cittadinanza attiva e responsabile, orientato all’acquisizione collettiva del Castello di Pergine. Attraverso una campagna di raccolta fondi e attività di sensibilizzazione rivolte a cittadini, istituzioni, enti e associazioni, il Comitato cercò non solo di richiamare l’attenzione sul destino del castello, ma anche di costruire le basi per una condivisione ampia e solida del progetto di acquisto comunitario. Dapprima la sottoscrizione del preliminare d’acquisto, poi gli incontri con stakeholder e partner, infine la definizione di fonti di finanziamento diversificate con la nascita della Fondazione CastelPergine Onlus, che ne assunse la responsabilità, promuovendone la tutela e una valorizzazione innovativa, partecipata, a basso impatto ambientale e ad alto valore umano, che lo ha trasformato in un polo di vitalità culturale, turistica e socio-economica, capace di generare benefici per l’intero territorio.

Ora la Fondazione è Ente del Terzo Settore, ha raccolto oltre 880 sottoscrizioni, gestisce il Castello con le sue pertinenze, due ristoranti e uno storico albergo dislocato in tre torri, circa 3.800 mq coperti e 17 ettari di proprietà boschive e prative. Per assicurare l’accessibilità del castello sono stati realizzati e programmati numerosi interventi di restauro, che qualificano il complesso monumentale, oltre a innumerevoli iniziative come mostre d’arte, incontri, spettacoli, occasioni di studio e conoscenza, che hanno motivato aggregazione, consolidato e generato nuove collaborazioni.

La Giuria del premio “Giulio Andreolli – Fare Paesaggio” ha riconosciuto proprio “il valore esemplare all’iniziativa di acquisizione e gestione comunitaria di un bene culturale di grande valore storico, artistico, paesaggistico e sociale. Il successo di un’esperienza di gestione ‘dal basso’ dimostra il senso di appartenenza e l’attaccamento della comunità al proprio territorio accanto ad una straordinaria capacità di intraprendenza. I risultati ottenuti nel campo dell’organizzazione di eventi culturali, educativi e formativi, uniti alle iniziative volte alla manutenzione e al restauro del bene monumentale e delle sue pertinenze, dimostrano la solidità di un’iniziativa che testimonia l’efficacia di un modello gestionale declinabile anche in altri contesti per il recupero e la rigenerazione del patrimonio paesaggistico”.

La costituzione della Fondazione e l’acquisizione partecipata del castello hanno rappresentato dunque un elemento dirompente nella gestione del patrimonio paesistico, in cui, raccolti attorno all’immagine e alle mura del castello, i cittadini della comunità locale hanno ritrovato loro stessi, si sono riscoperti e definiti, attivando un percorso virtuoso di crescita culturale del territorio e di corresponsabilità, rigenerando il “proprio” paesaggio e, al tempo stesso, garantendone il diritto di accesso, conoscenza e partecipazione a tutti.

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