L'ARCHITETTURA VISTA DA LPP / 54
Venturino Ventura, progettista dimenticato: le sue palazzine romane dialogano con i grandi dell’architettura
Nel panorama dell’architettura italiana riaffiorano periodicamente alcuni personaggi di rilievo che sono stati dimenticati. Si tratta di un fenomeno in parte inevitabile causato dalla ragione banale che è impossibile ricordarsi di tutti, ma anche da motivi meno innocenti, di ordine ideologico. Se non appartieni a una lobby, al circolo ristretto di una rivista, di un’associazione o di una comunità accademica, le probabilità di essere trascurato aumentano sensibilmente.
È accaduto ad architetti di grande spessore come Leonardo Ricci, Leonardo Savioli, Luigi Pellegrin, Mario Galvagni, Vittorio Giorgini, Francesco Palpacelli. Ma il caso più emblematico è quello di Venturino Ventura. Per lungo tempo è stato poco più di un nome che riaffiorava, sporadicamente, parlando di alcune tra le più belle palazzine romane. Un nome isolato, privo di contesto, avvolto dal silenzio.
Ancora oggi, nonostante ricerche recenti — tra cui quelle di Elena Mattia, di Cecilia Sebastiani, di Roberta Piroddi, di Francesca Tamburini, di Ivan Valcerca e del Dipartimento di Storia, Disegno e Restauro dell’Architettura dell’Università La Sapienza — i dati certi sono pochi. Nasce a Firenze nel 1910; si laurea a Roma nel 1936; è allievo e assistente di Vittorio Ballio Morpurgo; collabora con figure centrali del regime. Nel settembre 1938 vince il concorso per la costruzione della Torre delle Nazioni alla Mostra d’Oltremare di Napoli, proprio mentre l’Italia ufficializza la persecuzione razziale.
Ventura ha probabilmente, ma anche su questo non vi sono certezze, qualche ascendente ebraico, ed è guardato con sospetto. Le leggi razziali avanzano. Non viene espulso. Anzi, costruisce. Di certo riesce a restare a galla in un contesto che elimina altri con brutalità.
Poi la guerra. Il ritiro. La sopravvivenza. E una scelta: stare ai margini. Dopo la Liberazione, Ventura si sposta, si defila. Si trasferisce a Chieti. Lavora forse come imprenditore edile, attività più redditizia della professione di architetto. Nei primi anni Cinquanta torna a Roma, senza clamore: abbandona l’imprenditoria, ritorna a fare l’architetto e basta, apre lo studio e si concentra sulla committenza privata. Le riviste lo ignorano, la critica lo sfiora appena.
Eppure, sotto questa ritiratezza, continua a pensare in grande. Realizza numerose opere e, sul finire della carriera, lavora a un libro visionario, La città condannata: un manoscritto corredato da disegni straordinari, in cui immagina scenari urbani alternativi e utopici. Vi si dedica per quasi vent’anni, come suggeriscono i dettagli minuziosi quali le carrozzerie delle automobili, tipiche degli anni Settanta. Il libro non verrà pubblicato. Poco prima di morire, nel 1991, Ventura lo affida alla SIAE per tutelarne il copyright, quasi intuendo una futura riscoperta. E per fortuna: gran parte degli altri suoi disegni andrà perduta, forse distrutta in un incendio dello studio.
Una vicenda inquietante e affascinante, avvolta da un persistente alone di mistero.
Questa scelta di riservatezza nasce forse da timidezza, forse da un’incapacità di confrontarsi con il sistema della comunicazione: meglio costruire, lavorare.
Le sue opere parlano per lui, più di qualsiasi biografia. Nel dopoguerra, a Roma, la palazzina diventa la tipologia privilegiata della borghesia, alternativa al palazzo popolare e al tempo stesso economicamente più accessibile della casa unifamiliare. Ventura ne realizza molte, tutte di straordinaria qualità.
Alcune attirano l’attenzione di Bruno Zevi che ne pubblica un paio, ma sono eccezioni. Nel complesso restano lì, silenziose. E oggi sorprendono. Anche perché non condividono una grammatica unitaria. Mutano registro, oscillano tra moderno e organico, tra suggestioni wrightiane e aperture al barocco, fino a un sottile sperimentalismo borrominiano.
In ogni progetto Ventura sembra confrontarsi con un grande protagonista dell’architettura: il purismo di Le Corbusier nella palazzina tra via Nicotera e via Ciro Menotti; l’organicismo di Frank Lloyd Wright in quella tra via Nicotera e via Montanelli; il barocco romano nell’edificio tra via Salaria e via Bruxelles. Ma non si tratta di un gioco linguistico. Ventura non cita: usa. Tetti, tagli, articolazioni volumetriche rispondono a esigenze concrete, normative, economiche, distributive. Anche i gesti apparentemente formali sono soluzioni tecniche. È un’architettura che risolve, non che si esibisce. Tanto da essere apprezzata dai costruttori, in genere molto critici verso gli architetti creativi.
E funziona. Ancora oggi regge, senza bisogno di spiegazioni.
In questo senso, Ventura si distacca dalle derive più modaiole del postmoderno, dove la ricerca linguistica diventa un gioco gratuito e finisce talvolta per mettere in crisi la costruzione stessa. Si avvicina invece alla tradizione degli architetti-costruttori romani. Bisogna sottolineare infatti che non era solo: accanto a lui nella Capitale operavano progettisti di grande qualità come lo studio Monaco Luccichenti, Ugo Luccichenti, Cesare Pascoletti, Maurizio Sacripanti. Nomi che, come il suo, si sono progressivamente sfilacciati nel tempo.
Guardando queste opere, molte nei quartieri Prati e Parioli, si misura la distanza dal presente, in cui costruire è spesso meno incisivo nei risultati, non per mancanza di talento, ma per un sistema che comprime, regola, limita.
La memoria non è stabile: si consuma, seleziona, cancella. E ogni tanto andrebbe reinterrogata. Qualcuno dovrebbe tornare su queste figure laterali, su queste storie incomplete. Non per nostalgia, ma per giustizia.
Venturino Ventura, nonostante le recenti riscoperte, resta ancora lì: poco visibile, quasi trasparente. È compito della critica, evitargli di scomparire. Per chi volesse, intanto, saperne di più, consiglierei il libro, recentemente pubblicato, di Benedetta Tamburini, Venturino Ventura, tre declinazioni del linguaggio architettonico romano, edito da Edizioni Nuova Cultura (Novembre 2025), un ottimo testo che ci racconta, attraverso alcune magistrali opere, la storia di questo progettista dimenticato.
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