SPRINT EMILIA-ROMAGNA SULLE AREE IDONEE

Piani energetici regionali, l’ok di Sardegna e Liguria. Ma almeno otto Regioni devono ancora aggiornarli

L’allarme di Legambiente in Calabria: “Servono risposte integrate a più livelli, adottando soluzioni già disponibili, dalle più semplici alle più complesse, e intervenendo in diversi ambiti per adattare i territori e mitigare gli effetti di fenomeni che non possono più essere considerati eccezionali”. Il Priec, o Pear, serve per definire le strategie al 2030 e al 2040 per il Fit for 55.

03 Giu 2026 di Mauro Giansante

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Piani energetici regionali, l’ok di Sardegna e Liguria. Ma almeno otto Regioni devono ancora aggiornarli

Aree idonee, zone di accelerazione, autorizzazioni agli impianti ma anche piani energetici regionali. C’è anche quest’ultimo tassello normativo a mancare in tante Regioni nel percorso di governo e pianificazione della transizione energetica sui territori. Una mancanza che si unisce, poi, a un quadro nazionale altrettanto rallentato, vischioso. Come ha sentenziato il rapporto Legambiente la scorsa settimana: con questo trend gli obiettivi 2030 saranno raggiunti solo nel 2036. Secondo quanto ricostruito da questo giornale, sono almeno otto le Regioni che devono aggiornare il proprio piano energetico ai sensi degli obiettivi europei al 2030, 2040 e fino al 2050.

Sardegna e Liguria aggiornano il Pear ma vanno in direzione opposta

Il tema è tornato d’attualità con le recenti approvazioni dei documenti di Sardegna e Liguria. La giunta regionale isolana ha, il 27 maggio scorso, ha approvato il Documento preliminare di aggiornamento del Piano Energetico Ambientale della Regione Sardegna (PEARS), il Documento di scoping e la Valutazione d’incidenza ambientale. L’iter prevede ora l’invio del Documento di scoping all’Assessorato dell’Ambiente, che provvederà successivamente a trasmetterlo agli altri soggetti competenti. Gli scenari energetici erano stati definiti già a fine aprile, quando la Regione aveva ribadito, per bocca dell’assessore Emanuele Cani, l’obiettivo “di assicurare una transizione giusta e sostenibile che coniughi sicurezza del sistema energetico, competitività dei costi per cittadini e imprese e tutela ambientale”. Lo stesso Caniaveva evidenziato come il nuovo Pears “costituirà uno strumento fondamentale per lo sviluppo industriale e ambientale dell’intera regione. Vogliamo una Sardegna protagonista della transizione, capace di produrre e gestire in modo sostenibile la propria energia, creando valore, occupazione e autonomia”. Parole di ottimismo e di totale supporto alla transizione verde, insomma, sulla scia della linea Todde. Eppure, lo stesso report di Legambiente segnala ancora una volta che la Sardegna è tra le regioni più in ritardo, tanto che rischia di raggiungere il traguardo (i 6,2 GW aggiuntivi che il Decreto Aree Idonee assegna all’isola) solo tra venticinque anni. Da un lato ci sono i numeri che dicono che l’isola ospita circa il 4,8% della capacità rinnovabile nazionale, collocandosi al decimo posto tra le regioni italiane, dopo la Campania (4.729,7 MW) e prima della Calabria (3.361,6 MW). Dall’altro ci sono le decisioni politiche, a proposito di pianificazione. “La Sardegna – ha ricordato Giorgio Querzoli, responsabile scientifico di Legambiente Sardegna – è stata la prima ad aver approvato la legge sulle Aree idonee ma ha utilizzato lo strumento normativo per escludere il 99% del territorio regionale dalla possibilità di realizzare impianti di scala industriale”. Un pensiero, evidentemente, non condiviso dal presidente del M5S Giuseppe Conte. Che pochi giorni fa, da Oristano, ha parlato di Sardegna come “modello virtuoso per le rinnovabili, perché accompagnare questa transizione è fondamentale per garantire sicurezza energetica. E lo ricordiamo, qui, a differenza delle falsità che vengono diffuse, il territorio, un buon 1% del territorio dedicato alle rinnovabili con investimenti previsti nell’ordine di 1 miliardo di euro“.

Venendo alla Liguria, il nuovo piano energetico regionale è stato approvato il 21 aprile scorso e definisce la strategia per gli obiettivi al 2030 tramite quattro ambiti principali: efficienza energetica, sviluppo delle fonti rinnovabili, innovazione tecnologica e mobilità sostenibile. “Fissiamo obiettivi tangibili, a partire dal target di 1.059 megawatt di nuova potenza da fonti rinnovabili, che puntiamo a raggiungere, se possibile anche a superare, attraverso un mix di tecnologie come fotovoltaico, eolico e idroelettrico”, ha spiegato l’assessore all’energia Paolo Ripamonti. “E i dati ci rendono fiduciosi: siamo già al 60% dell’obiettivo intermedio al 2026. È un percorso che vogliamo portare avanti insieme a imprese e territori, in una logica di condivisione e responsabilità comune”.

L’approccio seguito in questo caso è totalmente opposto al caso sardo. Per ricordare, l’obiettivo assegnato alla Liguria dal ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica è di raggiungere 1.059 MW di potenza installata entro il 2030. Ma il piano regionale ligure prevede uno sviluppo più ambizioso, ovvero fino a 1.191 MW. Dal 2021 a oggi, ricorda la Regione, sono già stati installati 225 MW di nuova potenza rinnovabile elettrica, pari al 21,5% del target al 2030 e a circa il 60% dell’obiettivo intermedio al 2026: 146 MW da fotovoltaico, 75 MW da eolico e 4 MW da idroelettrico. Di più: gli studi condotti insieme a Ire e università di Genova evidenziano come il territorio sia particolarmente adatto allo sviluppo del fotovoltaico diffuso di piccola scala, mentre l’eolico è previsto solo in aree compatibili con la tutela del paesaggio. Per l’idroelettrico si punta invece al revamping e alla riattivazione di piccoli impianti dismessi. E poi la Regione punta anche a sfruttare altre azioni di supporto, quali i bandi di finanziamento per impianti rinnovabili diffusi, promozione e sostegno alle comunità energetiche rinnovabili (Cer) e semplificazioni normative attraverso la futura legge sulle aree idonee.

Spazio, infine, anche per ricerca e tecnologie avanzate. Tra le soluzioni in fase di studio ci sono, ad esempio, l’energia dal moto ondoso, l’eolico offshore galleggiante, il nucleare di nuova generazione e l’idrogeno. Quanto alla mobilità, il settore dei trasporti incide per circa il 34% dei consumi energetici regionali. Il Pear prevede pertanto interventi per la sua decarbonizzazione, tra cui il sostegno all’uso del gas naturale liquefatto (Gnl) nel trasporto marittimo, il potenziamento della mobilità ferroviaria regionale (inclusi i servizi ferro-gomma) e lo sviluppo di una rete efficiente di ricarica per veicoli elettrici, anche con il contributo delle comunità energetiche.

I casi virtuosi, ma diversi, di Emilia-Romagna e Campania

Altri casi virtuosi di pianificazione energetica sono senza dubbio l’Emilia-Romagna e la Campania. Ma in modo diverso.

La prima aveva approvato il Per 2030 nel 2017 ma ogni anno pubblica un puntuale rapporto di monitoraggio. Secondo l’ultima versione, al 2024 si rileva un incremento delle risorse pubbliche investite di circa il 24% e di quasi il 60% dei progetti finanziati rispetto al precedente rapporto di monitoraggio. Inoltre, gli obiettivi del Per 2030, in termini di potenza elettrica da rinnovabili, corrispondono ad una copertura pari a circa il 34% di consumi elettrici coperti da produzioni rinnovabili al 2030, e pari a circa il 27% di consumi energetici finali totali coperti da produzioni rinnovabili sempre al 2030. Entrambi gli obiettivi – spiega il dossier -sono ampiamente superati dalle previsioni del Patto per il Lavoro e il Clima e dello stesso Pta 2022-2024, in cui è prevista la copertura con rinnovabili sui consumi finali totali di energia pari al 22% per l’anno 2024, e pari al 50-60% al 2030, pertanto doppia rispetto alla previsione del Per 2030 del 27% di consumi energetici finali totali coperti da produzioni rinnovabili.

E’ anche vero, si sottolinea, che partendo dal dato di 14,2% di consumi finali lordi complessivi coperti con rinnovabili, per giungere a circa il 56% di copertura nel 2030, si dovrebbe avere un tasso di incremento annuo pari a circa l’8%, e quindi un tasso corrispondente di crescita di produzione energetica derivante dagli impianti installato nel territorio regionale, impossibile senza un deciso incremento di numerosità di grandi impianti con utility scale. Nelle considerazioni finali, comunque, la Regione già guarda al nuovo piano 2035.

La scorsa settimana, intanto, è arrivata la nuova legge sulle aree idonee ad ospitare gli impianti rinnovabili. E anche qui l’Emilia-Romagna fa da modello. Il testo, infatti, riconosce ulteriori aree idonee rispetto a quelle già indicate dalla legge nazionale (decreto legislativo 190 del 2024): interporti, siti bonificati, cave ripristinate. Ma anche aree ecologicamente attrezzate, rotatorie stradali e spazi nella disponibilità dell’Autorità di Sistema Portuale. Viene precisato che dovrà essere assicurato il raggiungimento dell’obiettivo di 6,3 GW, con un potenziale incremento di potenza installata al 2030 di 10 GW, oltre il target assegnato. La norma chiarisce inoltre che l’individuazione di una porzione di territorio regionale come area idonea non attribuisce al proponente il diritto all’installazione di impianti, ma determina l’applicabilità delle semplificazioni amministrative previste dal decreto legislativo 190 del 2024. La legge stabilisce inoltre che gli interventi di nuova costruzione e di ristrutturazione importante debbano prevedere l’installazione di impianti alimentati a fonti rinnovabili sulle superfici degli edifici e sui parcheggi di pertinenza. I Comuni potranno inoltre stabilire una fascia di rispetto fino a 30 metri lineari dagli ambiti urbani residenziali. Nelle aree interessate da colture certificate sarà infine possibile installare esclusivamente impianti agrivoltaici e geotermici. Per quanto riguarda l’utilizzo delle aree con destinazione agricola la legge stabilisce che l’installazione di impianti a fonti rinnovabili non possa interessare una quota superiore all’1,5% della Superficie agricola utilizzata (Sau) dell’intero territorio regionale, calcolata a partire dal 31 dicembre 2020. Inoltre, in ciascun Comune dell’Emilia-Romagna gli impianti non potranno interessare una quota superiore al 2,5% della Sau comunale, salvo specifiche deroghe da parte dell’amministrazione stessa. La legge specifica anche i criteri per il computo della Sau interessata da impianti di fonti di energia rinnovabile; così come viene disciplinata l’installazione degli impianti agrivoltaici, prevedendo il mantenimento dell’attività agricola e la conservazione di almeno l’80% della Produzione lorda vendibile (Plv).

Quanto alla Campania, il piano energetico risale al lontano 2020 ma la Regione è leader sulle installazioni grazie a procedure autorizzative sempre più snelle, semplificate e standardizzate. Secondo quanto comunicato a inizio anno da Simona Brancaccio, direttrice generale dell’ufficio speciale “Valutazioni ambientali” della Regione, e riportato dal sito Qualenergia, “dal 2021 alla fine di ottobre 2025 la Campania ha installato impianti rinnovabili per 1.317 MW, raggiungendo con due mesi di anticipo l’obiettivo fissato dal decreto aree idonee per il quinquennio di 1.297 MW e portandosi a un terzo (33%) del target 2030 di 3.976 MW”. Secondo il rapporto Legambiente Campania, solo grazie all’eolico, le potenze indicate nelle quattro province campane arrivano a quota 2.062,97 MW. Sono 11 i progetti autorizzati tra 2022 e 2024, dettaglia il dossier, che porteranno a una riduzione del 75% del numero di aerogeneratori e al contempo un aumento della potenza installata del 58%. Rimangono attualmente solo due progetti in attesa di valutazione: i tre aerogeneratori di Wind Energy Casalbore Srl a Casalbore e i 13 aerogeneratori di Edison Rinnovabili SpA a Bisaccia. Grazie a questi due progetti, si avranno, quando approvati, ulteriori 15 aerogeneratori in meno e un aumento di 6,3 MW della potenza.

Le altre Regioni tra ritardi e nuove pianificazioni. Il caso Calabria

Nel 2025, invece, hanno aggiornato il proprio piano energetico la Sicilia, il Veneto e le Marche. Nel 2024 era stata la volta di Valle d’Aosta, Friuli-Venezia Giulia e Puglia. Ferme alla versione 2022 sono Toscana, Lazio, Piemonte, Abruzzo e Lombardia. Il Piemonte, però, redige annualmente il proprio rapporto statistico sull’energia e l’ultima versione testimonia importanti passi avanti. La Toscana, invece, secondo i numeri di di Elemens e Public Affairs Advisors è ferma a 935 megawatt su 4.250 di nuova energia pulita da produrre al 2030.

L’Umbria, intanto, lavora dal 2023 all’aggiornamento del proprio piano energetico. Da lunedì è online il nuovo portale per le aree di accelerazione e le aree idonee per impianti a fonti energetiche rinnovabili. L’obiettivo è fornire a cittadini, professionisti ed enti locali un quadro conoscitivo chiaro e accessibile sulle zone deputate all’installazione di impianti a fonti rinnovabili. Mentre, ha annunciato l’assessore all’ambiente Thomas De Luca, nelle prossime settimane arriverà in via definitiva il Piano Regionale Integrato Zone Accelerazione Territoriali pre-adottato con la DGR 473/2026.

 

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Sono fermi da tre o quattro anni anche Calabria e Molise. In Trentino, invece, vige il piano 2021. Sul caso calabrese è intervenuta la Legambiente locale a fine marzo chiedendo che la Regione “completi il nuovo Piano regionale energia e clima (Priec), coordinato dal dipartimento unità per l’Efficienza energetica dell’Enea, per definire strategie al 2030 e al 2040 in linea con gli obiettivi europei del pacchetto ‘Fit for 55’, favorendo la transizione energetica e rafforzando l’economia regionale a beneficio di cittadini e imprese”. Servono, allora, “risposte integrate a più livelli, adottando soluzioni già disponibili, dalle più semplici alle più complesse, e intervenendo in diversi ambiti per adattare i territori e mitigare gli effetti di fenomeni che non possono più essere considerati eccezionali, né affrontati con logiche emergenziali. Serve, soprattutto, la capacità imprescindibile di guardare non solo a ciò che accade nel presente, ma anche a ciò che accadrà nel prossimo futuro”. Invece, secondo l’Osservatorio città clima, dal 2010 a oggi in Calabria si sono verificati 133 eventi meteo estremi.

 

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