RILANCIATO L'HUB DI CIVITAVECCHIA
Energia, il Pd: “Toglierla dalle competenze regionali”. Poi attacca il governo ma su Sardegna, Umbria e idroelettrico non è diverso
IN SINTESI
Il Partito democratico prosegue nel suo percorso di dialogo con imprese, stakeholder e cittadini sui temi della politica industriale. Un nuovo tassello della costruzione dell’alternativa di governo basata non sull’antimelonismo bensì sui temi concreti è stato messo venerdì pomeriggio a Civitavecchia, città simbolo dell’attuale stallo italiano sull’energia. Proiettata da un lato a diventare hub dell’eolico offshore, immersa, per ora, nell’indecisionismo governativo sulla centrale di Torrevaldaliga nord. Tanti i temi sul tavolo della discussione, locali, regionali e nazionali. Altrettante le proposte avanzate dal partito guidato da Elly Schlein, a cominciare da quella di riformare la Costituzione per restituire al governo nazionale la competenza esclusiva sull’energia. Ma non solo.
Il Pd attacca il governo, Eni ed Enel sulla transizione
La linea rilanciata dalla segretaria e dal responsabile per le politiche industriali del Pd, Andrea Orlando, è stata quella che individua i colpevoli nella “lobby delle fossili che puntano a prolungare la vita dei fossili per i profitti”. Per Schlein, però, “è la politica che dà la missione alle grandi partecipate non il contrario”. E, a proposito di politica, per la numero uno del partito il governo Meloni “per ragioni ideologiche ha dichiarato guerra alle rinnovabili, non si spiega e va contro all’interesse nazionale. Noi dobbiamo continuare a incalzare il governo si questa strada, quella che ha intrapreso è dannosa”.
Per Andrea Orlando “oggi Enel ed Eni sono fra gli ostacoli alla realizzazione di questo processo” sulla transizione energetica “hanno interesse a rallentare e stanno rallentando. Così come è un fatto che nella transizione europea non ci sia un coordinamento fra i soggetti a partecipazione pubblica”.
Ma nelle Regioni la linea è la stessa: no a pale e pannelli
A dirla tutta, però, la linea incerta sulle rinnovabili non è esclusiva dell’esecutivo in carica. Basta leggere le cronache quotidiane in Sardegna, dove la presidente Alessandra Todde rivendica continuamente la linea dura della sua Regione sulla pianificazione degli impianti eolici e fotovoltaici. “Abbiamo detto: questi sono i territori disponibili, queste sono le aree industriali”, ma la realtà è che il 96% del territorio è stato dichiarato non idoneo. Parole contro realtà, eppure Todde continua a rivendicare che “noi vogliamo fare la transizione”.
Un altro caso emblematico di opposizione da sinistra alle rinnovabili è quello dell’Umbria, terra amministrata da una coalizione a trazione Pd-M5S. Nelle ultime settimane ha fatto discutere il progetto eolico Phobos sviluppato da Rwe tra Orvieto e Castel San Giorgio. Diventato mediatico grazie al conduttore radiofonico Rosario Fiorello, che nella sua trasmissione La Pennicanza di Radio Due ha lanciato un appello a bloccare tutto ed evitare “un disastro” paesaggistico. “Esiste una strada praticabile: l’avvio da parte della Regione Umbria di un procedimento di annullamento in autotutela del silenzio-assenso”. Detto fatto. Il 25 maggio la giunta guidata da Stefania Proietti “ha deliberato l’avvio del procedimento di riesame in autotutela del silenzio assenso”. Il “modello umbro” rivendicato dall’amministrazione regionale, si specifica, “non è di contrarietà alle energie rinnovabili ma sempre e comunque di rispetto dell’ambiente, dei territori e del paesaggio”.
Eppure, Fiorello a parte, basta vedere l’ultima legge regionale sulle aree idonee. Secondo Legambiente, Greenpeace e Wwf, è un provvedimento che “impone pesanti restrizioni alle rinnovabili considerate ancora una volta un problema e non la soluzione. Il testo approvato, inoltre, evidenzia gravi e manifesti profili di illegittimità in quanto, in più punti, introduce limiti ostativi allo sviluppo delle fonti rinnovabili, in contrasto con la normativa nazionale vigente e con l’urgenza di decarbonizzazione del sistema energetico, imponendo limiti e ostacoli allo sviluppo e alle opportunità che la stessa regione può cogliere in termini di sviluppo e riduzione dei costi in bolletta, soprattutto in previsione dell’entrata in vigore del prezzo zonale”.
Sì del Pd alla quarta via per le concessioni idroelettriche
Ma anche a livello nazionale, comunque, il Pd non è così distante dalla linea del centrodestra. Nel dl carburanti ter, il senatore Antonio Misiani ha proposto un emendamento che prevede la possibilità di riassegnare direttamente al concessionario scaduto o uscente le concessioni di grandi derivazioni idroelettriche. E’ la cosiddetta quarta via sposata da tempo dal governo Meloni. In alternativa, la proposta di modifica prevede anche la possibilità di costituire con il concessionario scaduto o uscente una societa’ a capitale misto pubblico-privato. Restano ferme le norme che prevedono il passaggio della proprietà allo Stato e la durata delle concessioni.
Nel dossier contenente le proposte energetiche, a proposito della quarta via, si legge: “Nel rispetto della normativa europea in materia di concorrenza, ma anche considerando la criticità delle potenziali esternalizzazioni di infrastrutture strategiche, si ritiene necessaria una strategia nazionale flessibile, che consenta una gestione efficace ed efficiente delle concessioni, capace di garantire maggiore certezza amministrativa, promuovere e pretendere la reale realizzazione degli investimenti necessari per l’ammodernamento degli impianti e spingere per una più equa redistribuzione del valore generato sui territori, coinvolgendo enti locali ed imprese tanto nel percorso, quanto tra i beneficiari delle risorse generate. Al riguardo occorre guardare con attenzione anche alla possibilità di affidare gli impianti agli operatori storici in cambio però di un massiccio piano di investimento e digitalizzazione”.
Crisi energetica, le soluzioni proposte dal Pd. Energia via dalle materie regionali
Provando a sanare questa frattura con le Regioni rosse, la segretaria Elly Schlein ha rivendicato che “il Pd fa una scelta rinnovabilista chiara, netta e convinta e questo però deve avere una sua coerenza anche sui territori. Sappiamo benissimo che abbiamo tanto lavoro da fare. Siamo disponibili a farle insieme e anche ad accompagnare i nostri territori a capire quali sono le cose che hanno funzionato meglio in Europa. Perché non è un problema solo italiano il conflitto tra lavoro, ambiente, paesaggio e natura”.
Addirittura, secondo Andrea Orlando “se da domani si raccogliessero le firme per modificare il Titolo V e riportarlo in capo allo Stato firmerei. Non è una critica alle Regioni, ma siamo entrati in una fase nuova. L’energia è sicurezza nazionale e la sicurezza nazionale non la possono discutere le Regioni”. Nel dossier, l’ipotesi della riforma del titolo del titolo V appare così: “Riteniamo che, all’interno di una più generale revisione della governance per il settore della produzione energetica, da concordare con le regioni e gli enti locali, sarà il rafforzamento dell’azione e delle titolarità della programmazione nazionale con una serie di normative statali efficaci e omogenee volte anche a rimettere in discussioni alcune titolarità legislative concorrenti”.
Come uscire dall’impasse dell’ennesima crisi energetica, allora? “Chiediamo a livello europeo di fare le battaglie giuste per proseguire con gli investimenti comuni, per dare vita a un vero piano industriale europeo e chiedere, nell’emergenza dovuta a questa guerra illegale voluta da Trump e Netanyahu in Iran, un tetto europeo al prezzo del gas”, ha ribadito Schlein a Civitavecchia. Il Pd sta facendo “un percorso di proposta sulla politica industriale che portiamo avanti da tempo con Andrea Orlando, che si arricchisce del contributo delle parti sociali, degli esperti, delle imprese, dei lavoratori. Proviamo a fare una proposta concreta perché il costo dell’energia è la prima preoccupazione delle imprese e delle famiglie in Italia. Vuol dire far perdere potere d’acquisto alle famiglie, vuol dire pagare di più quando vai al supermercato a fare la spesa, vuol dire per le nostre imprese perdere competitività rispetto alle altre aziende francesi, tedesche, spagnole”.
Il no all’uso dei fondi Coesione, meglio tassare gli extraprofitti delle società
Lo stesso Misiani insieme ad Annalisa Corrado, responsabile ambiente del Pd, ha rilanciato il no all’uso dei fondi Coesione contro la crisi energetica. “Sarebbe un errore. Quei fondi sono in molti casi già impegnati e sono destinati a ridurre i divari territoriali. Usarli come bancomat di emergenza — come giustamente denunciano le Regioni europee — significa trasformare la politica di investimento strutturale in un’aspirina temporanea. Dirottarli verso altre finalità penalizzerebbe il Sud e i territori più fragili”, ammette il senatore. Meglio “tassare gli extraprofitti delle società energetiche, iniziando a dare seguito concreto a livello nazionale alla lettera che lo stesso ministro Giorgetti ha firmato il 4 aprile scorso insieme ad altri quattro colleghi europei sollecitando un’iniziativa in questa direzione. Quelle risorse esistono, sono ingenti e sono nella disponibilità di chi dalla crisi energetica ha tratto vantaggio, non di chi ne ha subito il peso”.
Anche per Corrado, “utilizzare i fondi di coesione per abbassare il costo dell’energia, come proposto dal commissario Fitto, significa sottrarre risorse preziose destinate a ridurre le disuguaglianze territoriali, sostenere i territori più fragili e accompagnare la transizione ecologica e sociale. È una scelta sbagliata e miope”. Bisogna, invece, “intervenire sulle cause strutturali che continuano a generare extraprofitti enormi per alcuni operatori del settore. Quegli extraprofitti vanno certamente tassati – sottolinea l’esponente dem – ma soprattutto occorre capire da dove derivano: è necessario indagare a fondo le dinamiche del mercato energetico per evitare fenomeni speculativi che scaricano costi insostenibili su famiglie e imprese. Non possiamo utilizzare i fondi di coesione come un salvadanaio da prosciugare ogni volta che il mercato energetico mostra le sue fragilità, né tantomeno per compensare distorsioni private senza correggere il sistema”. Infine: “Servono maggiore trasparenza nella formazione dei prezzi e investimenti strutturali nelle rinnovabili programmabili e non programmabili, nelle reti e nell’efficienza energetica. Solo così – conclude – potremo abbassare stabilmente il costo dell’energia evitando che sia il gas a determinarlo, garantendo sicurezza energetica e giustizia sociale”.
Il caso Civitavecchia
Intanto, come accennato sopra, la scelta di svolgere questo dibattito a Civitavecchia non è stata certo casuale. Per il Pd locale, “il dato politico è chiaro: il Partito Democratico nazionale riconosce Civitavecchia come città centrale nel percorso di ricostruzione di una nuova politica industriale, energetica e occupazionale per il Paese”. Una città, quindi, che “non è una periferia della transizione, ma uno dei luoghi in cui si decide se la transizione sarà lavoro, salute, innovazione e futuro, oppure soltanto l’ennesimo cambio di servitù”.
Una città, ancora, che sogna di diventare modello delle’energia pulita con il progetto di hub dell’eolico offshore. “Rappresenterebbe una vera traiettoria di transizione, resta frenato da resistenze e nodi autorizzativi. La logistica e lo stoccaggio ampliano filiere già presenti”, spiega il Pd civitavecchiese. “Poi emerge il progetto Maire/NextChem, legato al trattamento della plastica e al riciclo chimico, indicato come il più immediatamente praticabile, soprattutto in presenza di aree disponibili anche dentro il perimetro della centrale. È qui che il punto diventa politico: dopo oltre cinquanta proposte annunciate, davvero la strada subito pronta per Civitavecchia deve essere una nuova servitù ambientale? Davvero Governo e destra territoriale pensano di andare contro la linea tracciata dalla città e dall’Amministrazione, che chiede salute e lavoro insieme, non lavoro contro salute?
È grave continuare a parlare di ordini del giorno, atti di indirizzo, tavoli e disponibilità generiche, mentre alla città servono dispositivi attuativi, cronoprogrammi, aree liberate, progetti coerenti e garanzie occupazionali. Questa destra sembra vedere solo il ritorno industriale immediato. Noi diciamo che non ogni industria è sviluppo, non ogni investimento è futuro, non ogni progetto merita Civitavecchia”.

In conclusione: “Il Governo nazionale, la Regione Lazio e gli esponenti territoriali della destra non possono continuare a recitare parti diverse. Governano a Roma e alla Pisana, decidono o rinviano nei luoghi del potere, poi sul territorio protestano, minimizzano o applaudono il nulla. Sulla centrale, la “riserva fredda” congela aree, progetti e lavoratori. Sul phase out mancano certezze vere. Sulla riconversione si parla di tavoli e disponibilità generiche. Sui rifiuti Civitavecchia rischia ancora di essere trattata come territorio di servizio per problemi prodotti altrove. Sull’industria mancano tempi, strumenti e garanzie. Questa non è transizione. È sospensione organizzata”.
La difesa del Mase
Intanto, venerdì, fonti del Mase hanno provato a rilanciare la linea del governo. Che “sta lavorando per creare un mix energetico equilibrato capace di essere efficace nel breve periodo ma con uno sguardo rivolto al futuro, senza cavalcare nessuna battaglia ideologica che danneggia solo la nostra economia e il futuro del nostro Paese. Per la prima volta nel 2025 in Italia l’energia da fonti rinnovabili ha superato quella prodotta da fonti fossili e sull’installato siamo in vantaggio rispetto al cronoprogramma contenuto nel Pniec, che prevede 80 giga di nuovo rinnovabile entro il 2030. Il nostro è il governo delle rinnovabili: abbiamo invertito un trend negativo ereditato dai governi degli ultimi anni, che avevano portato il settore ai minimi storici in termini di nuove installazioni”.
Sulla aree idonee, hanno spiegato dal ministero di Pichetto Fratin, “bisogna piuttosto constatare che ancora oggi, troppo spesso, sono proprio le amministrazioni locali di opposizione a questo governo a ostacolare o bloccare a livello regionale i nuovi impianti rinnovabili sui territori. Noi continueremo a lavorare facendoci guidare dalla scienza e dalla tecnologia, senza ideologie di parte. Solo così potremo costruire e lasciare ai nostri figli un’Italia e un’Europa decarbonizzata e sicura. Con le rinnovabili che saranno affiancate dal nucleare sostenibile di nuova generazione, dall’idrogeno e tutti gli strumenti che ci fornirà la ricerca. Non consentiremo che l’Italia resti arroccata all’ambientalismo ideologico dei decenni passati. Ci assumeremmo la responsabilità di accompagnarla nel futuro”.
Belle parole non mancano, insomma, da ambo le parti politiche. Le proposte, anche, sono allettanti. Per i fatti, si vedrà.