PROSSIMITÀ / 14

Torre Milano, tutti assolti ma il problema resta: e ora chi paga il conto? Il prezzo dell’incertezza tra norme, interpretazioni e investimenti

19 Giu 2026 di Anna Gagliardi

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La vicenda della Torre Milano si è chiusa, almeno per ora, con una sentenza che farà discutere a lungo. Non perché abbia stabilito che il fatto non esisteva. Al contrario. Il fatto c’era. Il Tribunale di Milano qualche giorno fa, ha assolto gli imputati con la formula “il fatto non costituisce reato“, riconoscendo l’assenza dell’elemento soggettivo. Tradotto: costruttori, professionisti e funzionari pubblici hanno operato seguendo un sistema interpretativo che per anni era stato considerato corretto, consolidato e legittimo. Tutti assolti. Fine della storia? In realtà no. Perché la vera domanda non riguarda gli imputati. Riguarda tutti noi.

Che cosa significa vivere, investire, lavorare e amministrare un territorio in cui una determinata interpretazione delle norme viene applicata per anni, avallata da prassi amministrative, regolamenti, pareri e decisioni, per poi essere ribaltata successivamente da altri organi dello Stato?

È una domanda che va ben oltre Milano. Per anni si è costruito seguendo quello che molti hanno definito il “Rito Ambrosiano”, un sistema interpretativo che consentiva determinate operazioni edilizie considerate compatibili con il quadro normativo “locale”. Successivamente Cassazione e Consiglio di Stato hanno fornito una lettura diversa, ritenendo che quelle stesse operazioni dovessero essere inquadrate in modo differente.

La conseguenza è stata devastante, perché quando una norma cambia interpretazione dopo anni non si produce soltanto un dibattito giuridico. Si producono effetti reali sulla vita delle persone. Chi paga ora il conto? Lo pagano innanzitutto i cittadini che hanno acquistato un appartamento investendo i risparmi di una vita e che improvvisamente si trovano immersi in un vortice di ricorsi, sequestri, incertezze e polemiche. Lo pagano anche le famiglie che non sanno se il valore del proprio immobile sarà preservato o compromesso e se avranno ancora il loro immobile. Lo pagano i professionisti che hanno lavorato secondo le regole che ritenevano corrette e che anni dopo si ritrovano a dover difendere scelte effettuate in un contesto completamente diverso. Lo pagano pure i funzionari pubblici che ogni giorno firmano autorizzazioni, permessi e provvedimenti sapendo che potrebbero essere giudicati, tra dieci anni, sulla base di interpretazioni che oggi ancora non esistono.

Soprattutto lo pagano le imprese e il Sistema Paese, perché mentre il dibattito giuridico prosegue, i cantieri si fermano, i finanziamenti evaporano, i costi aumentano e gli investitori cambiano destinazione e qui emerge un tema che l’Italia continua a sottovalutare.

Parliamo spesso di attrarre investimenti, di rigenerazione urbana, di rilancio delle città, di crescita economica. Organizziamo convegni, tavoli di lavoro, conferenze e strategie nazionali poi però dimentichiamo un dettaglio fondamentale. Nessun investitore cerca soltanto incentivi economici, cerca soprattutto certezze.

Un imprenditore può sopportare una tassazione elevata. Può accettare procedure complesse. Può accettare costi maggiori rispetto ad altri Paesi, quello che non può accettare è l’incertezza. Non può investire decine o centinaia di milioni di euro senza sapere se ciò che oggi è considerato corretto verrà considerato illegittimo tra cinque o dieci anni. Il problema allora non riguarda soltanto Milano. Riguarda migliaia di sindaci, segretari comunali, responsabili degli uffici tecnici e professionisti che ogni giorno cercano di applicare norme sempre più numerose, spesso scritte male, frequentemente modificate e interpretate in modo differente da soggetti diversi. In questo scenario cresce inevitabilmente la paura della firma.

E quando cresce la paura della firma si ferma tutto, si rallentano i procedimenti, si bloccano gli investimenti, si rinviano le decisioni, si moltiplicano le richieste di pareri e dunque si preferisce non decidere. Perché il rischio personale diventa più grande del beneficio collettivo e per quei pochi denari di retribuzione del famoso “posto fisso”, non ne vale la pena.

La sentenza della Torre Milano ci consegna dunque una riflessione molto più ampia del singolo caso giudiziario, ci mette sotto gli occhi un Paese moderno che non può fondarsi sull’incertezza permanente. Le norme possono essere severe. Possono essere rigorose. Possono imporre limiti anche stringenti ma devono essere chiare.

Perché quando una regola può essere interpretata in dieci modi diversi, il problema non è di chi la applica. È di chi l’ha scritta e quando servono anni di processi per capire cosa fosse realmente consentito fare, significa che qualcosa nel sistema non ha funzionato.

Oggi leggiamo “tutti assolti”, direi che è una buona notizia per le persone coinvolte, la domanda che resta sul tavolo è un’altra. Quanti investimenti non partiranno più? Quante imprese sceglieranno altri territori? Quanti funzionari firmeranno con maggiore paura o decideranno di non partecipare a concorsi iper alcune posizioni a dir poco esplosive?

Quanti cittadini continueranno a pagare il prezzo di questa incertezza? Perché alla fine, mentre tribunali, tecnici, amministrazioni e politica discutono sulle interpretazioni, il conto arriva sempre alla stessa destinazione, si i cittadini, coloro che per comprare un appartamento a Milano hanno forse acceso mutui da decenni, vincolando ogni centesimo, ignari della confusione in cui potevano incorrere. Forse questa è la vera questione che la vicenda Torre Milano ci lascia in eredità.

“Tutti assolti. Ma se per capire cosa si poteva fare servono anni di processi, il vero imputato forse è un sistema che ha smarrito la certezza delle regole. E il conto, come sempre, arriva ai cittadini.”

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