PROSSIMITÀ / 18
Prima dell’intelligenza artificiale serve quella amministrativa. Dati sensibili, responsabilità e nuovi strumenti: la sfida non è sostituire le persone con le macchine, ma liberare competenze, organizzare i dati e restituire tempo al lavoro che conta
Ormai parlano tutti di intelligenza artificiale. Potevamo non farlo anche noi? Naturalmente no. Ma proviamo almeno a farlo da un punto di vista diverso: portiamola dentro la Pubblica Amministrazione, dentro un Comune, dentro gli uffici, tra procedimenti, banche dati, gestionali, documenti, scadenze e responsabilità. Insomma, mettiamola alla prova proprio nel luogo in cui, prima o poi, moltissime delle grandi innovazioni annunciate devono trasformarsi in qualcosa di concreto. Ed eccoci qua.
Sembra che improvvisamente tutto debba diventare intelligente. Le città, gli edifici, i servizi, le piattaforme e naturalmente anche la Pubblica Amministrazione. L’intelligenza artificiale promette di leggere documenti, organizzare informazioni, confrontare dati, supportare attività amministrative, ridurre tempi e forse liberarci finalmente da una parte di quel lavoro ripetitivo che ancora oggi occupa troppe ore negli uffici pubblici.
Siamo sicuri che il primo problema della Pubblica Amministrazione sia avere una nuova intelligenza? Forse, prima di aggiungerne una artificiale, dovremmo mettere nelle condizioni di funzionare meglio quella che abbiamo già.
Dietro ogni nuova tecnologia ci sono persone che devono conoscerla, utilizzarla e soprattutto governarla. E oggi non possiamo ignorare che una parte dei dipendenti pubblici incontra ancora difficoltà nell’utilizzo degli strumenti digitali già esistenti, pensiamo solo al BIM, si riscontra un’avversione totale. Non per questo però possiamo fermare l’innovazione. Al contrario, dobbiamo accompagnarla molto più seriamente di quanto abbiamo fatto in passato.
Non basta mettere a disposizione uno strumento e chiamarla digitalizzazione. Non basta organizzare qualche ora di formazione e considerare acquisita una competenza. E soprattutto non possiamo consegnare strumenti sempre più potenti nelle mani delle persone senza spiegare esattamente che cosa possono fare, come devono essere utilizzati, quali sono i loro limiti e quali responsabilità comportano il loro utilizzo in modo poco idoneo.
L’intelligenza artificiale come noto, vive di dati e la Pubblica Amministrazione di dati ne possiede moltissimi. Informazioni anche riservate sui cittadini, sulle imprese, sugli immobili, sul territorio, sui servizi e sui procedimenti. Informazioni che possono avere livelli diversi di riservatezza e tutela e che non possono essere trattate con leggerezza soltanto perché utilizzare una piattaforma è diventato semplice.
La facilità dello strumento non deve farci dimenticare la complessità di ciò che gli stiamo affidando. Prima di inserire un documento, una pratica o un’informazione in un sistema di intelligenza artificiale bisogna sapere che cosa stiamo utilizzando, come vengono trattati quei dati, dove vengono conservati e quali garanzie e attendibilità offre lo strumento. La conoscenza, quindi, non è più soltanto una competenza digitale. Diventa una forma di responsabilità amministrativa verso le nuove tecnologie.
Ed è proprio qui che formazione e informazione diventano decisive. Bisogna conoscere questi strumenti per poterli governare. Non per averne paura, ma esattamente per il motivo opposto: per poterli utilizzare davvero e la meglio della loro potenzialità.
L’obiettivo a cui dovremmo tendere, dovrebbe essere quello di lavorare meglio grazie alla tecnologia ma anche quello di lavorare meno sulle attività ripetitive e lavorare con più attenzione su quelle che richiedono competenza, valutazione e responsabilità.
Un dipendente pubblico non dovrebbe trascorrere ore cercando un documento che un sistema potrebbe recuperare in pochi secondi, ricopiare informazioni che l’amministrazione possiede già o ripetere verifiche che potrebbero essere automatizzate. Quel tempo dovrebbe tornare ad avere valore, dovrebbe servire per leggere un problema, seguire un procedimento complesso, programmare, decidere e soprattutto rispondere meglio al cittadino.
Ma per arrivarci occorre anche mettere ordine nei dati. Possiamo acquistare il software più evoluto, costruire dashboard bellissime e parlare di algoritmi, digital twin e automazione, ma se continuiamo ad avere informazioni frammentate, archivi che non dialogano e procedure differenti da ufficio a ufficio rischiamo semplicemente di digitalizzare il disordine solo più velocemente. Forse la vera rivoluzione dell’intelligenza artificiale nella Pubblica Amministrazione non sarà avere macchine capaci di fare il lavoro delle persone, sarà invece permettere finalmente alle persone di dedicarsi al lavoro che una macchina non può fare al loro posto. Questo però richiede investimento tecnologico, certamente, ma richiede soprattutto investimento sulle persone. Formazione continua, competenze nuove, consapevolezza nell’utilizzo dei dati e una Pubblica Amministrazione capace di non subire l’innovazione, ma di guidarla.
Pubblica Amministrazione e intelligenza artificiale sono due mondi destinati inevitabilmente a incontrarsi. La questione non è più se accadrà. Sta già accadendo, la domanda invece è un’altra: saremo abbastanza preparati per governare ciò che abbiamo costruito?
L’intelligenza artificiale può aiutarci a lavorare meno e a lavorare meglio, può liberarci da attività ripetitive e restituirci tempo per pensare, decidere e programmare. Ma può farlo solo se impariamo a conoscerla e, soprattutto, a governarla.
Forse la vera domanda non è quanto diventerà intelligente la Pubblica Amministrazione grazie all’IA, la vera domanda è se saremo abbastanza intelligenti da capire come usarla al meglio.
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