PROSSIMITÀ / 17
Il costo dell’emergenza: quando non decidere costa più che prevenire
Troppo caldo, troppa pioggia. E ogni volta sembriamo sorpresi. Fa caldo da sempre e piove da sempre, ma qualcosa è evidentemente cambiato nell’intensità con cui questi fenomeni incidono sulle nostre città e sulla nostra vita quotidiana. Eppure, continuiamo troppo spesso a gestirli come eventi inattesi, rincorrendo l’emergenza invece di lavorare perché produca meno danni. Forse è proprio da qui che dobbiamo ricominciare, dopo la pausa estiva, il nostro viaggio di Prossimità: dal costo che paghiamo ogni volta che scegliamo di non scegliere in tempo.
Voglio ripartire proprio da qui dopo l’estate con la nostra rubrica, tornando su un tema che mi è particolarmente caro: l’inefficienza del sistema pubblico quando si trova a gestire fenomeni che, ormai, di imprevedibile hanno ben poco. Di caldo abbiamo già parlato in questa rubrica, così come abbiamo parlato della necessità di ripensare le nostre città e il modo in cui le progettiamo. Ma oggi credo sia necessario fare un passo in più, perché non siamo più nella fase in cui possiamo limitarci a conoscere il problema, raccontarlo e aspettare che passi. Quando un fenomeno è conosciuto, studiato e soprattutto destinato a ripresentarsi, la vera questione diventa ciò che decidiamo di fare prima che accada di nuovo. È qui che si misura la capacità di un sistema pubblico di programmare, di trasformare la conoscenza in scelte concrete e di utilizzare il tempo che ha a disposizione per ridurre gli effetti di ciò che verrà. Perché continuare a intervenire soltanto quando il caldo è già insopportabile, quando l’acqua è già troppa o quando i costi energetici sono già diventati un problema significa accettare di lavorare costantemente in emergenza. Ed è proprio questo il passaggio che oggi mi interessa mettere al centro: continuare a parlare senza trasformare ciò che sappiamo in decisioni non è più soltanto inefficienza amministrativa. Ha un costo economico, sociale e ambientale. E, a un certo punto, quella mancata decisione può diventare essa stessa un danno.
Abbiamo trascorso un’altra estate parlando di caldo, di città arroventate e di edifici che faticano a proteggerci dalle temperature elevate. Poi arriva settembre e rischiamo di archiviare il problema insieme agli ombrelloni. Tra poche settimane parleremo dell’inverno, delle bollette e dei costi dell’energia. Cambierà l’emergenza, ma il meccanismo rischia di rimanere identico: intervenire quando il problema è già davanti a noi.
Ed è proprio questo il punto. L’emergenza ha un costo. Ogni volta che interveniamo quando il problema è già esploso dobbiamo trovare rapidamente risorse, riparare, mettere in sicurezza e ricostruire. Spendiamo denaro pubblico e privato per recuperare ciò che avremmo potuto almeno in parte proteggere attraverso una programmazione diversa. Poi l’emergenza passa e torniamo a quella che continuiamo ostinatamente a chiamare normalità, fino all’evento successivo.
Forse, allora, dovremmo cominciare a porci una domanda diversa: quanto ci costa non programmare? Perché parlare oggi di cambiamento climatico e di transizione energetica non significa soltanto parlare di ambiente. Significa parlare di economia, governo del territorio e capacità delle amministrazioni di anticipare i problemi invece di subirli.
La transizione energetica viene ancora raccontata troppo spesso come un gigantesco processo normativo fatto di obblighi, scadenze e incentivi. Dovrebbe invece diventare un’occasione per ripensare il modo in cui costruiamo e viviamo le città. E non servono necessariamente trasformazioni faraoniche. Possiamo cominciare dai materiali che utilizziamo e dal modo in cui recuperiamo i nostri edifici, sfruttando innovazione e tecnologia anche per ridurre le temperature e migliorare le prestazioni energetiche.
Dobbiamo però superare un’altra abitudine: aspettare il bonus. Gli incentivi possono accelerare le trasformazioni, ma non possono sostituire una strategia. Dobbiamo progettare città che funzionino meglio anche senza aspettare il prossimo provvedimento nazionale, facendo entrare adattamento climatico ed efficienza energetica nella normalità delle decisioni urbanistiche ed edilizie.
Uso spesso un’espressione che credo rappresenti bene ciò che dovremmo imparare a fare: lavorare in tempo di pace. Significa occuparsi del caldo quando non ci sono quaranta gradi e dell’energia prima che arrivi la bolletta. È quello il momento in cui un’amministrazione pubblica può programmare e un territorio può conoscere le proprie fragilità. Quando arriva l’emergenza, invece, le possibilità si restringono e i costi aumentano. Non si sceglie più necessariamente la soluzione migliore, si sceglie quella disponibile. Abbiamo una straordinaria capacità di trovare risorse quando qualcosa è già accaduto e una difficoltà quasi strutturale a investire per evitare che accada. Ed è qui che possiamo permetterci una domanda ancora più scomoda: quanto costa l’incompetenza?
Non parlo dell’incompetenza del singolo tecnico o amministratore, ma dell’incapacità collettiva di trasformare ciò che ormai conosciamo in decisioni. Se sappiamo che alcune parti delle nostre città accumulano calore, perché continuiamo a progettarle nello stesso modo? Se sappiamo che molti edifici consumano troppo, perché aspettiamo la crisi energetica per occuparcene? A un certo punto la mancanza di decisione diventa essa stessa una decisione, soltanto molto più costosa. Non possiamo prevedere ogni evento né impedire ogni conseguenza, ma possiamo prepararci meglio. Ed è questa la differenza tra amministrare l’emergenza e governare un territorio.
Pianificazione, manutenzione e innovazione devono entrare nelle scelte ordinarie delle nostre città. Anche una decisione apparentemente piccola può diventare parte di una strategia molto più grande, se nasce dalla consapevolezza di ciò che ci aspetta.
Perché arriveranno altre estati, altri inverni e altre piogge intense. La domanda non è se accadrà ancora qualcosa che ci costringerà a intervenire. La domanda è quanto siamo ancora disposti a pagare per farci trovare impreparati.
La vera emergenza, ormai, non è ciò che accade ma è quella di continuare a comportarci come se non sapessimo che accadrà.
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