PROGETTI ED ESPERIENZE AD URBANPROMO
Regione Emilia-Romagna apripista sulla rigenerazione urbana, i passi avanti con il bando di terza generazione
Se definire in modo preciso i confini della rigenerazione urbana è difficile – tanto più in un contesto normativo lacunoso e farraginoso come quello italiano – il modo migliore per avvicinarsi all’obiettivo e tracciare così qualche linea di demarcazione, è provare a partire dalle esperienze amministrative reali e dagli interventi più virtuosi. E’ quanto si è provato a fare ieri a Firenze nel corso dell’incontro “Piani, progetti e programmi di rigenerazione urbana”, tenuto nell’ambito della 22esima edizione di Urbanpromo, un evento dedicato allo sviluppo urbano sostenibile a cura dell’Istituto nazionale di urbanistica e di UrbIT.
Il convegno ha preso in rassegna una serie di interventi in diverse regioni italiane, alcuni ancora a livello di progetto altri in una fase di attuazione anche avanzata, alla ricerca di quella pluralità di effetti che ci si attende da una rigenerazione correttamente intesa: il miglioramento della qualità ambientale e del paesaggio urbano, la rivitalizzazione del tessuto sociale, il rafforzamento delle attività e dei servizi per la collettività. Un modo per difendere queste pratiche, oggi sempre più centrali nel dibattito pubblico, dalle frequenti distorsioni a cui sono sottoposte: “Troppo spesso, come osserva Stefano Stanghellini nel testo di presentazione dell’incontro, “progetti di natura edilizia o generici progetti di investimento immobiliare sono battezzati dai promotori come iniziative di rigenerazione, usurpando quella connotazione qualitativa che corrisponde alla esigenze delle città contemporanee”.
Su questa strada l’Emilia Romagna ha fatto in questi anni da apripista, sia sul piano concreto che su quello teorico. Il primo bando è stato avviato nel 2018 a cui nel sono seguiti altri due, nel 2021 e nel 2024: nel complesso sono stati finanziati 161 interventi sul territorio regionale, con uno stanziamento di 124 milioni solo da parte dell’ente centrale, ai quali si sono aggiunti i cofinanziamenti dei Comuni interessati, come ha spiegato Marcello Capucci, responsabile dell’Area Territorio Città e Paesaggio della Regione. Già nel primo bando emiliano, che ha riguardato 72 interventi per 98 milioni di euro, si spiegava che l’intervento finanziato avrebbe dovuto deve “funzionare come innesco di processi a regìa pubblica, che attraverso il riuso, il recupero e la valorizzazione del patrimonio, qualifichi il tessuto urbano sotto il profilo edilizio ambientale e sociale”. Nel secondo bando del 2021 la Regione si orienta sui comuni medio piccoli e nel contempo precisa meglio la ratio degli interventi con indicazioni che possono fare scuola: il progetto edilizio, l’appalto, è mezzo per la rigenerazione, non è il fine. I contenuti vengono prima dei contenitori e vanno incoraggiate le azioni per favorire i partenariati, la partecipazione di cittadini e realtà locali, il coinvolgimento del terzo settore. Inoltre si decide di favorire anche gli usi transitori delle strutture abbandonate di grande dimensione, quelle per le quali non si hanno subito i fondi per permettere una ristrutturazione complessiva.
Il bando del 24 prosegue nella direzione intrapresa focalizzandosi sul recupero degli edifici pubblici ma anche incentivando il coinvolgimento di soggetti privati attraverso Accordi operativi disciplinati dalla legge regionale. E una priorità significativa resta quella di non favorire i processi di gentrificazione, cioè di una riqualificazione che vada a danno dei ceti più deboli.
Tirando le somme di questa esperienza, Capucci ha sottolineato come la focalizzazione vada messa sul progetto, che deve saper disegnare l’impatto dell’intervento. La richiesta è quella di poter contare su una strutturalità delle risorse.
Sul fronte della pianificazione e della selezione degli interventi si è mossa anche la Città metropolitana di Bologna che grazie ai fondi Pnrr nel 2021 ha avviato un Piano Territoriale volto a trasformare gli interventi di rigenerazione urbana da episodi straordinari in pratiche ordinarie cui dare continuità nel tempo. Per favorire le aree interne soggette a spopolamento e stagnazione economica è stato istituito un Fondo perequativo metropolitano, evitando di distribuire i fondi a pioggia. Per rafforzare queste pratiche, ha affermato la responsabile della Pianificazione urbanistica Mariagrazia Ricci, l’ente territoriale ha istituito le Officine di rigenerazione metropolitana, che hanno compiti di monitoraggio, mappatura delle aree dismesse, supporto ai Comuni e selezione degli interventi, privilegiando appunto le aree più fragili dal punto di vista demografico economico e sociale. Il programma avviato nel 2023 ha finanziato 23 progetti per 2,3 milioni di eruo.
Il Piano territoriale bolognese è tra quelli che hanno ricevuto il Premio Urbanistica 2025 a Urbanpromo. In questo ambito lo stesso riconoscimento è andato al piano strutturale del comune di Prato e a quello del consorzio Asi di Salerno. Tra i progetti specifici, premiati l’urbanistica tattica del quartiere di Sampierdarena, a Genova, e gli interventi Pinqua ad Andria nell’ambito di un progetto per la rinascita architettonica e culturale della città, presentato nel convegno di ieri da due assessori della città pugliese, Annamaria Curcuruto e Mario Loconte. Le “scintille” per il risanamento dei quartieri alla periferia di Trieste, la cultura come base di intervento rigenerativo a Colle val d’Elsa, le nuove luci che stanno ripopolando il waterfront di Ancona, sono stati gli altri singoli progetti presentati. Interventi dei quali Diario Diac darà conto nelle prossime settimane.
Più incentrato sulle esperienze dell’housing sociale l’intervento di Giordana Ferri, della fondazione FHS, che ha insistito sulla necessità di valorizzare i contesti nei progetti di riqualificazione edilizia a uso abitativo. I servizi e il commercio di vicinato sono elementi capaci di attivare processi virtuosi di innovazione urbana e sviluppo sociale ed economico. La presenza di questi elementi favorisce il presidio territoriale e facilita la vita degli abitanti in una logica di città di prossimità. A questo scopo gli spazi comuni dei nuovi edifici vengano destinati a usi non condominiali ma misti, per vitalizzare il tessuto sociale anche attraverso usi temporanei. Un modo, ha osservato Paolo Galuzzi, Direttore di Urbanistica all’Università La Sapienza, per tutelare e favorire la biodiversità in tutte le direzioni, non solo quella ambientale.
Scetticismo e delusione tra i partecipanti al convegno – coordinato dal direttore di Diario Diac, Giorgio Santilli – sulle potenzialità della nuova legge sulla rigenerazione urbana ora al vaglio delle Camere, tanto più in un quadro di scarsità delle risorse disponibili. Di difesa dello spazio pubblico in città che restano spesso “senza respiro”, ha parlato infine l’architetto Filippo Weber, che con la sua società ha partecipato alla rigenerazione di due siti urbani a Bologna e dell’ex Manifattura tabacchi a Torino. L’obiettivo dev’essere quello di restituire qualità alla vita urbana, ha affermato, e in questa sfida il progettista diventa anche un regista dei valori, con una precisa responsabilità ambientale e sociale.