Miseria e fortuna del Bim
L’acronimo BIM, almeno sui mercati internazionali, conserva senza dubbio una capacità evocativa molto forte in termini veicolari, ma è palesemente esausto, dovendo lasciare spazio sia alla sua declinazione con altri acronimi (dal DT all’AI) sia essendo riformulato come Data & Information Management (aprendo alla centralità di competenze specialistiche altre da quelle del settore e dei suoi, prevalentemente, utenti).
È tempo, dunque, di riflettere sul fatto che la digitalizzazione nel settore dell’ambiente costruito debba iniziare a essere tale, abbandonando i tentativi di adattamento a logiche inveterate, legate a informatizzazione, dematerializzazione e bimizzazione.
Non si deve, in primo luogo, dimenticare che il BIM stesso, per quanto popolare in termini strumentali dall’inizio del secolo, ha goduto di un rilievo che andasse oltre il fil rouge relativo al tecnigrafo e al CAD, solo allorché il governo britannico ne abbia fatto uno strumento di strategia industriale.
Proprio a questo proposito, tuttavia, di là del recepimento della facoltà nel diritto comunitario e dell’adozione di obblighi a livello delle legislazioni domestiche, in Europa e altrove, non si è quasi mai colto il portato conseguente: se, infatti, il BIM o, meglio, la digitalizzazione fosse un fattore centrale di strategia industriale o, addirittura, di politiche industriali occorrerebbe immediatamente fare leva sulla rivisitazione dei tratti costitutivi del mercato.
In altri termini, affinché le logiche digitali agiscano effettivamente sulla natura del mercato, gli operatori che vi insistono, a partire da quelli professionali e imprenditoriali, dovrebbero operare sui fattori esogeni.
Si assicura, in effetti, un successo alla digitalizzazione, rispetto agli obiettivi dell’incremento della produttività e della riduzione del rischio assai più intensamente rivedendo le logiche identitarie e antagoniste tra professione e imprenditorialità, ripensando la questione del nanismo dimensionale, immaginando soluzioni di diritto societario che facilitino l’integrazione tra specialismi sul piano formale, e così via, che non invitando i soggetti ad acquisire strumentazioni, parzialmente inefficaci in assenza di una architettura infrastrutturale dell’ecosistema digitale fondata su ontologie e, comunque, semantiche condivise.
BIM, GID, IM o quant’altro, se non si dissolveranno in formalismi da adempimento, svolgono e svolgeranno, peraltro, presumibilmente nella sede del contenzioso, un ruolo di evidenziazione delle carenze dei processi tradizionali, da molti criticati, ma sostanzialmente dai più tollerati, se non supportati.
Tra l’altro, l’irruzione dell’AI nel comparto, oltre a enfatizzare il valore dei dati adeguati, come sostiene Luciano Floridi, attuerà azioni di Agency che richiederanno una capacità di governo e di controllo degli esiti che essa potrà arrecare nei processi decisionali.
Se, perciò, si riportasse la digitalizzazione alla essenza di agente trasformativo, si dovrebbe domandarsi quali nuovi attori possano emergere, quali business model possano scaturire dalla evoluzione, anziché attendersi solo miglioramenti delle prassi inveterate.
Sarà, in effetti, proprio nel perdurare delle aspettative sul consolidamento delle pratiche analogiche che si consumerà probabilmente la disfunzionalità dell’introduzione di dispositivi autenticamente digitali, innestati su un terreno inospitale e incongruente.
Di conseguenza, è possibile oggi interrogarsi seriamente sui benefici che un approccio ibrido, ma tendenzialmente conservativo alla digitalizzazione, possa arrecare, a fronte di un orizzonte altro.
Ovviamente, per certi versi, la prima ipotesi appare la più ragionevole, alimentando una offerta di soluzioni tecnologiche autoreferenziali alla ricerca di una condizione di interoperabilità con gli apparati già in essere.
Si tratta di comprendere se una parte del mercato, utilizzando la cogenza della legge (oggi sui contratti pubblici, domani forse anche sull’edilizia privata), vorrà e saprà andare oltre, verso una riconfigurazione delle relazioni e delle transazioni.
Il primo appiglio concreto, ben di più del Digital Twin o di altre simili opzioni, talvolta un poco miracolistiche, sarà costituito pragmaticamente dall’avvento del Passaporto Digitale del Prodotto, a partire dalla Dichiarazione di Prestazione e di Conformità.
Lì si vedrà se committenti, progettisti, produttori, distributori, importatori e costruttori sapranno creare nuovi modelli di business e nuove identità dei prodotti immobiliari.