PROGETTO CORALE / 21

La festa della riappropriazione, quando una comunità torna in collegamento con i suoi beni (anche quando non sono mai stati aperti prima)

19 Nov 2025 di Maria Cristina Fregni

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Spesso in questa rubrica è stato citato il tema della “riappropriazione” dei luoghi da parte delle comunità, considerato un ingrediente fondamentale della Rigenerazione Urbana, perché consente un radicamento nei luoghi da parte di chi li deve far vivere, curare e tramandare.

Guardando ai vari casi che il panorama nazionale e internazionale ci offre, tale riappropriazione può assumere le sfumature più diverse, può essere fisica, quando cioè si rendono accessibili luoghi fino a quel momento chiusi o addirittura vietati, può essere simbolica, quando tornano in diritto d’uso luoghi precedentemente riservati ai pochi, in modo più o meno legittimo (esempio classico i beni confiscati alla mafia), può essere estemporanea, quando, attraverso eventi, manifestazioni o usi temporanei, si permette alle persone di visitare o fruire di un bene solitamente interdetto, magari anche in modo inusuale, offrendo interpretazioni d’uso inedite, creative o futuribili.

Nei casi più significativi, poi, la riappropriazione è un percorso, partecipato, strutturato in tappe, flessibile e a volte sorprendente. Ne abbiamo accennato con l’esempio della Street art a Brindisi, in cui i residenti si sono riappropriati attraverso l’arte non solo dell’uso dei luoghi del loro quartiere, ma anche dell’affetto per quei luoghi e dell’orgoglio del senso di appartenenza. O ancora con il caso di OvestLab a Modena, in cui il presidio culturale ha riattivato l’affetto per un luogo-simbolo dell’identità locale, generando a cascata iniziative sociali, imprenditoriali e solidali.

Molto significativo è il caso in cui la riappropriazione avviene nei confronti di beni che per decenni, se non secoli, hanno mantenuto un atteggiamento di chiusura volontaria e strategica rispetto alla comunità locale, come solitamente accade con i presidi militari.

E’ di ieri la posa della prima pietra del progetto “Recovery Art” nell’ex Caserma Montezemolo, un intervento da 31 milioni di euro finanziato dall’Unione Europea attraverso il PNRR e dalla Regione Friuli Venezia Giulia. Come già raccontato, l’iniziativa trasformerà la storica caserma in un polo nazionale per la tutela, conservazione e restauro delle opere d’arte, unico nel Nord Italia, all’interno del maxi progetto promosso dal Minister o della Cultura.

La cerimonia, alla presenza dei Ministri Alessandro Giuli e Luca Ciriani, del Vicegovernatore Mario Anzil e del Sindaco Giuseppe Tellini è consistita nella posa del “mattone Palmanova” e nel getto delle monete di fondazione in un pozzetto, come da antica tradizione della città stellata, proprio per trasmettere l’idea della riconnessione, attraverso le nuove funzioni culturali, di quel luogo con la comunità locale. La stampa e la tv locale hanno seguito passo passo l’evento e ne hanno dato ampia risonanza, a testimonianza delle alte aspettative dei cittadini rispetto al recupero e all’uso pubblico di una struttura tanto imponente quanto tradizionalmente preclusa ai più.

Ci si può aspettare, dunque, che un simile clima di vivace interesse e di promettenti progettualità interessi anche la ex caserma Cerimant, situata in via Prenestina a Roma, dismessa da tempo e, come Palmanova, attualmente in corso di riprogettazione per essere trasformata in un centro di “recovery art” che includerà laboratori di restauro, aule didattiche, sale conferenze e spazi espositivi pubblici.

Grande aspettative da parte della comunità locale, coinvolta in presentazioni pubbliche nei quartieri e in attività di coprogettazione, sono ben percepibili anche in relazione al recupero dell’ex Arsenale austriaco di Verona, oggetto del progetto denominato “Ars district”, che mira a restituire alla cittadinanza e ai turisti, attraverso una molteplicità di funzioni culturali e ricreative, un importante sito dismesso e per secoli inaccessibile, dal forte valore simbolico. In questo caso, di grande impatto sarà il cambio totale di paradigma che interesserà il grande vuoto centrale, che da piazza d’armi per le esercitazioni dei soldati diventerà un vasto “prato pubblico”, aprendo un parco alla città, attraverso la riorganizzazione di aree per usi di leisure e cultura, nonchè il ristabilimento della gerarchia tra i percorsi, tra cui quello che collega il quartiere di Borgo Trento e il cuore della città, passando attraverso il Ponte di Castelvecchio. Da luogo introverso e difensivo a luogo di incontro aperto a residenti e visitatori, attraverso una trasformazione condivisa passo passo con la comunità locale.

Un altro arsenale, un altro parco, un altro cambio di visione di un grande spazio urbano per secoli non aperto al pubblico: il recupero dell’ex Arsenale di Pavia prevede la trasformazione dell’area in una cittadella delle pubbliche amministrazioni e un parco, grazie a un investimento di oltre 100 milioni di euro. Il progetto, gestito dall’Agenzia del Demanio, include il recupero di 16 edifici esistenti e la costruzione di nuove strutture per ospitare uffici statali e archivi, “attraversabili” – quindi aperti e più “trasparenti” – dai cittadini grazie al grande parco pubblico che li connetterà tra loro e al tessuto urbano circostante.

Ma la “riappropriazione”, che, in fondo, vuol dire riattivare la connessione emotiva e il senso di cura tra le persone e i luoghi, a volte passa anche attraverso gesti, e quindi progettualità, molto più semplici, ma non per questo meno efficaci.

Con il COVID e la pandemia gli ospedali sono diventati, agli occhi di molti, luoghi ostili e spaventosi, più di quanto non lo fossero mai stati in precedenza. L’ospedale, invece, dovrebbe essere percepito come un tassello fondamentale della vita di una comunità, una macchina efficiente dal punto di vista assistenziale, ma anche un luogo espressione di civiltà, di rispetto e di inclusione, un luogo in cui i cittadini si sentono accolti, protetti, a cui sentono, appunto, di appartenere. Anche gli ospedali, pertanto, sono elementi fondamentali di Rigenerazione Urbana, anche laddove vengono realizzati non in aree dismesse ma ex novo su terreni vergini.

Non a caso i bandi pubblici più recenti per la progettazione ospedaliera spesso introducono requisiti vincolanti della proposta progettuale che hanno molto a che fare con la qualità urbana: non si cerca più la cittadella sanitaria autorevole e autoreferenziale, quanto piuttosto si chiede di connettere l’ospedale al tessuto urbano, anche attraverso percorsi ciclo-pedonali e aree verdi pubbliche e frequentabili indipendentemente dalla funzione sanitaria. Si chiedono fronti e bordi dell’area ospedaliera che invitino ad entrare, a guardare dentro, a percepire quel sito come un componente del paesaggio urbano ordinario, qualcosa di familiare, che non incute timore, che fa parte della quotidianità.

Laddove l’ospedale già esiste, si cercano spesso riqualificazioni che smantellino l’austerità dell’oggetto edilizio, che introducano elementi naturali, spazi informali all’insegna dell’urbanità, interventi artistici che valorizzino il valore civico dell’istituzione più che l’aspetto sanitario.

E poi, poi c’è il caso, si può dire unico nel suo genere, dell’Ospedale Rizzoli a Bologna.

L’istituto Ortopedico Rizzoli è un punto di riferimento, a scala nazionale per gli aspetti sanitari, e identitario e di orgoglio locale per i Bolognesi, tra l’altro collocato sui tanto noti e altrettanto amati colli alle immediate spalle del centro città. Il rapporto, a volte positivo e a volte conflittuale, tra cittadinanza e istituzione è da sempre molto forte e da anni la Fondazione dell’Istituto si adopera affinchè questo legame si mantenga e gli spazi di cura diventino sempre più “luoghi urbani” in cui la Bellezza, attraverso l’arte e l’architettura, diventino parte del processo di guarigione.

Questo concetto ha comportato l’impegno della Fondazione in diverse iniziative legate alla tutela e valorizzazione del patrimonio storico e artistico dell’istituto bolognese, ma, ai fini del nostro ragionamento, ci interessa un aspetto specifico, forse il più singolare. Per chi non lo sapesse, infatti, gli ambienti monumentali dell’Istituto sono vistabili, attraverso un percorso che si sviluppi tra luoghi che hanno segnato la storia dell’Istituto e della medicina: la Biblioteca scientifica Umberto I, lo Studio Putti, che ospita l’omonima collezione che custodisce prezioso materiale storico e scientifico, l
Chiostro Ottagonale o “dei Carracci” e, soprattutto, il corridoio monumentale detto Manica Lunga, celebre per l’effetto cannocchiale sulla Torre Asinelli, simbolo della città.

L’”effetto cannocchiale” è un fenomeno ottico affascinante che si può osservare nella Manica Lunga, un corridoio di 162 metri situato al primo piano del complesso monumentale di San Michele in Bosco, su cui si affacciavano le celle dei monaci Olivetani, oggi sede di studi medici e di alcuni ambulatori dell’Istituto Ortopedico Rizzoli.

Vista Paradox è il termine che descrive questa illusione ottica unica: effettuando una passeggiata lungo la galleria, orientata verso la Torre degli Asinelli, distante 1.407 metri dall’Istituto, si può notare un effetto sorprendente: l’immagine della Torre sembra ingrandirsi mentre ci si allontana dalla finestra. Al contrario, avvicinandosi alla finestra a nord, la Torre appare ridimensionata.

Ma VISTA PARADOX è anche un progetto culturale pensato da archiviozeta, con il sostegno di Comune, Fondazione Carisbo e Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, per gli spazi dell’Ala monumentale dell’Istituto Ortopedico Rizzoli, compreso il parco di San Michele in Bosco e il parco Remo Scoto. Finalizzato ad avvicinare gli spazi di cura alla cittadinanza, il progetto di residenza artistica, quest’anno alla sua seconda edizione, ha promosso incontriletture, eventi di musica e teatro per far conoscere e attraversare le storie e i diversi spazi dell’Istituto Ortopedico Rizzoli e “accorciare la distanza” tra cittadini e istituzione, valorizzando in un luogo simbolo della relazione tra cultura umanistica e scientifica, che da secoli denota l’identità cittadina.

Un esperimento specifico, sì, ma da cui apprendere molto su come usare creatività e storia per recuperare, mantenere o aggiornare il rapporto tra luogo e comunità.

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