PROGETTO CORALE / 36

L’Etiopia e i suoi 300 progetti di rigenerazione urbana: la lezione all’Italia sull’Università braccio del governo nella visione del territorio

25 Mar 2026 di Maria Cristina Fregni

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Questa settimana, per aprire una riflessione di ampio respiro sulle competenze e le professionalità necessarie alla Rigenerazione Urbana, questo diario ha deciso di percorrere alcune migliaia di km e di atterrare ad Addis Abeba, in Etiopia. Infatti, proprio in questi giorni, in concomitanza con la Italia Design Week, si svolge nelle capitale etiope il First Italy-Ethiopia Construction, Infrastructure and Urban Regeneration Forum, al quale partecipano Istituzioni, Associazioni e Operatori privati di entrambi i paesi. (…)

Come si evince già dal titolo, la Rigenerazione Urbana è uno dei temi principali su cui si confronteranno i partecipanti al Forum. Sì, perché la Rigenerazione non è un fatto legato esclusivamente al mondo occidentale e ai suoi, tra l’altro variegati, contesti urbani, bensì sta diventando sempre più un fatto globale, esattamente come l’urbanizzazione e l’antropizzazione, che testimonia un bisogno comunque di riportare l’uomo, la qualità e la sostenibilità della sua vita al centro del pensiero trasformativo del territorio.

L’Etiopia in questo processo è estremamente coinvolta, anticipando radicalmente altri contesti africani. Progetti come l’Ethiopia’s Corridor Development Project e la Green Legacy Initiative sono diventati in breve tempo punti di riferimento globali, descrivendo Addis Ababa come un esempio leader a livello mondiale di trasformazione urbana visionaria e sviluppo sostenibile. L’Etiopia ha lanciato inoltre un’ambiziosa Iniziativa di Sviluppo dei Corridoi come pilastro centrale della sua strategia di trasformazione urbana, con l’obiettivo di modernizzare le città, migliorare la qualità della vita e rendere i centri urbani più attraenti sia per i residenti che per gli investitori. Sotto la guida del Primo Ministro Abiy Ahmed e con il coordinamento tra le autorità federali, regionali e locali, il progetto è in fase di attuazione in decine di città in tutto il paese, tra cui Addis Abeba, Bahir Dar, Gondar, Jimma, Arba Minch, Hawassa, Wolayta Sodo e Dire Dawa. Ad oggi, sono stati completati oltre 300 progetti puntuali in più di 60 aree urbane, con centinaia di chilometri di strade, ampi marciapiedi pedonali, piste ciclabili, illuminazione pubblica, piazze, parchi e spazi verdi. Oltre alle infrastrutture fisiche, lo sviluppo dei corridoi in Etiopia è concepito per promuovere le opportunità economiche, il turismo e la sostenibilità ambientale.

Accanto infatti alla qualità dello spazio pubblico, anche le tematiche ambientali sono messe al centro dell’agenda sui territori urbani; l’iniziativa “Green Legacy” sta trasformando radicalmente i suoi centri urbani attraverso un’ampia opera di riqualificazione dei parchi pubblici. Questo sviluppo rappresenta un cambiamento strategico verso l’integrazione della natura nella vita cittadina, migliorando direttamente la qualità dell’aria e mitigando gli impatti climatici, il che a sua volta riduce la pressione a lungo termine sulle infrastrutture e migliora la salute pubblica. L’impegno dell’iniziativa a trasformare aree un tempo dominate dal cemento in ambienti più verdi e resilienti sottolinea la dedizione nazionale a uno sviluppo urbano sostenibile e incentrato sulla qualità ambientale.

La trasformazione urbana di Addis Abeba non è stata ovviamente un’iniziativa bottom-up, quanto piuttosto un progetto attentamente pianificato volto a realizzare la visione strategica della città di diventare una metropoli vivibile, inclusiva, moderna, resiliente e prospera, preservandone al contempo l’identità unica.

Per raggiungere questo obiettivo, sono state condotte approfondite ricerche ed esercitazioni preparatorie. I principi e le filosofie fondamentali sono stati chiaramente definiti e specialisti di varie discipline, come la conservazione del patrimonio, le scienze ambientali e lo sviluppo urbano, sono stati attivamente coinvolti. Inoltre, molteplici parti interessate hanno partecipato al processo, con consultazioni pubbliche e attività di coinvolgimento volte a garantire, almeno come principio, l’inclusività e l’integrazione di diverse prospettive. I rappresentanti selezionati dalla comunità hanno collaborato con i funzionari della città, del sottodistretto e del woreda, i distretti amministrativi di livello locale, per raccogliere dati socioeconomici tramite uno strumento online.

I dati raccolti sono stati analizzati a fondo soprattutto per orientare le decisioni relative alle demolizioni della baraccopoli e delle parti di città abusive o fatiscenti, comportanti importanti spostamenti di popolazione, assegnazione di alloggi, risarcimenti e altre questioni correlate. Particolare priorità è stata data, nell’assegnazione degli alloggi, agli anziani e alle persone con disabilità. Coloro che venivano trasferiti hanno avuto la possibilità di visitare le loro nuove residenze, mentre un team dedicato è stato incaricato di gestire eventuali reclami.

Ad oggi ci sono parti di città completamente rinnovate, mentre sono nati interi nuovi insediamenti di case popolari per dare alloggio a chi viveva negli slums, mentre alla periferia della città, verso le aree rurali, sono partite iniziative pubblico-private per la realizzazione di nuovi insediamenti abbinati ad appezzamenti di terra da coltivare, i cui assegnatari, residenti e coltivatori al tempo stesso, sono coinvolti in progetti di immissione dei prodotti nel mercato strettamente locale dell’intorno dell’insediamento, così da favorire la prossimità, concetto molto radicato nella cultura etiope, limitando invece spostamenti e fioritura incontrollata di centri commerciali.

Al di là di questi risultati, più o meno condivisi dagli osservatori locali e non, e al netto delle voci critiche che parlano soprattutto di gentrification, ciò che colpisce, e che vale la pena sottolineare per le indagini che questo diario prova a fare, è l’attivazione di un vero e proprio “sistema-paese” attorno al tema della Rigenerazione Urbana, in cui alle iniziative fisiche di costruzione si accompagnano politiche ed iniziative a carattere sociale, comunicativo ed economico.

In particolare, vale la pena soffermarsi su quanto è emerso durante uno degli eventi legati al Forum descritto in apertura, ovvero la visita da parte della delegazione italiana alla Technology and Built Environment Faculty dell’Università di Addis Abeba. Dalle parole dei responsabili emerge con chiarezza una strategia attuata dal Governo in relazione all’Università: sostenere, far crescere e incentivare le facoltà tecniche affinché si specializzino e quindi formino professionisti specializzati sulle tematiche proprie della Rigenerazione. L’università dunque diventa “braccio” della visione territoriale del Governo, affiancandolo in molteplici progetti come consultant e progettista e generando corsi, percorsi di ricerca e scambi internazionali focalizzati su mobilità, sostenibilità delle costruzioni, valorizzazione del patrimonio culturale. I risultati per ora sono sorprendenti: laboratori – praticamente gli unici in tutto il continente – per testare e sperimentare materiali nuovi o rimodulare quelli tradizionali, infrastrutture stradali complesse progettate in tempi record, boschi urbani con monitoraggio dei dati ambientali già al posto di bidonville.

Viene dunque naturale chiedersi se e come in Italia l’Università si sia fatta carico del tema Rigenerazione Urbana, se e come affianchi gli enti territoriali nell’immaginare le trasformazioni, se e come si accompagni ai progettisti privati nello sviluppo di idee e soluzioni. Sappiamo benissimo che questi punti di riflessione sollevano ben altre questioni, dalla indipendenza delle università rispetto alla politica alla “concorrenza sleale” o presunta tale nei confronti dei professionisti, fino alla natura culturale e non strettamente professionalizzante della realtà universitaria.

Senza voler entrare nel merito di temi così ampi, è comunque interessante, se la Rigenerazione costituisce davvero un nuovo paradigma di pensiero sulla città e sulla vita urbana, chiedersi se e come l’Università italiana condivida questo approccio, lo padroneggi e lo promuova e sappia al tempo stesso farsi parte attiva di un sistema di trasformazione, dando in modo efficace e costruttivo il proprio specifico contributo. E quindi proveremo prossimamente a scoprirlo.

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