PROSSIMITÀ / 15
Il piano casa e la sindrome del supereroe. Commissari straordinari, promesse straordinarie e Comuni lasciati soli ad affrontare problemi ordinari
C’è qualcosa che non torna nel dibattito che da settimane accompagna il nuovo Piano Casa. Non tornano i toni trionfalistici, non torna la continua rincorsa all’annuncio successivo e non torna soprattutto l’impressione che si stia affrontando una delle questioni più delicate del Paese guardando soltanto una parte del problema.
Perché è certamente vero che in Italia esiste un’emergenza abitativa. È vero che molte famiglie non riescono ad acquistare una casa, che i giovani faticano a costruire un proprio percorso di autonomia, che nelle grandi città i costi degli affitti hanno raggiunto livelli insostenibili e che esiste un enorme patrimonio edilizio pubblico e privato che potrebbe essere recuperato e restituito alle comunità. Nessuno mette in discussione questi aspetti e nessuno può negare che servano politiche coraggiose e strumenti efficaci.
Quello che appare meno chiaro, invece, è quale sia la visione complessiva che sta accompagnando questo percorso e, soprattutto, quale sia l’idea di Paese che si intende costruire attraverso queste misure. Ogni giorno il dibattito sembra arricchirsi di una nuova categoria da sostenere, di una nuova agevolazione da introdurre, di una nuova deroga da concedere, di un nuovo meccanismo straordinario destinato a superare i limiti del sistema ordinario. Nel frattempo vengono annunciati commissari straordinari, procedure accelerate, percorsi preferenziali e modelli organizzativi emergenziali che dovrebbero consentire di raggiungere risultati in tempi rapidi. Tutto molto suggestivo. Tutto molto rassicurante. Tutto molto comunicabile.
Molto meno evidente è capire cosa accadrà quando questa enorme macchina normativa incontrerà la realtà e la prossimità dei territori, perché la realtà non vive nei ministeri e nemmeno nei comunicati stampa. La realtà vive nei Comuni italiani. Vive negli uffici tecnici che ogni giorno devono interpretare norme sempre più numerose e spesso contraddittorie. Vive negli sportelli ai quali si presentano cittadini e professionisti in cerca di risposte. Vive nelle scrivanie di funzionari che da anni vedono aumentare responsabilità, adempimenti, obblighi e controlli senza che vi sia stata una parallela crescita delle strutture organizzative.
Ed è qui che emerge una riflessione che, forse, dovrebbe preoccupare molto più della ricerca dell’ennesima procedura straordinaria. Mentre tutti discutono di come aiutare chi una casa non ce l’ha, nessuno sembra interrogarsi seriamente su chi una casa la possiede già e ogni giorno combatte per riuscire a mantenerla. È un tema meno affascinante dal punto di vista mediatico, probabilmente meno utile per costruire consenso, ma non per questo meno importante.
Esistono milioni di cittadini che hanno investito i risparmi di una vita in un immobile e che oggi si trovano immersi in una burocrazia sempre più complessa, in un sistema normativo che cambia continuamente e in una stratificazione di regole che spesso rende difficile perfino comprendere quali siano i propri diritti e i propri obblighi. Persone che vogliono sistemare la casa ereditata dai genitori e che cercano di recuperare un piccolo immobile nei centri storici, vorrebbero effettuare lavori di manutenzione, efficientamento energetico o adeguamento degli edifici e che si trovano a dover affrontare posizioni in sanabili non certo per colpa loro ma perché un tempo non si era così puntuali, pratiche, autorizzazioni, interpretazioni normative, vincoli, prescrizioni e continui mutamenti legislativi che trasformano ogni intervento in un percorso a ostacoli.
Se davvero il tema è la casa, allora la politica dovrebbe avere il coraggio di guardare anche a questa realtà. Perché una politica abitativa non può limitarsi a costruire nuovi alloggi se contemporaneamente rende sempre più difficile conservare, gestire e valorizzare quelli esistenti. Non può parlare di diritto alla casa senza affrontare il tema del diritto di mantenere il proprio patrimonio senza essere schiacciati da procedure che diventano ogni anno più complesse. A tutto questo si aggiunge un ulteriore elemento che sembra completamente assente dal dibattito pubblico: chi dovrà attuare concretamente le politiche del Piano Casa?
Perché ogni volta che si annuncia una nuova misura si parla di finanziamenti, obiettivi, numeri e risultati attesi, ma quasi mai si parla delle persone che dovranno trasformare quelle norme in realtà. Si continua a immaginare che i Comuni possano assorbire qualsiasi innovazione normativa senza interrogarsi sulle loro condizioni operative. Si continua a ragionare come se gli uffici tecnici fossero strutture elastiche e inesauribili, capaci di affrontare qualsiasi nuova sfida semplicemente perché una legge lo prevede.
La realtà racconta invece di organici ridotti, concorsi deserti, difficoltà nel reperire professionalità tecniche e responsabilità sempre più gravose che scoraggiano l’ingresso nella pubblica amministrazione.
Sul tema del commissario straordinario, poi, sarebbe opportuno aprire una riflessione seria, libera dagli slogan e dalle facili suggestioni. Perché leggendo alcune dichiarazioni si ha quasi l’impressione di trovarsi davanti alla narrazione di un supereroe moderno, una figura dotata di poteri straordinari pronta a scendere in campo per risolvere problemi che il sistema ordinario non è riuscito ad affrontare per anni.
Viene quasi da immaginarselo mentre attraversa l’Italia da nord a sud, dalla Valle d’Aosta a Palermo, passando per oltre 7.800 Comuni profondamente diversi tra loro, con caratteristiche urbanistiche, sociali, economiche e organizzative completamente differenti. Un super professionista capace, con un “colpo di bacchetta magica amministrativa”, di comprendere le criticità di una grande città metropolitana e quelle di un piccolo Comune montano, di conoscere il patrimonio immobiliare esistente, le necessità delle comunità locali, le carenze infrastrutturali, le disponibilità finanziarie, le peculiarità normative regionali e persino le dinamiche politiche che spesso incidono sulle scelte territoriali. La domanda sorge spontanea: davvero pensiamo che il problema sia l’assenza di una figura straordinaria? Davvero crediamo che esista una persona o una struttura che possa sostituire la conoscenza accumulata quotidianamente dagli amministratori locali, dai tecnici comunali, dai professionisti che operano sul territorio e da chi, ogni giorno, affronta concretamente i problemi delle comunità?
Perché il rischio è quello di continuare a inseguire la logica dell’uomo solo al comando, del risolutore universale, del commissario che arriva dall’alto per mettere ordine dove il sistema ordinario non funziona. Una narrazione rassicurante, certamente, ma che spesso finisce per nascondere il vero problema: non manca il supereroe, manca una macchina amministrativa adeguatamente organizzata e supportata.
Nonostante il PNRR, non abbiamo ancora capito una cosa semplice, se oggi migliaia di Comuni fanno fatica a gestire l’ordinario, se gli uffici tecnici sono sottodimensionati, se i concorsi vanno deserti e se le interpretazioni normative cambiano continuamente e le responsabilità aumentano più velocemente delle risorse disponibili, allora il tema non è trovare qualcuno che voli sopra il problema. Il tema è avere il coraggio di entrare dentro il problema e affrontarne le cause.
Perché nessun commissario potrà mai conoscere il territorio meglio di chi lo vive ogni giorno. Nessun commissario potrà sostituire un ufficio tecnico efficiente. Nessun commissario potrà creare competenze dove non esistono, assumere personale che manca o ricostruire quel rapporto di prossimità tra istituzioni e cittadini che rappresenta il vero valore della pubblica amministrazione locale.
E allora forse la domanda non dovrebbe essere quanti commissari servano, ma perché continuiamo ad averne bisogno. Perché ogni volta che una riforma richiede una struttura straordinaria per funzionare, il sospetto è che il problema non sia stato risolto, ma semplicemente aggirato ed è proprio qui che emerge la domanda più importante.
Ai cittadini cosa resterà di tutto questo? Una strategia di lungo periodo capace di rendere il sistema più semplice, più accessibile e più efficiente? Oppure l’ennesima stagione di annunci nella quale ogni settimana compare una nuova promessa, una nuova categoria da soddisfare e una nuova misura da raccontare? Perché la differenza tra propaganda e sviluppo sta tutta qui. La propaganda vive del prossimo titolo di giornale e del prossimo post sui social. Lo sviluppo vive della capacità di costruire condizioni stabili nel tempo. La propaganda cerca consenso immediato. Lo sviluppo richiede pianificazione, condivisione, investimenti organizzativi e una visione che superi la durata di una legislatura. La propaganda individua continuamente nuovi beneficiari. Lo sviluppo si preoccupa che il sistema funzioni per tutti anche per chi una casa ce l’ha già, per chi vorrebbe semplicemente mantenerla, recuperarla o tramandarla ai propri figli senza perdersi in un labirinto amministrativo.
Lo sviluppo si preoccupa anche di chi lavora negli uffici comunali, per quei tecnici che ogni giorno sono chiamati a dare risposte con strumenti sempre più limitati.
Continuiamo pure a nominare commissari, scrivere deroghe e annunciare rivoluzioni. Ma ricordiamoci che nessun supereroe salverà i nostri territori. Lo faranno, come sempre, sindaci, tecnici e dipendenti comunali. La differenza è che questa volta dovremmo decidere se vogliamo aiutarli a lavorare meglio o continuare a lasciarli soli mentre promettiamo ai cittadini un futuro che nessuno sarà poi in grado di consegnare.
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