Il Parco Rinaggiu di Tempio Pausania: storia di rigenerazione nata dall’ascolto

01 Dic 2025 di Maria Cristina Carlini

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Il Parco Rinaggiu di Tempio Pausania: storia di rigenerazione nata dall’ascolto

@Studio Vetroblu

«Oggi è commovente vedere anziani che giocano con i bambini, persone in sedia a rotelle che si muovono liberamente, o gruppi di ragazzi con disabilità non fisiche che trovano qui il loro spazio accanto a tutti gli altri». A più di un anno dalla sua apertura l’emozione è sempre viva e non la nasconde Anna Aisoni, vicesindaca e assessore alla Rigenerazione Urbana di Tempio Pausania, quando racconta a Diac Diario la storia e la realtà del Parco inclusivo di Rinaggiu. Ancora più emozionante perché quello che è stato realizzato è ciò che i cittadini volevano:  parliamo, infatti, di un progetto di rigenerazione urbana – che è stato presentato a ‘Città in Scena’, la rassegna organizzata da Ance e dall’associazione Mecenate 90 nell’ambito di ‘Città nel futuro’ lo scorso ottobre al Maxxi di Roma – che non si cala dall’alto ma nasce da un percorso di ascolto della comunità dove cittadini, tecnici e amministratori provano a immaginare, insieme, un luogo capace di accogliere tutti. Un parco che non escluda, non limiti, che, semplicemente, funzioni per ogni persona. Il parco che nasce diventa il risultato di questa narrazione collettiva: un luogo in cui la diversità non è un limite, ma la misura stessa dell’intelligenza progettuale. Un parco in cui l’inclusione non è un’etichetta, ma una pratica quotidiana, costruita passo dopo passo, voce dopo voce.

Il Parco è situato su un piccolo altopiano ai margini dell città di Tempio Pausania nel Nord Est della Sardegna, in provincia di Sassari. È inserito all’interno del Programma di opere dell’Unione dei Comuni Alta Gallura e di una più ampia infrastruttura di spazi aperti attrezzati condivisa con altre amministrazioni comunali. Tutto comincia nel 2019 quando l’amministrazione locale decide di dare nuova vita a una zona che in seguito alla demolizione delle vecchie caserme presenti era diventato uno spazio urbano residuale e degradato. Il concept da cui partono i progettisti dello studio Vps Architetti è quello di una riqualificazione del compendio che, piuttosto che fare una tabula rasa, riparte da quanto è presente senza considerarlo un fattore limitante per la progettazione ma piuttosto un’occasione di radicamento sul territorio. Ma il passaggio cruciale di questo percorso è stato l’ascolto dei fruitori finale del Parco con l’organizzazione di momenti di confronto e di partecipazione pubblica. Metodologicamente questo processo ha fatto riferimento alla disciplina del Service Design, che ha come scopo quello di realizzare spazi capaci di contribuire a una esperienza ottimale di fruizione del servizio, ragionando nell’ottica dell’utente.

Un progetto che parte dal basso: le tecniche del Service Design e della Charrette

La storia del Parco nasce da domande. Tante domande. Cosa serve davvero a un bambino che non può correre come gli altri? Di che cosa ha bisogno una persona non vedente per sentirsi orientata e sicura? Come può uno skater convivere con una famiglia che vuole solo un po’ di tranquillità? Il laboratorio di progettazione partecipata è stato preceduto dalla somministrazione di questionari e dai focus Group, basati sulla tecnica ‘metaplan’, che hanno consentito ai progettisti di sviluppare alcuni scenari di partenza. Ed è a partire da questi che è stato organizzato un laboratorio di partecipazione basato sull’utilizzo ibrido del Service Design e della tecnica ‘Charrette’, incentrata sull’interazione di una serie di attività tecniche e di natura pubblica. Poi è arrivata la fase più particolare, quella in cui i partecipanti del laboratorio hanno dovuto “indossare” gli occhi e il corpo di qualcun altro, immedesimandosi nei profili di varie ‘personas’: Luca, 9 anni, vuole giocare a calcio anche se la distrofia muscolare gli complica i movimenti; Giulia, 41 anni, corre per restare in forma e cerca un luogo sicuro dove far giocare i suoi bambini; Anna, 30 anni, cieca dalla nascita, ascolta il mondo con una sensibilità diversa;Giacomo, 15 anni, vive lo spazio come una pista, una sfida; Peppino, 78 anni, vuole godersi le sue passeggiate con Poldo senza ostacoli.

Ciascun partecipante ha dovuto muoversi nel futuro parco immaginario come se fosse uno di loro: capire come ci si orienta, quali percorsi sono accessibili, dove ci si sente a proprio agio e dove, invece, qualcosa non torna. È stato in quel momento che il progetto ha iniziato davvero a prendere vita. Questa fase è stata supportata da consulenti come Narrazioni Urbane, specializzata nel campo della rigenerazione urbana, che tra le sue esperienze conta il processo di inclusione per la progettazione di un parco inclusivo a Certaldo. La Charrette è stata una piccola maratona creativa, un ciclo di lavori serrati dove si intrecciano idee, mappe, schizzi e visioni. Alla fine, ciò che resta non è solo una lista di richieste, ma una visione condivisa: un parco in cui ogni persona possa trovare il proprio modo di stare, muoversi e vivere lo spazio. Le conclusioni della Charrette sono diventate linee guida, e le linee guida sono diventate progetto.

L’intervento, completato nell’aprile del 2024, è stato finanziato dall’assessorato regionale della programmazione, bilancio, credito e assetto del territorio, nell’ambito della Programmazione Territoriale, con fondi FSC 2014-2020, per un importo di oltre 3 milioni di euro all’interno del progetto di sviluppo territoriale “La città di paesi della Gallura”. L’intervento, nello specifico, ha riguardato l’adeguamento infrastrutturale e funzionale delle strutture all’aperto presenti,  con l’abbattimento di barriere archittoniche, per la creazione di percorsi accessibili e sensoriali, adatti anche a persone diversamente abili; nonché di strutture da destinare alla realizzazione di laboratori inclusivi (attività sportive e ricreative, creative, anche in sinergia con le associazioni e gli operatori culturali e sociali presenti nel contesto territoriale, come teatro, laboratori del Carnevale, officina dei ragazzi, etc). Con la realizzazione di campi di calcio, padel, uno skatepark, lo sport diventa lo strumento di unione e contemperazione per le diverse abilità di ciascuno. Il verde non è costituito solo da un prato ma da zone “natura” che possono essere usate per esperienze immersive, relax, laboratori.

Aisoni: “con la partecipazione abbiamo restituito alla città un luogo simbolo e accessibile a tutti”

«Questo progetto è nato in tempi non sospetti, quando di rigenerazione urbana non si parlava ancora e la progettazione partecipata era quasi sconosciuta», racconta Aisoni. «L’iniziativa è partita dalla nostra Unione dei Comuni, che ci invitò a presentare una proposta di progettazione territoriale. Pensai subito a un’area molto degradata della città, ma con una fortissima identità: un luogo che, nonostante le difficoltà, è sempre stato scelto dai cittadini per lo svago, le passeggiate e il benessere. Nel tempo,  quell’area aveva avuto varie vicissitudini: ha ospitato caserme, persone sfollate, e diversi progetti mai andati a buon fine, nonostante i finanziamenti statali ed europei. Così abbiamo deciso di proporre qualcosa di diverso: la realizzazione di un Parco Inclusivo, un luogo accessibile e rigenerato per tutta la comunità». Aisoni sottolinea come il progetto sia stato costruito “dal basso”: «La progettazione è stata davvero partecipata. Abbiamo coinvolto cittadini, associazioni culturali e sportive, medici sportivi e tanti altri. Tutti hanno contribuito fin dalle prime fasi, non solo alla progettazione ma anche alla stesura della scheda progettuale. È nato un gruppo di lavoro spontaneo, molto motivato, che ha reso possibile un percorso di co-progettazione autentico».

L’obiettivo era restituire alla città «un luogo simbolo del benessere psicofisico. Psicologico, perché qui si respira serenità e tranquillità; fisico, perché consente a tutti di praticare attività in un ambiente naturale e panoramico, con il monte sullo sfondo e tanto verde intorno».Le strutture del parco sono totalmente accessibili. «Abbiamo voluto che fosse fruibile da chiunque, anche da persone con disabilità motorie o cognitive», spiega Aisoni. «Il parco è ormai diventato un luogo vivo: ospita eventi di inclusione sociale, manifestazioni sportive e culturali, attività all’aperto. Ci sono campi da gioco, aree per bambini senza barriere architettoniche e percorsi ciclopedonali immersi nel verde». Il progetto è stato presentato dall’Unione dei Comuni dell’Alta Gallura alla Regione Sardegna, con il Comune di Tempio Pausania come ente capofila. «L’iter di approvazione e finanziamento ha richiesto circa due anni», precisa Aisoni.

A un anno e mezzo dall’inaugurazione, il parco ha già ospitato numerose iniziative: «Abbiamo avuto eventi sportivi con associazioni di basket e padel, attività per bambini e manifestazioni benefiche, come la corsa organizzata in occasione della giornata contro il cancro al seno». Ma il parco inclusivo è solo uno dei tasselli di un percorso più ampio, si può dire che sia motore di una più ampia operazione di rigenerazione urbana. «Tempio Pausania è oggi impegnata in un grande piano di rigenerazione urbana finanziato con fondi PNRR», spiega Aisoni. «È un progetto che comprende molti interventi in fase di conclusione e che ha cambiato completamente il volto della città. Siamo stati la prima città in Sardegna ad aderire al protocollo d’intesa tra ANCI e Confcommercio sulla rigenerazione urbana. Questo ha modificato profondamente il nostro approccio alla pianificazione: oggi la rigenerazione è trasversale a tutti i settori. Non è solo riqualificare un edificio, ma rigenerare la città e la comunità». Tra gli interventi collegati al Parco Inclusivo, Aisoni cita: «La realizzazione di una pista ciclopedonale panoramica che collega il parco al parco urbano adiacente, creando un grande polmone verde cittadino; la riqualificazione di un edificio dismesso all’ingresso della città  trasformato nel primo centro antiviolenza cittadino e secondo della Gallura; la rigenerazione di un edificio storico che diventerà ostello della gioventù; e infine la trasformazione di un ex asilo in centro di riabilitazione psicofisica. Tutti questi interventi – conclude Aisoni – si tengono insieme. Formano un unico disegno coerente: un percorso di rigenerazione che unisce luoghi, persone e valori, restituendo a Tempio Pausania una nuova identità urbana e sociale».

L’architetto Vallifuoco: “con la partecipazione più efficienza e pragmatismo, la diversità non si annulla in un progetto uniforme”

Sulla funzione della progettazione partecipata parla l’architetto progettista Giuseppe Vallifuoco, uno dei fondatori dello studio Vps. “La partecipazione non è una pratica legata semplicemente alla “correttezza politica” o alla democraticità del processo, come spesso si intende. La partecipazione è soprattutto uno strumento che consente di individuare meglio gli obiettivi e i bisogni reali della comunità, e quindi permette anche di utilizzare in modo più efficace le risorse economiche, che oggi sono limitate. Non è una pratica che “ti rende più buono” in senso astratto: è qualcosa che ti rende più efficiente, pragmatico. Significa ascoltare davvero i desideri delle persone. Ascoltare, ovviamente, non implica fare esattamente tutto ciò che ti viene chiesto, ma tenerne conto nel progetto, capire come le loro richieste possano essere integrate e metabolizzate nell’idea complessiva. Questo comporta che certe scelte non si fanno e se ne fanno altre. È un percorso dinamico”, spiega.

“Noi crediamo che la partecipazione debba uscire dalla dimensione del solo coinvolgimento democratico – che è comunque importante, non lo neghiamo – come se fosse una sorta di assemblea dove ci si scambia opinioni. Deve diventare – sottolinea Vallifuoco – uno strumento concreto di supporto alle decisioni progettuali, qualcosa che aiuta a perfezionare e rinforzare il progetto. Quanto al percorso che abbiamo intrapreso, lo abbiamo portato avanti in stretta collaborazione con l’amministrazione, che ci ha sostenuti con convinzione. Molti interventi sono state quasi un miracolo, proprio perché realizzati con risorse limitate. Questo è stato reso possibile grazie alla forte volontà dell’amministrazione, che ha spinto il progetto dall’inizio alla fine, superando passaggi burocratici e mantenendosi flessibile nelle procedure. Abbiamo organizzato più momenti partecipativi, e devo dire che sono stati davvero efficaci. Un esempio significativo è la presenza dello skatepark  è uno dei risultati tangibili, o comunque derivati, da quei confronti iniziali. Molti degli orientamenti finali del progetto nascono proprio da quel momento di co-progettazione.

“La tecnica che abbiamo adottato è quella delle personas: chi partecipava ai tavoli veniva invitato a immedesimarsi in un profilo di potenziale utente, non a parlare in base alle proprie aspirazioni personali. Così non diceva “io vorrei…”, ma “io, in quanto utente che ho queste caratteristiche, avrei bisogno di…”. Questo aiuta a distaccarsi da obiettivi personali o di gruppo e cambia radicalmente la dinamica. Un altro elemento tecnico è stato dividere i partecipanti in più gruppi: in un gruppo unico possono emergere leadership forti, alleanze o contrapposizioni. Lavorando in gruppi diversi, con persone e dinamiche differenti, si compensa questo rischio e si arriva a un confronto più equilibrato. È stato un lavoro impegnativo, articolato in settimane di attività, ma ha prodotto risultati concreti e sostenibili. Inoltre, un aspetto molto importante riguarda il modo di progettare attraverso un sistema che integra elementi diversi, senza annullarli in un disegno uniforme. Non pensiamo più a un progetto unitario e onnicomprensivo, ma a un progetto capace di far convivere differenze reali, mantenendo a ciascuna parte la propria identità e le sue specificità. È un approccio che riconosce fasce diverse, particolarità differenti, e le valorizza come parte integrante del progetto. In questo contesto entra anche il tema della disabilità, che per noi è centrale. Il concetto di disabilità va oltre la sola disabilità motoria: ragioniamo su percorsi, perimetri, strutture funzionali pensate appositamente per l’inclusione. In molti casi, gli interventi sono stati minimi, con costi contenuti, ma hanno avuto un impatto significativo”.

 

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