La Gestione Informativa Digitale e l’autonomia degli algoritmi: prove di interpretazione per il settore
Se esulassimo da specifici riferimenti alla legislazione vigente e alla normativa volontaria, potremmo definire altrimenti la Gestione Informativa Digitale, ovvero l’Information Management, come l’insieme dei metodi, dei processi e dei dispositivi incentrati sui dati e sulle informazioni che permettano di assicurare la completa continuità dei flussi informativi all’interno di un programma di investimento che abbia a oggetto una o più fase del ciclo di vita di un edificio, di una infrastruttura o di una rete.
Parimenti, lo stesso approccio varrebbe per il governo e per la gestione dei processi digitalizzati di una organizzazione declinata nelle attività di sede e sia, complessivamente e singolarmente, nelle singole commesse in cui è coinvolta nei confronti del proprio sistema di alleanze e delle proprie catene di fornitura.
Tale insieme avrebbe quali finalità principali l’incremento della produttività del mercato e dei suoi attori individuali e la mitigazione del rischio di insuccesso, considerato sotto diversi profili, tra cui, in primo luogo, la soddisfazione delle esigenze e il conseguimento dei risultati attesi per cui il funzionamento dell’organizzazione o l’investimento specifico siano sorte e la riduzione delle condizioni di incertezza rispetto all’approvvigionamento delle risorse sui mercati finanziari.
Si può, dunque, ben comprendere come la posta in gioco, in un contesto in cui tra le esigenze espresse e i risultati attesi spiccano quelli relativi alla sostenibilità, consista nel ripensare la natura delle organizzazioni e della loro integrazione nell’ambito di un mercato che rifletta le ambizioni di un comparto che ha una forte, ma sottostimata, incidenza nell’economia nazionale.
Sia nel caso dell’intera organizzazione sia in quello in cui al centro si pone l’investimento (si pensi all’estensione del sistema di mobilità, alla rigenerazione urbana, al potenziamento delle reti tecnologiche) sia in quello in cui i riflettori sono posati sull’operatività intera di una organizzazione, la prospettiva, più o meno palesata, riguarda la possibilità di assicurare la massima coerenza nei passaggi decisionali tra unità organizzative, fasi temporali e culture settoriali, nonché l’attesa di semi automatizzare i processi decisionali medesimi.
Sullo sfondo, infatti, del dibattito controverso relativo alla Intelligenza Artificiale Generale, sta l’obiettivo, conseguibile più realisticamente tramite gli AI Agent e l’Agentic AI, di rendere i processi decisionali basati sui dati e sugli algoritmi: sempre più autonomi.
Naturalmente, tale eventualità appare più facilmente praticabile in settori economici diversi da quello della costruzione e dell’immobiliare, per ragioni di minore complessità (nel senso della turbolenza dei fattori in gioco) e dell’ambiente costruito (a causa della sensibilità delle questioni in campo), ma non si può negare che, a dispetto di un presente in cui il cosiddetto BIM, ovvero la modellazione informativa, appare ai più ancora problematico, le grandi dinamiche dell’innovazione tecnologica guardino strategicamente alla ambigua sfida della autonomizzazione algoritmica dei processi decisionali e alla capacità della macchina di agire causalmente.
Naturalmente, questa tematica potrebbe concernere più immediatamente altri ambiti economici e richiede una tecnologia ancora allo stadio sperimentale, ma occorre sottolineare che la digitalizzazione che investe attualmente il settore è fondata sui prodotti (della progettazione, dell’esecuzione, della gestione), ma la focalizzazione ultima riguarda, appunto, i processi e la capacità degli esseri umani di poterli agire nella prospettiva di una crescente abilità degli algoritmi di procedere autonomamente, oltre che di sostituire i ruoli assunti dalle risorse umane.
È chiaro che passare dall’esito di un processo, il prodotto, all’essenza medesima del processo stesso riguarda un cambio di paradigma non indifferente, tanto più per un settore in cui il prodotto, intellettuale o materiale, ha sempre contato molto più dei processi che vi erano alla base, spesso intesi esclusivamente come intralci amministrativi o entità evanescenti.
Ciò che può probabilmente rassicurare, nel breve e nel medio termine, il settore è la sua specificità, che fa sì che valga una sorta di resilienza, permettendogli di vagliare le conseguenze della trasformazione che avvenga altrove da esso, ma è bene avere presente quale sia il portato di questa evoluzione, anche nei termini di conformismo delle decisioni che tale autonomia possa creare.
Quale che sia il futuro, non vi ha dubbio che la logica tutta della digitalizzazione conduca alla necessità di integrare gli attori entro ecosistemi e di sincronizzarne le azioni: non esattamente ciò che si sia verificato nei decenni sin qui succedutisi.
E potremmo persino ritenere che la digitalizzazione embrionale a cui assistiamo debba essere presieduta da un pensiero critico che eviti che essa divenga il viatico per esiti non desiderati.