Confessioni sul BIM

17 Nov 2025 di Angelo Ciribini

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Nel momento in cui ci si rivolge a una platea di interlocutori coinvolti nella gestione dei contratti pubblici, non esclusivamente appartenenti alla amministrazione pubblica, ma certamente coinvolti nelle stazioni appaltanti e negli enti concedenti, sorge un retropensiero che si può riassumere nella seguente domanda: di che cosa si stia parlando?

La risposta più immediata, ancorché non autoesplicativa, può consistere nel menzionare il BIM, per poi specificare che, in realtà, il Codice abbia quasi completamente espunto l’acronimo dal testo legislativo a favore della più corretta dizione Gestione Informativa Digitale che, sul piano internazionale, sotto la dicitura di Information Management, sta letteralmente soppiantando il Building Information Modeling, a partire dalla normativa internazionale, con accesi dibattiti e notevoli perplessità presso coloro che ne hanno sostenuto la diffusione almeno dal 2010.

Il cambio di paradigma è, in effetti, non percepibile a livello domestico, dato che esso sta avvenendo nelle sedi della normazione internazionale, con un coinvolgimento globale dei portatori di interesse, cosicché i suoi effetti sul piano nazionale si registreranno tra qualche anno, causando, però, un effetto in controtempo rispetto alla attuale disseminazione di approcci maturati nel corso di quindici anni, ma ora rimessi in discussione.

La paradossalità degli accadimenti, come si cercherà di evidenziare, sta nella natura della rivisitazione, che non consiste nella negazione degli assunti precedenti, bensì nella presa d’atto che essi abbiano aperto una via inevitabile, la gestione del dato in quanto tale, impraticabile da proseguire se non trasferita nell’ambito specialistico delle scienze dell’informazione che, a loro volta, richiederanno una verticalizzazione nei domini specifici, esattamente per come accade per l’Intelligenza Artificiale.

È esplicativo il fatto che la normazione nazionale riveda ed estenda ora i profili del BIM Management in un contesto settoriale e, al contempo, definisca orizzontalmente numerosi profili legati all’Intelligenza Artificiale.

Ben presto, a livello internazionale, vedremo comparire, in luogo, ad esempio, dei BIM Manager e dei BIM Coordinator, Chief Data Management & Artificial Intelligence Officer, capaci di dominare l’intero spettro delle informazioni generate nel corso delle commesse, dato che nei mercati internazionali il dato sta acquisendo un valore effettivo.

Ben inteso, nulla di tutto ciò potrebbe oggi essere proposto ai neofiti che, lodevolmente, si accingono, nelle stazioni appaltanti a cimentarsi con l’obbligo di legge.

Una prima risposta alla domanda iniziale, embrionale, potrebbe fare riferimento alla tecnologia, magari in continuità evolutiva col CAD, che permetta di enfatizzare, in materia di progettazione, le evoluzioni in materia di rappresentazione (essenzialmente geometrica, preferibilmente tridimensionale) nonché la possibilità di coglierne le contraddizioni e le incongruenze.

Non a caso, il risultato maggiormente apprezzato dagli utenti è quello di identificare i conflitti spaziali tra quelle che dovrebbero apparire come entità informative complesse, ma che spesso si risolvono in rappresentazioni geometriche di componenti del bene ideato o degli spazi inerenti.

Si tratta di benefici innegabili che, tuttavia, non pertengono alla nascita di modalità inedite, ma alla risoluzione di impedimenti radicati.

Molto più difficile è accennare alla sua essenza quale base di dati (strutturati?), sia nel modo in cui la macchina possa interpretare la rappresentazione sia rispetto alla descrizione e alla simulazione, vale a dire la componente alfanumerica e quella computazionale derivante da causalità.

Non si dimentiche che la relazione intercorrente tra causalità e casualità è alla base della evoluzione dei dispositivi di Artificial Intelligence, in termini di comprensione semantica e di spiegabilità degli esiti.

Ovviamente, la platea avverte la necessità di ricondurre la tematica teorica agli strumenti e agli esempi operativi abilitati dai dispositivi, non certo di ripensarsi sotto la veste di soggetto acquirente di un corredo informativo immateriale che supporti il ciclo di vita del bene fisico a cui si rapporta (sino all’immaginario del cosiddetto gemello digitale) e che evocherebbe una dissertazione giuridica sull’oggetto del contratto pubblico di lavori e sulla natura del collaudo tecnico amministrativo.

Detto con altre parole, le asserzioni relative ai benefici di questo approccio, ancora oggi concentrate sulla progettazione, non sulle fasi temporali a monte e a valle, valgono solo se riferite a esempi concreti e a strumenti corrispondenti.

Se così non fosse, infatti, in luogo di guardare al software come qualcosa che abbia paradossalmente una concretezza, ci si concentrerebbe sulle fondamentali infrastrutture immateriali che permettessero di mettere in relazione i contenuti informativi presenti in qualsiasi contenitore informativo, non solo nei modelli informativi, tanto più che, appunto, la loro esaustività è spesso assai limitata.

Del resto, interlocutori impregnati di un abito analogico, radicati in un vissuto quotidiano essenzialmente documentale, avrebbero grande pena nel privilegiare ontologie, modelli di dati, dizionari dei dati: tutto l’apparato che supporterebbe una comprensione semantica e una normalizzazione della produzione e della transazione dei dati e delle informazioni.

Davanti a un pubblico di persone avvezze a gestire processi tradizionali sostanzialmente documentali in maniera necessariamente frammentata e individualistica, la possibilità di muovere verso un contesto in cui i dati siano liberati dai documenti e siano transati secondo criteri omogenei non suscita, peraltro, grandi entusiasmi.

Non si è, infatti, abbastanza ragionato sulla tolleranza che gli operatori mostrano nei confronti di un modo di fare che sembra spesso disfunzionale, ma che è introitato nelle abitudini inveterate.

Parimenti, tutto ciò che, secondo il Codice dei Contratti Pubblici, avrebbe a che fare con le metodologie e con i processi non può che inevitabilmente essere proposto come documentazione: in primo luogo, relativamente all’atto dell’organizzazione e al capitolato informativo.

Questa documentazione, a differenza dei dispositivi, non può, almeno in apparenza, essere insegnata o praticata, ma, al contrario, è sostanzialmente proposta dall’esterno ai soggetti militanti nelle stazioni appaltanti e negli enti concedenti e, per certi versi, conserva un’aura vaga, sia perché in parte pertiene alla sfera amministrativa e giuridico-contrattuale sia poiché il concetto di processo e della sua mappatura appartiene a una tradizione di adempimenti procedurali, non sempre incidenti sulla reale quotidianità.

A proposito dell’atto dell’organizzazione, se questo documento fosse interpretato in maniera appropriata, esso assumerebbe una veste assai più sensibile, nella misura in cui accennerebbe ai ruoli e alle responsabilità, ai criteri di reclutamento e ai percorsi di carriera e agli ecosistemi (come l’ambiente di condivisione dei dati) e, in particolare, alla normalizzazione delle procedure.

Questo passaggio, che spesso resta solo nominale, implicherebbe, invece, che un dialogo tra culture disciplinari (amministrativa, economica, gestionale, tecnica) e tra unità organizzative permettesse di assicurare la continuità dei flussi informativi, uno dei principali portati della digitalizzazione.

Tale osservazione, tuttavia, a proposito della interrogazione che si poneva inizialmente, spiegherebbe, ancora una volta, come i presupposti che possano determinare l’adozione e il successo della digitalizzazione risiedano altrove dall’argomento, laddove, invece, gli interlocutori preferiscano cercare di ricondurre la comprensione del fenomeno al ricorso agli strumenti e alla loro illustrazione.

È chiaro, in effetti, che i processi digitalizzati richiedano di essere posti nel contesto di sistemi di controllo di gestione e di essere governati secondo i principi del Project Management.

Il punto, però, sta nel fatto che anche una rassegna pratica delle soluzioni tecnologiche, decontestualizzata dalle logiche e dalle fasi del procedimento tecnico-amministrativo e dai suoi endo-procedimenti, risulta sterile o, comunque, conduce a percepire la trasformazione come una sommatoria di dispositivi, non quale sistema di flussi informativi a supporto dei processi decisionali.

Apprendere l’impiego del dispositivo diviene prioritario, senza comprendere che, in definitiva, ciò che conti sia il coordinamento delle informazioni che ciascuno di essi origina e produce.

Ciò consente, peraltro, di non entrare nel vissuto quotidiano delle stazioni appaltanti se non per lamentare le criticità che paiono essere ostacoli insormontabili per qualsivoglia mutazione.

Quale che sia la questione, per parlare della Gestione Informativa Digitale nel modo più appropriato si dovrebbe parlare dei caratteri strutturali, anziché degli aspetti contingenti, ma questa ipotesi presuppone che l’approccio suggerito (o meglio, talora reso obbligatorio) sia in grado di modificare in positivo gli esiti sul breve termine.

Il che è impossibile proprio in virtù della constatazione secondo cui i fattori esogeni condizionino l’efficacia delle soluzioni tecnologiche.

Nel momento in cui si richiama la incentivazione addizionale, ovvero la remunerazione incentivata, appare, poi, il sentimento inerente al fatto che le richieste formulate dalla legge ai dirigenti e ai funzionari delle stazioni appaltanti debbano successivamente reverberarsi sul versante della offerta professionale e imprenditoriale, la quale si trova parimenti in difficoltà, specie sul versante imprenditoriale.

Questo è un passaggio cruciale, poiché l’uditore, a cui è richiesto di modificare i propri processi gestionali e di apprendere strumenti inediti, è chiamato a fare sì, sulla scorta di documenti contrattuali rivolti alla controparte, che questa ultima reagisca positivamente.

In linea teorica, le aspettative della stazione appaltante o dell’ente concedente dovrebbero rispecchiare un travaglio interno per cui i requisiti, le richieste, avanzati siano frutto di una elaborazione, basata sui dati, che discenda dall’elenco annuale e sia passata attraverso tutta la fase di studio della fattibilità dell’investimento.

In pratica, si propone ai soggetti una articolazione normalizzata di un documento, il cosiddetto capitolato informativo, acquisito nei documenti della procedura diretta o competitiva di affidamento, innescando la reazione dei candidati e dell’affidatario con la pianificazione della gestione dei modelli informativi.

L’impedimento maggiore che accade sta nella parzialità dei contenuti gestiti tramite i modelli informativi, che sovente non permettono neppure una completa estrazione degli elaborati tradizionali (dai disegni ai computi) nel corso della progettazione.

Che cosa si debba descrivere per la fase della realizzazione dei lavori è, peraltro, ancora tutto da definire.

Al contempo, si pone l’esigenza di dotarsi di risorse umane qualificate o certificate per i profili professionali specializzati (dal CDE Manager al BIM Specialist: in attesa di nuove figure).

Del resto, specialmente il versante imprenditoriale, a proposito della modellazione informativa, ma, soprattutto, delle altre innovazioni digitali, sempre in corso di espansione, ha bisogno di avvertire lo stato di necessità.

Ecco che, da una parte, raramente i percorsi formativi, previsti dalla legislazione per i rappresentanti della domanda pubblica sono svolti assieme a quelli dell’offerta privata, cosicché sia possibile confrontarsi sin dall’inizio dell’acculturamento, e che, da un’altra parte, qualora la cogenza si traduca, da entrambe le parti contrattuali, in un adempimento, cessando, appunto, la necessità, l’eventualità di una dissoluzione nella esteriorità si palesa.

Fatto sta che i processi radicati sono e restano essenzialmente documentali, causando notevoli incoerenze e discrasie, ma la narrazione secondo cui i contenuti informativi, non siano più congelati nella dematerializzazione dei documenti, ma concentrati nel modello informativo, ha segnato inevitabilmente il passo.

Curiosamente, questa considerazione non significherebbe che la modellazione informativa abbia fallito in quanto la promessa in origine consistesse nell’unicità della fonte, bensì che si cominci a sentire il bisogno di poter interrogare tutti i contenuti informativi, a prescindere dalla localizzazione, a condizione che essi siano interrogabili in maniera correlata.

È su questa occasione che si spiega la ragione per cui il BIM stia declinando, almeno sui mercati internazionali: proprio perché ha illustrato possibilità che non ha potuto soddisfare autonomamente, in presenza di una dilatazione delle tecnologie.

Del resto, anche il ricorso alla Intelligenza Artificiale, specie ai modelli linguistici di grandi dimensioni, in attesa di Agentic AI, è inteso nelle stazioni appaltanti principalmente per la produzione incrementata di documenti più che per la gestione in tempo reale e orchestrata di dati a supporto di decisioni ed è, comunque, incentrata sulla fase di affidamento del contratto.

Naturalmente, questa possibilità non è percepibile da un auditorio nazionale che stenta a comprendere ancora in che modalità gli strumenti (e i metodi) possano innestarsi compatibilmente nelle prassi consolidate.

Dalla erogazione attualmente in essere di programmi formativi basilari, strumentali spesso all’acquisizione di certificazioni per la qualificazione delle stazioni appaltanti, ci si può attendere che i discenti vengano in possesso di nozioni essenziali sulla teoria e sulla pratica, da cui non è scontato progrediscano, avendo appreso una sorta di catechismo sintetico.

In ogni caso, sino a che non si sarà capaci di allontanarsi da una proposizione unilaterale dei modelli informativi, benché declinati in molteplici dimensioni e associati ad altre tecnologie, non avverrà alcuna svolta.

Il procedimento tecnico amministrativo necessita di poter gestire unitariamente i contenuti informativi contemplati dalla legge secondo basi di dati connesse.

Di là dalle abilità dei singoli attori nell’uso dei dispositivi della modellazione informativa, che non si limitano alla produzione dei modelli, l’universo entro il quale ci si può agitare nella modellazione informativa è troppo limitato per consentire una effettiva azione.

Esistono già gli strumenti operativi per andare verso la Digital Transformation, ma mancano le convenzioni semantiche che ne permettano l’uso normalizzato.

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