PROSSIMITÀ / 11

Asfalto, cemento e territori sempre più caldi: facciamo le città climaticamente intelligenti?

29 Mag 2026 di Anna Gagliardi

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Con il primo vero caldo torna puntualmente l’emergenza. I titoli dei giornali parlano di temperature record, le ordinanze invitano gli anziani a non uscire nelle ore più calde e a mangiare più frutta, si moltiplicano gli allarmi sanitari e improvvisamente scopriamo che le nostre città sono diventate invivibili. Come se non lo sapessimo già. Come se il problema fosse arrivato all’improvviso insieme all’estate e non fosse invece il risultato di decenni di urbanistica pensata ignorando completamente il clima. Ed è forse proprio questa la cosa più inquietante: continuiamo a comportarci come se ogni estate fosse una sorpresa.

Ci stiamo abituando alle piazze vuote in pieno pomeriggio, alle scuole trasformate in serre, all’asfalto che restituisce calore fino a notte fonda, agli alberi secchi, ai quartieri dove una passeggiata a luglio diventa quasi una prova di resistenza fisica. Ci stiamo abituando alle notti tropicali anche nelle città del Nord Italia e alla sensazione che lo spazio pubblico, in alcuni momenti della giornata, non sia più progettato per essere vissuto.

Eppure continuiamo ostinatamente a costruire città come se il clima fosse ancora quello di trent’anni fa. Questa è la vera follia contemporanea.

Parliamo continuamente di sostenibilità, di transizione energetica, di neutralità climatica. Organizziamo convegni, produciamo linee guida, scriviamo piani strategici sempre più sofisticati, facciamo le CER. Poi però basta attraversare molte città italiane per rendersi conto che stiamo ancora costruendo luoghi che producono calore, consumano energia e peggiorano il microclima urbano. In pratica continuiamo a progettare il problema mentre fingiamo di volerlo risolvere.

Per anni abbiamo pensato che la questione energetica fosse quasi esclusivamente una questione impiantistica, da ingegneri. Più fotovoltaico, più cappotti termici, più pompe di calore, più efficientamento. Tutto corretto, certo. Ma oggi tutto questo non basta più. Perché il cambiamento climatico entra nelle città molto prima ancora che attraverso i consumi energetici: entra attraverso la loro forma urbana.

Entra nell’asfalto nero che accumula calore per ore, nelle piazze completamente minerali dove un bambino, a luglio, non riesce nemmeno a toccare il pavimento o i nostri cani non riescono a camminare senza ustionarsi, nei quartieri costruiti senza ombra, senza ventilazione naturale, senza acqua, senza alberi pensati come infrastruttura e non come semplice decorazione urbana. Entra nelle urbanizzazioni progettate ignorando completamente il comportamento climatico degli spazi pubblici.

In altre parole, abbiamo costruito giganteschi accumulatori termici e oggi ci stupiamo che le città diventino invivibili. Il punto è che continuiamo ancora a trattare urbanistica ed energia come due mondi separati, quando ormai sono la stessa identica cosa. La vera sfida dei prossimi anni non sarà soltanto costruire edifici efficienti, ma progettare città climaticamente intelligenti. Città capaci di trattenere meno calore, consumare meno energia, utilizzare meglio acqua e verde, creare ombra, mitigare le isole di calore e migliorare realmente la qualità della vita delle persone.

Perché il tema climatico non riguarda soltanto l’ambiente ma riguarda la salute pubblica, i costi sanitari, la qualità sociale degli spazi urbani, la fragilità delle persone anziane, la vivibilità dei quartieri popolari e perfino la possibilità stessa di continuare ad abitare alcune parti delle nostre città.

Una città che diventa invivibile produce isolamento, disuguaglianze, fragilità economica e paura. Eppure continuiamo ad approvare interventi urbanistici valutando quasi esclusivamente volumetrie, parcheggi, standard e viabilità, come se fossimo ancora dentro un modello urbano del Novecento.

Ma oggi la vera domanda dovrebbe essere molto più scomoda: questo quartiere sarà ancora vivibile tra vent’anni? Perché il rischio enorme è che continuiamo ad approvare quartieri perfettamente conformi dal punto di vista urbanistico ma climaticamente già falliti il giorno stesso dell’inaugurazione.

Ed è qui che entra in gioco un tema gigantesco di cui ancora si parla troppo poco: il Digital Twin urbano. Per la prima volta nella storia delle città abbiamo infatti la possibilità di simulare il comportamento climatico di un quartiere prima ancora di costruirlo. Possiamo capire dove si accumulerà il calore, come circolerà l’aria, quanto inciderà una nuova volumetria, quali materiali peggioreranno le temperature urbane e quale sarà il comportamento energetico reale di uno spazio pubblico. Tradotto in modo molto semplice: oggi possiamo smettere di pianificare al buio.

E invece cosa facciamo spesso? Continuiamo ad approvare trasformazioni urbanistiche guardando rendering perfetti pieni di alberelli, biciclette e persone sorridenti, salvo poi consegnare ai cittadini distese di cemento che a luglio diventano piastre radianti. Continuiamo a inaugurare piazze senza un centimetro di ombra e poi ci stupiamo se nessuno le vive. Continuiamo a progettare parcheggi come deserti asfaltati salvo poi parlare di adattamento climatico nei convegni.

Ma allora la domanda vera diventa quasi brutale: ha ancora senso progettare città senza simulare prima il loro comportamento climatico? Perché oggi progettare senza dati significa assumersi una responsabilità enorme verso le prossime generazioni.

E qui il ruolo dei Comuni diventa centrale. I tecnici comunali stanno vivendo una stagione paradossale. Da una parte vengono caricati di responsabilità gigantesche: PNRR, transizione energetica, rigenerazione urbana, sostenibilità, sicurezza climatica, digitalizzazione. Dall’altra vengono lasciati spesso sotto organico, senza strumenti adeguati, senza strutture tecniche sufficienti e senza il tempo necessario per affrontare trasformazioni che richiederebbero invece visione, studio e capacità multidisciplinari.

Eppure saranno proprio loro, nel silenzio quotidiano degli uffici tecnici, a decidere se le nostre città diventeranno luoghi vivibili o enormi fornaci urbane. Forse allora il vero problema non è il cambiamento climatico. Il vero problema è che le nostre città continuano ad essere progettate da un clima che non esiste più.

E il clima, purtroppo, non aspetta i tempi della burocrazia

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