PROSSIMITÀ / 17

Sindaci: influencer o manager pubblici? È tempo di scegliere. Dalle classifiche di gradimento alla realtà del governo locale: il sindaco che serve oggi

10 Lug 2026 di Anna Gagliardi

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Ogni anno in questo periodo, viene pubblicata una classifica di gradimento dei sindaci. E ogni anno ci fermiamo a commentare chi sale, chi scende e chi sorprende, ma che sindaco vogliamo oggi? Vogliamo un amministratore che rincorra il consenso quotidiano con la pagina social più visitata, misurando ogni decisione sul numero dei “mi piace” ricevuti? Quello che fa gli aperitivi con i ragazzi del paese, in diretta social? Oppure vogliamo una persona capace di assumersi la responsabilità di governare, anche quando questo significa dire qualche “no”?

La politica locale è probabilmente il livello istituzionale più difficile da amministrare. Il sindaco è il volto dello Stato sotto casa. È quello che incontra il cittadino al mercato, al bar, fuori dalla scuola. È quello che riceve le telefonate anche in piena notte, quando una strada si allaga, quando manca un medico, quando un cantiere ritarda o quando una famiglia ha bisogno di aiuto. Eppure sempre più spesso sembra che il metro di valutazione sia diventato un altro: la popolarità.  Un sindaco deve governare o piacere? Le due cose possono convivere, ma non sempre coincidono. Perché amministrare significa anche fare scelte scomode. Significa spiegare perché un’opera non si può realizzare, perché un investimento non è sostenibile, perché una promessa oggi potrebbe diventare un problema domani. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una rincorsa continua verso opere sempre più spettacolari. Strutture iconiche, piazze da copertina, edifici firmati dall’archistar del momento, magari pure pagate da fondi e bandi. Quasi che il valore di un’opera si misurasse dal nome di chi l’ha voluta e progettata e non dalla sua capacità di migliorare davvero la vita delle persone.

E poi c’è un’altra corsa, tutta italiana: la corsa al comunicato stampa o al post social del momento sul finanziamento ottenuto. “Abbiamo preso il finanziamento”. “Abbiamo portato a casa le risorse”. Titoli, post ogni mattina, fotografie, inaugurazioni.

Ma il vero banco di prova arriva sempre dopo, quando i riflettori si spengono e il nastro dell’inaugurazione è stato tagliato. Da quel momento inizia la parte più difficile: garantire la gestione dell’opera, reperire le risorse necessarie, assicurare personale qualificato, sostenere i costi energetici, programmare la manutenzione e mantenere l’equilibrio economico dell’investimento.

Un’opera pubblica dovrebbe nascere solo dopo un’attenta analisi della sua sostenibilità gestionale ed economica, accompagnata da una valutazione dei reali fruitori e dei benefici che produrrà nel tempo. La sua utilità non può essere misurata il giorno dell’inaugurazione, ma dalla capacità di continuare a generare valore pubblico nei successivi venti o trent’anni.

Allo stesso modo, ogni investimento dovrebbe essere preceduto da uno studio approfondito dei bisogni della comunità e da una misurazione del suo impatto sociale, economico e gestionale e dalla ricerca anche di un buon partner anche privato. Per troppo tempo, invece, è accaduto il contrario: si sono adattati i territori alle opportunità offerte dai finanziamenti, quando sarebbe stato molto più lungimirante utilizzare quei finanziamenti per rispondere ai bisogni reali dei territori.

È una domanda che vale per tutti, amministratori, tecnici e politica, perché un’opera pubblica non è un trofeo da esibire. È un impegno che qualcuno dovrà mantenere vivo per decenni.

Il PNRR ci ha insegnato una cosa: trovare i soldi per costruire è difficile. Ma trovare i soldi per gestire sarà ancora più difficile e allora non possiamo più rifugiarci nell’alibi che “non ci sono le risorse”.

Le risorse esistono. La vera differenza la fanno le priorità, la programmazione e la capacità di spendere bene. Ogni euro investito in un’opera che non serve, che nessuno utilizza o che diventa economicamente insostenibile è un euro sottratto a manutenzioni, scuole, servizi sociali, sicurezza, personale e alle cose che servono ogni giorno in comune.

Ma forse il punto è ancora più profondo. Negli ultimi vent’anni il ruolo del sindaco è cambiato radicalmente. Oggi un sindaco non è soltanto un rappresentante politico. È il responsabile di una macchina organizzativa complessa. Gestisce milioni di euro di risorse pubbliche, decide sul patrimonio comunale, sulla transizione energetica, sulla rigenerazione urbana, sulla digitalizzazione, sul welfare, sulla sicurezza, sulla manutenzione delle infrastrutture e sulla qualità dei servizi e non sempre è adeguatamente formato e preparato alla complessità amministrativa. In altre parole, governa una delle organizzazioni più complesse presenti sul territorio. Eppure continuiamo a valutarlo quasi esclusivamente attraverso il consenso.

È un paradosso. In qualunque impresa un amministratore viene valutato per i risultati raggiunti, per la capacità di programmare, innovare, mantenere l’equilibrio economico e creare valore nel tempo. Perché nella Pubblica Amministrazione dovrebbe essere diverso?

Ecco allora al sindaco serve anche un team adeguatamente preparato che lo supporti nelle scelte importanti per evitare di creare l’ennesimo “monumento al sindaco” che dovrebbe lasciare spazio a qualcosa di molto meno appariscente ma infinitamente più utile: amministrazioni efficienti, uffici competenti, manutenzioni programmate, servizi che funzionano e bilanci capaci di reggere nel tempo.

Il sindaco del futuro non dovrà essere un influencer della politica locale, dovrà essere un manager pubblico. Una persona capace prima di tutto di leggere dati, ascoltare i bisogni della comunità, costruire una squadra competente, misurare i risultati e assumersi la responsabilità delle proprie scelte e poi fare Politica, quella con la “P” maiuscola, anche quando questo significa rinunciare a un titolo sul giornale o a qualche applauso.

Perché il consenso dura una stagione, le conseguenze delle decisioni amministrative restano per decenni. Forse dovremmo smettere di chiederci chi sia il sindaco più popolare e iniziare a domandarci chi sarà quello che, tra vent’anni, avrà lasciato un Comune più forte, più efficiente e più sostenibile di come lo aveva trovato.

Quella sì che sarebbe la classifica che meriterebbe di finire in prima pagina.

La vera domanda non è allora quale sindaco vincerà la prossima classifica di gradimento. La vera considerazione è quale sindaco, tra vent’anni, sarà ricordato per aver avuto il coraggio di scegliere la responsabilità invece del consenso. Forse è arrivato il momento di misurare i sindaci non per quanto piacciono, ma per il valore pubblico che lasciano. Perché il consenso si misura nei sondaggi e sui social. La responsabilità si misura nel futuro delle comunità.

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