PROSSIMITÀ / 16
Finito il PNRR. Adesso siamo pronti a camminare senza aiutini?
Alla fine il 30 giugno 2026 è arrivato. La data che per quattro anni ha scandito il tempo della Pubblica Amministrazione non è più una scadenza da inseguire, ma un punto di arrivo. Per mesi abbiamo vissuto tra milestone, target, bandi, cronoprogrammi e piattaforme di rendicontazione, in una corsa continua che ha portato miliardi di euro nei territori e ha costretto gli enti pubblici a cambiare passo come probabilmente non era mai accaduto prima. Ora, però, inizia la parte più difficile.
Il PNRR finirà, le task force finiranno, le risorse straordinarie finiranno e resteremo noi, con quello che abbiamo costruito e, soprattutto, con quello che abbiamo imparato, o che avremmo dovuto imparare.
La domanda è semplice, ma inevitabile: siamo davvero pronti a stare in piedi da soli?
Temo che, per molte amministrazioni, la risposta sia ancora no. Abbiamo imparato a spendere, ma non sempre a programmare; abbiamo imparato a rincorrere i bandi, ma molto meno a costruire strategie; abbiamo realizzato opere perché c’erano le risorse disponibili, senza chiederci fino in fondo se sarebbero state davvero sostenibili tra dieci o vent’anni.
Ora arriva la fase che probabilmente sarà la più impegnativa: gestire ciò che abbiamo costruito, manutenere edifici, garantire servizi, sostenere costi di gestione sempre più elevati e trovare risorse ordinarie per opere nate grazie a finanziamenti straordinari. Perché costruire è relativamente semplice quando qualcun altro paga il conto; molto più difficile è dimostrare di avere le competenze e la capacità organizzativa per far vivere quelle opere negli anni che verranno.
In questi anni abbiamo visto nascere progetti straordinari, ma anche interventi che oggi fanno discutere: asili nido realizzati in territori dove la natalità continua a diminuire, Case della Comunità prive del personale necessario per funzionare, edifici nuovi senza una reale programmazione gestionale, opere pensate più per rispettare una scadenza che per rispondere a un bisogno reale. Non è un problema di cemento. È un problema di metodo. Ed è proprio qui che il PNRR rischia di presentarci il conto.
Per anni abbiamo camminato con stampelle molto robuste e non c’è nulla di male nell’aver avuto bisogno di un sostegno straordinario dopo una crisi come quella pandemica. Sarebbe però grave se, nel frattempo, non avessimo rafforzato le nostre gambe. Ho la sensazione che servirà ancora molta “riabilitazione”, perché la cultura amministrativa non cambia con un finanziamento, ma con un percorso lungo fatto di competenze, organizzazione e visione.
La scena che mi viene in mente è quella di Italia ’90. Stadi nuovi, entusiasmo, inaugurazioni, telecamere, promesse. Poi la festa finisce, le luci si spengono e resta qualcuno che, ogni mattina, deve aprire quei cancelli, pagare le bollette, fare manutenzione e garantire che tutto continui a funzionare. È in quel momento che si misura il successo di un investimento pubblico, non il giorno del taglio del nastro ma dieci anni dopo, quando occorre dimostrare che ciò che è stato costruito continua a produrre valore. La vera domanda, allora, non è quale sarà il prossimo PNRR. La vera domanda è se abbiamo finalmente imparato a governare senza aspettare che qualcuno ci dica cosa fare e, soprattutto, ci metta i soldi. Il futuro della Pubblica Amministrazione non può più essere costruito inseguendo bandi straordinari, bonus o superbonus. Deve poggiare su una programmazione ordinaria capace di attrarre investimenti, costruire partenariati con il settore privato, utilizzare con intelligenza gli strumenti del partenariato pubblico-privato, proseguire con decisione la digitalizzazione dei processi amministrativi e investire continuamente sulle competenze delle persone. Questo, forse, è il più grande insegnamento che il PNRR avrebbe dovuto lasciarci. Le risorse economiche, da sole, non cambiano un Paese: lo cambiano le organizzazioni che sanno utilizzarle. L’Europa continuerà a mettere a disposizione programmi e finanziamenti, ma la differenza non la faranno più i soldi, la faranno le amministrazioni capaci di intercettare quelle opportunità, di progettare, di dialogare con il mercato, di costruire partenariati e di trasformare un’idea in un investimento capace di generare valore pubblico.
Il PNRR doveva essere una palestra, il grande laboratorio nel quale imparare a correre con le nostre gambe. Se tra qualche anno saremo ancora qui ad aspettare il prossimo “aiutino”, significherà che quella palestra l’abbiamo frequentata senza imparare davvero la lezione. E la perdita più grande non sarà quella economica, perché i miliardi prima o poi finiscono, ma quella culturale: avremo sprecato un’occasione, forse irripetibile, per costruire una Pubblica Amministrazione più competente, più moderna e davvero capace di programmare il proprio futuro.
Le risorse finiscono. Le competenze restano. Se il PNRR non ci avrà lasciato quelle, il conto più salato non sarà economico: sarà il futuro che avremo perso.
Leggi gli altri articoli della rubrica "Prossimità"