L'ARCHITETTURA VISTA DA LPP / 39
Donatella Mazzoleni e Aldo Loris Rossi, nessuna paura delle macrostrutture nel Paese delle palazzine: infrastrutture sociali per migliorare la vita degli individui
Fine novembre 2025. Bruciano sette grattacieli nel complesso Wang Fuk Court ad Hong Kong. Provocano oltre centocinquanta morti, altrettanti dispersi, centinaia di feriti e lasciano un quartiere devastato. Le immagini del fuoco che corre come un serpente impazzito lungo le facciate sottolineano, con la violenza dell’evidenza, una verità che fingevamo di ignorare: certe densità abitative sono trappole. Trappole verticali, lucide e spettacolari finché va tutto bene; inferni quando qualcosa va storto. E non solo perché si muore, ma perché spesso si vive male. Corridoi interminabili, spazi collettivi ridotti a trombe di circolazione, appartamenti che sono scatole impilate più che luoghi d’abitare.
Eppure, in alcuni Paesi l’alta densità è percepita come un obbligo, una condizione economica. Le città-mercato dell’Asia orientale, le metropoli americane che celebrano la skyline come religione, gli esperimenti europei in cui si pensa che comprimere abitanti entro una maglia più stretta sia automaticamente sostenibile. È in questi contesti che prosperano i progetti più radicali – e talvolta più mostruosi – delle archistar globali. Rem Koolhaas che immagina torri come infrastrutture di flussi più che edifici; Steven Holl che stratifica volumi come fosse un geologo dello spazio; MVRDV che disegnano ammassi volumetrici capaci di generare più pixel che città. Idee interessanti, certo, ma che scivolano nel gigantismo per il gigantismo.
Curiosamente, in Italia accade l’esatto contrario. Qui la grande dimensione è vissuta come una colpa. Il Corviale a Roma? Da abbattere. Le Vele a Napoli? Da rimuovere. Tutto ciò che supera la scala della palazzina diventa un nemico del vivere urbano. Come se la misura dell’edificio fosse una variabile morale, e non progettuale. La narrazione dominante è semplice: grande uguale brutto; grande ovvero alienante; grande cioè fallimento. Eppure, il problema non è la scala in sé, ma cosa permette o impedisce di fare. Basta guardare fuori dai confini nazionali per capire che la questione è più sfumata.
Per capire cosa sia una macrostruttura, bisogna tornare a Le Corbusier e al suo Piano Obus per Algeri. Un gesto urbanistico che immaginava una struttura unificante, una lunga autostrada che fungeva da tracciato architettonico capace di ordinare il caotico e allo stesso tempo lasciare spazio alle libere appropriazioni dei cittadini. Una sorta di spina dorsale, un grande segno collettivo cui si agganciavano forme di vita individuali. Per fortuna che non si è mai realizzato. Vivere sotto una autostrada sarebbe stato un incubo per i poveri malcapitati.
Ma è in questo equilibrio tra segno comune e libertà personale che risiede la potenza ideologica delle macrostrutture. Non soltanto edifici grandi, ma strumenti per immaginare comunità più complesse, più interconnesse, più capaci di rigenerarsi e, paradossalmente, più libere,
Negli anni Sessanta e Settanta questo tema del rapporto tra grande segno pubblico e libertà dei cittadini diventa centrale. Prima in Giappone, dove i Metabolisti – Kenzo Tange, Kiyonori Kikutake, Kishō Kurokawa – propongono città come organismi viventi, strutture permanenti cui si attaccano cellule variabili. Architetture che crescono, si trasformano, si rigenerano. Poi nelle avanguardie radicali europee: Archigram. E in Italia: Superstudio con le sue griglie infinite, Archizoom con la No-Stop City, Luigi Pellegrin con le sue strutture complesse, visionarie e quasi aliene per la prudente Italia del tempo.
È qui che entra in scena Napoli. Una città che ha sempre oscillato fra caos organico e desiderio di ordine, fra stratificazione spontanea e architettura radicale. In questo contesto si muovono Aldo Loris Rossi e Donatella Mazzoleni: una coppia intellettuale e progettuale che ha sognato una modernità diversa, non moralistica, non spaventata dalla scala, non timida di fronte alla complessità.
I loro progetti utopici – strutture avvolgenti, ponti abitati, megastrutture che dialogano con il paesaggio – non sono fantasie isolate, ma parti di una riflessione intensa sulla possibilità di trasformare l’ambiente urbano attraverso l’architettura come infrastruttura sociale. Poi arriva il terremoto dell’Irpinia, e con esso la necessità di sperimentare soluzioni reali, rapide, intelligenti. Loris Rossi e Mazzoleni non si tirano indietro. Le loro ricerche sul modulo abitativo evolutivo, sulle strutture aggregabili, sui sistemi di supporto alla ricostruzione sono fra i contributi più lucidi prodotti in Italia in quegli anni.
Come spesso accade, la memoria critica italiana è selettiva e parziale. Molti ricordano Loris Rossi, pochi ricordano Mazzoleni. Un destino comune per molte figure femminili dell’architettura del Novecento, relegate sullo sfondo nonostante il ruolo centrale nella produzione progettuale e teorica.
Per questo è stata importante la mostra napoletana “La costruzione dell’utopia. Disegni di Donatella Mazzoleni e Aldo Loris Rossi”. Non soltanto perché ha recuperato una stagione progettuale dimenticata, ma perché ha fatto emergere il ruolo di Donatella Mazzoleni, finalmente riconosciuta come coautrice, pensatrice, ideatrice. Una figura che non era affatto complementare, ma centrale. Una mente capace di tenere insieme rigore scientifico e immaginazione formale, teoria e progetto, tecnologia e visione sociale.
La mostra, attraverso il disegno – il luogo per eccellenza dell’utopia architettonica – ricostruisce un’epopea che oggi appare quasi impossibile: un tempo in cui si poteva ancora immaginare la città come un’opera collettiva, non come un insieme di operazioni immobiliari; un tempo in cui gli architetti potevano proporre idee grandi senza essere accusati di gigantismo; un tempo in cui il futuro era ancora un cantiere possibile. Accanto alla mostra un ottimo catalogo, con numerosi saggi critici, che permette di poterla rivedere a casa adesso che ha chiuso i battenti.
Cosa resta oggi delle macrostrutture? In un’epoca che, non senza ragioni, diffida dei grandi gesti, che celebra la patchwork-city fatta di interventi minimi e temporanei, che vede nell’iper-densità un male ma al tempo stesso la incentiva economicamente, forse le macrostrutture tornano utili. Non come modelli rigidi, ma come metodologia di pensiero. Come invito a immaginare spazi che sappiano unire e accolgano il collettivo senza soffocare l’individuale.
Il problema, in fondo, non è la densità. È la cattiva densità. Che si limita a sommare abitanti senza sommare relazioni, servizi, qualità, sicurezza. Che pensa l’edificio come macchina per accumulare, non come ambiente per vivere.
Le macrostrutture storiche, con tutti i loro difetti e ingenuità, provavano a fare l’opposto: creare un’infrastruttura comune che migliorasse la vita dei singoli. Loris Rossi e Mazzoleni lo avevano capito. Non c’è niente di più pericoloso della piccola scala quando impedisce di vedere il grande problema. E l’utopia, quando la realtà diventa una trappola, può, se siamo abbastanza astuti, aiutarci a fronteggiarla.
Alessandro Castagnaro e AlbertoTerminio (a cura di), “La costruzione dell’utopia. Disegni di Donatella Mazzoleni e Aldo Loris Rossi”. Clean Edizioni, Napoli 2025.
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