L'ARCHITETTURA VISTA DA LPP / 38
Roma fra propaganda post-giubilare (e pre-elettorale) e le mostre/inaugurazioni che dovrebbero indurci a una riflessione seria sul futuro della città
Il 26 dicembre dell’oramai trascorso 2025 i quotidiani nazionali escono con una notizia che non esiterei a definire ironica, se non addirittura patafisica. La nuova stazione Colosseo della metropolitana di Roma, pochi giorni prima inaugurata e vantata come la più bella stazione d’Europa, se non proprio come una delle sette meraviglie del mondo contemporaneo, fa acqua durante violenti temporali che hanno investito la Capitale. Le immagini fanno il giro dei social con una velocità ben superiore a quella dei convogli della linea C.
Che un edificio nuovo di zecca faccia acqua non è di per sé una gran notizia. Di fastidiose infiltrazioni sono stati vittime numerosi capolavori dell’architettura del passato, compresi edifici di Le Corbusier e di Frank Lloyd Wright. Tanto che si attribuisce a uno di loro – poco importa a quale, la battuta funziona comunque – l’osservazione secondo cui un capolavoro non dovrebbe mai stare esposto alle intemperie, ma essere custodito gelosamente in un museo. L’ironia, in questo caso, nasce dal fatto che il disguido tecnico avviene nel bel mezzo di una campagna mediatica molto ben orchestrata per dimostrare che Roma è finalmente diventata una capitale efficiente, moderna, all’altezza delle grandi città europee.
A testimoniarlo dovrebbero essere, nelle intenzioni dell’amministrazione, l’inaugurazione di due stazioni di metropolitana, il rifacimento di Piazza Augusto Imperatore – inaugurata, va detto, anche se a metà lavori – e una costellazione di iniziative culturali che raccontano una Roma in movimento, riflessiva, capace di guardarsi allo specchio. Tra queste spiccano tre mostre e un nuovo spazio che ambisce a diventare il cuore pulsante del dibattito urbano.
Al MAXXI è in corso “Roma nel Mondo”, curata dal celebre urbanista e studioso delle città globali Ricky Burdett. Al MACRO, museo di arte contemporanea di Roma che con la nuova direzione di Cristiana Perrella cerca di uscire da un periodo di crisi identitaria e gestionale, troviamo la grande mostra collettiva di artisti romani UNAROMA e, sempre lì, la mostra curata dal collettivo Stalker dal titolo inquietante e programmatico: Abitare le rovine del presente. A completare il quadro, la recente inaugurazione dell’Urban Center Metropolitano, aperto sempre nel dicembre 2025 in viale Manzoni 34, a due passi dalla linea A. Uno spazio multimediale di oltre 1500 metri quadrati che, nelle intenzioni dell’amministrazione comunale, dovrebbe diventare il nuovo polo culturale e informativo sulla rigenerazione urbana: incontri, mostre, workshop, aule studio, bookshop, eventi. Tutto aperto a tutti.
Insomma, Roma, arrivata alla fine del Giubileo, sta facendo i conti con se stessa. Oppure, secondo una prospettiva più disincantata, sta promuovendo se stessa in vista delle elezioni comunali della primavera 2027, ormai dietro l’angolo. Un attivismo reso possibile, e va detto senza ipocrisie, dalla valanga di fondi arrivati con il PNRR, che hanno temporaneamente sospeso quella cronica scarsità di risorse a cui la città era abituata.
Veniamo alle mostre. Tutte da vedere, senza esitazioni.
Cominciamo da quella del MAXXI, che è certamente la più impegnativa. Evitiamo anche la polemica, già ampiamente praticata, se il luogo più appropriato per una mostra del genere sia un museo destinato all’arte e all’architettura intesa come disciplina artistica. La mostra è bella, istruttiva, impeccabile dal punto di vista grafico e comunicativo. Eppure, come ha notato più di un commentatore, alla fine ci dice cose che già sappiamo. Che il Comune di Roma è uno dei più grandi d’Europa, che la città possiede una quantità enorme di verde, che i trasporti pubblici funzionano male, che ci sono troppe auto, che l’overtourism legato ad Airbnb sta modificando interi quartieri, che la popolazione è più anziana che giovane. I grafici allestiti da Burdett sono chiarissimi e piacevoli da guardare, quasi rassicuranti nella loro evidenza. C’è poi un magnifico plastico in terracotta, illuminato in modo diverso a seconda dei temi affrontati: mobilità, densità, servizi. È talmente bello che ci fa dimenticare di criticarlo per essere realizzato in argilla, forse il materiale meno indicato per fungere da schermo interattivo. Ma tant’è: la bellezza, a Roma, spesso assolve tutto.
Accanto alla mostra di Burdett, quasi per contrasto, troviamo quella dedicata alle opere visionarie per Roma di Luigi Pellegrin, curata magnificamente da Sergio Bianchi in occasione del centenario della nascita del grande architetto. Una mostra superba, allestita con intelligenza in uno spazio tutto sommato di risulta, che ci ricorda come per Roma, non molti decenni fa, si pensasse in grande, anzi in grandissimo. Megastrutture, visioni radicali, infrastrutture come strumenti di trasformazione sociale. Che oggi questo non avvenga più è una sensazione difficile da scacciare. Non so quanto tale considerazione sia voluta o emerga dal casuale accostamento delle due mostre: quella di Pellegrin nasce infatti non da un input politico, ma dal centenario di un architetto i cui disegni e plastici sono in gran parte conservati proprio al MAXXI.
Veniamo al MACRO. UNAROMA è anch’essa una mostra magnifica, che dimostra quanto l’arte a Roma sia vitale e, aggiungerei, poco promossa. Bello anche l’allestimento, articolato in tre parti: l’esposizione delle opere, uno spazio destinato a incontri, workshop e conferenze, e infine la diffusione della mostra nel territorio romano grazie al coinvolgimento di altri spazi cittadini. Un’idea intelligente, che riconosce come l’arte a Roma non stia solo nei musei.
Ma la mostra più interessante, a mio avviso, è quella di Stalker al primo piano dell’ancora bellissimo museo disegnato da Odile Decq. Qui si racconta una Roma che raramente entra nei comunicati stampa ufficiali: una città che abita se stessa in modi non convenzionali, che lotta per il diritto all’abitazione, contro la gentrificazione, che è multiculturale e multietnica. Una Roma nascosta che non può essere considerata solo un problema da eliminare o da evitare. È l’altra Roma, quella con cui prima o poi bisognerà fare i conti.
Speriamo allora che l’Urban Center Metropolitano non diventi soltanto una vetrina per progetti scintillanti, nei quali, per un’ulteriore ironia del destino, finisca per infiltrarsi l’acqua piovana, ma uno spazio capace di produrre soluzioni reali per una metropoli che, pur dotata di una straordinaria capacità di resilienza, vive da tempo una crisi profonda: di efficienza, certo, e forse anche di identità.
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