PROGETTO CORALE / 25

Non c’è solo l’High line di New York. Anche in Italia e in Europa i ponti occasione di rigenerazione urbana. Casi virtuosi da estendere

17 Dic 2025 di Maria Cristina Fregni

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I ponti sono un potente strumento di trasformazione del territorio e di sviluppo socio-economico. Modificano i flussi, permettono di esplorare i luoghi da percorsi inediti, di ammirare il paesaggio da prospettive inusuali, di accorciare i tempi e cambiare le abitudini e le aspettative.

Per questa ragione, nei processi di Rigenerazione Urbana i ponti, nuovi o esistenti, possono giocare un ruolo fondamentale, non solo e non tanto come infrastruttura, ma prima di tutto come elemento simbolico di connessione e di esplorazione, che consente di riallacciare relazioni.

Come tutte le grandi infrastrutture, poi, i ponti generano inevitabilmente spazi di risulta, solitamente di difficile gestione. Gli attacchi a terra del ponte sono spesso luoghi inospitali, non progettati se non dal punto di vista ingegneristico, talvolta inaccessibili. Eppure, proprio questi spazi residuali sono stati negli ultimi anni oggetto di riappropriazione da parte dei cittadini, occasione di attivazione di progettualità e sguardi diversi sul territorio, terreno di sperimentazione di modi inediti di fruire lo spazio e organizzare l’aggregazione sociale.

E’ noto a tutti il caso della High Line di New York, estremamente pubblicizzato e divulgato per il carattere dirompente che ha avuto e per gli effetti a caduta di riqualificazione del contesto urbano in cui è collocata. Chiaramente, il riuso come parco, a cura di un grande studio di architettura, di un tratto di sopraelevata dismessa nel cuore di uno degli skyline più famosi al mondo e della città innovativa per eccellenza non può costituire più di tanto un caso replicabile, ma sicuramente è di grande incoraggiamento e di visione per tentare strade analoghe ma calate in contesti specifici e differenti.

Non è dunque un caso che diversi interventi infrastrutturali di ANAS in Italia stiano generando, in sordina e forse senza nemmeno troppa consapevolezza, occasioni di rigenerazione di porzioni di territorio anche significative.

Per esempio, a Vallina, vicino a Firenze, il  progetto delle opere di mitigazione e compensazione del nuovo ponte sull’Arno sta portando con sé un ripensamento delle aree ai piedi del ponte, che, in condivisione con la cittadinanza locale, andranno a dotare il distretto locale di spazi pubblici e aggregativi di grande respiro, che faranno uscire da una potenziale residualità i nuclei urbani prossimi alla nuova infrastruttura, generando servizi aggregativi e culturali che, a loro volta, arricchiranno di senso la maggiore accessibilità dei luoghi generata dalla nuova infrastruttura. Stiamo parlando di un grande parco agricolo pubblico con funzioni ludiche e didattiche, connessioni ciclopedonali tra le varie frazioni e il recupero di una casa rurale storica da destinare ad associazioni del territorio. In sintesi, laddove, ai piedi del ponte, si rischiava di avere spazi spondali non fruibili e poco sicuri nascerà invece un polo aggregativa del territorio, un presidio di cura e sicurezza e un nodo di flussi di cui la nuova infrastruttura diventa tassello e promotore.

O ancora, ad Ostiglia, quindi sul Po, la realizzazione di un nuovo ponte porterà con sé la dismissione del ponte ferroviario storico. Invece che demolire questa infrastruttura esistente, tra l’altro testimonianza tecnologica di un modo di costruire che ha fatto storia, si sta cercando di farne occasione di innesco di nuove dinamiche sociali e turistiche, che facilitino il recupero di una relazione dei due nuclei urbani sulle due sponde con il fiume. L’idea di fondo è quella di recuperare il ponte come attraversamento riservato a pedoni e ciclisti, ma andando oltre la sola idea di infrastruttura per la mobilità: la superficie del ponte deve diventare percorso culturale e paesaggistico, che valorizzi il paesaggio fluviale e generi un sistema fruitivo connesso anche ai poco conosciuti beni culturali dei nuclei storici ai piedi del ponte. Quindi ecco che la rinnovata passerella si arricchisce di elementi di interpretazione del sistema paesistico del Po, di luoghi di sosta per ammirare il paesaggio sospesi sull’acqua, di componenti vegetazionali che trasmettono un’idea di nuovo contatto con l’elemento naturale. E gli spazi in cui ponte riqualificato e ponte nuovo si innestano sulla “terra ferma” diventano opportunità per dotare le comunità locali di aree verdi ambientalmente di valore, di parcheggi qualificati e qualificanti che permettano una maggiore fruizione delle sponde fluviali, di nuovi percorsi di connessione ciclabili tra i nuclei insediativi dislocati lungo le sponde fluviali. Il progetto di infrastruttura diventa quindi occasione di rigenerazione di un contesto territoriale ampio, che funzioni come sistema e di cui l’infrastruttura sia non ospite impattante che “porta altrove”, ma elemento strutturante che funziona sinergicamente con gli altri elementi del territorio.

Poi ci sono le molteplici iniziative, in Italia e all’estero, in cui gli spazi sotto ai ponti e ai cavalcavia diventano occasioni di accoglienza di fermenti urbani contemporanei, aprendo opportunità per la cultura “street”, con skatepark, interventi di graffitismo e murales, fino alla creazione di orti urbani sospesi e luoghi per mercati temporanei. In Francia si contano diversi interventi di questo tipo, in Italia se ne iniziano a vedere diversi. Ma, curiosamente, il caso forse più interessante viene, questa volta, non dal nord Europa, bensì dall’Egitto.

Parliamo dunque del El Sawy Culturewheel, un intervento che comprende 5000 metri quadrati di terreno sotto il ponte “15 maggio” sull’isola di Zamalek. Si tratta di un centro culturale privato, nato quasi per caso sotto ad una infrastruttura, ad oggi il primo luogo di cultura non aggregativo dell’Egitto, che ospita 5 teatri: la River Hall, la Wisdom Hall, la Word Hall, il Giardino El Sakia e il Frutteto del Nilo (El Bostan). Tutti e cinque i teatri sono dotati di schermi cinematografici e supporti audiovisivi, oltre a cinque sale al chiuso per workshop e conferenze.

L’area residuale sotto alla grande infrastruttura del ponte era diventata luogo di degrado e malavita.   Pertanto, il governatorato del Cairo ha dimostrato da subito un grande sostegno quando l’ingegnere Mohamed El Sawy, proprietario delle aree, si è offerto di ripulirle e di avviare un’attività culturale in cambio del diritto di utilizzare lo spazio gratuitamente per tali attività.

Il processo di progettazione è stato guidato dalle iniziative personali dell’ingegnere Mohamed El Sawy, che, insieme al suo team, è responsabile della gestione e della manutenzione di El Sawy Cultural Wheel. Il centro si avvale inoltre di un nutrito team di volontari che partecipa attivamente a compiti come l’organizzazione dell’ingresso del pubblico attraverso i cancelli e la gestione occasionale di diversi eventi e workshop. Il sostegno finanziario deriva da investimenti di importanti aziende, tra cui società di telecomunicazioni, l’Arab African International Bank, la Juhayna Juice Company e l’agenzia pubblicitaria di El Sawy, Alamia. Il progetto è stato avviato nel 2003 e continua a rappresentare ad oggi un nodo culturale di successo, che ha riattivato dinamiche sociali e culturali nell’intero distretto urbano in cui è collocato.

El Sawy Cultural Wheel  si è infatti affermata come un luogo di rilievo per diverse attività che vi si svolgono, quali incontri e spettacoli con giovani artisti, musicisti e poeti locali. Funge anche da piattaforma per mostre d’arte e attività educative, inclusi laboratori didattici di varie forme d’arte come pittura, scultura e musica. Queste iniziative sociali ed educative svolgono un ruolo cruciale nel plasmare l’esperienza complessiva dello spazio culturale e nel creare connessioni con lo spazio urbano circostante. Inoltre, in seguito alla rivoluzione egiziana del 2011, la Ruota Culturale El Sawy ha acquisito una dimensione politica. È diventata un forum in cui rappresentanti della comunità, politici e persino personaggi pubblici internazionali si sono incontrati per partecipare a dibattiti pubblici, seminari, dialoghi e presentazioni.

Inoltre, bisogna considerare che il progetto è situato a El Zamalek, un quartiere ricco e diversificato nel cuore del Cairo, che ospita numerose ambasciate, luoghi culturali, gallerie d’arte e, in particolare, il Teatro dell’Opera Nazionale. Questo contesto ha aumentato la probabilità che le persone riconoscessero il potenziale del centro e lo accogliessero come un nuovo luogo culturale, facilitando il suo approccio inclusivo, che incoraggia tutte le classi sociali a partecipare alle sue attività. Ovviamente, le attività economiche e culturali del contesto hanno tratto beneficio e attivato connessioni fisiche e funzionali con il centro culturale, innescando processi di riqualificazione a catena.

Pertanto, come questi esempi ci dimostrano, non sempre la Rigenerazione Urbana deve chiedere grandi aree, grandi investimenti, grandi movimenti di Real estate. A volte il germe della Rigenerazione può nascere da piccoli spazi abbandonati, che fungono da volano per nuove dinamiche, o da occasioni infrastrutturali magari volute per logiche trasportistiche del tutto disconnesse dalla rigenerazione delle comunità, ma disposte a integrarsi con sguardi più complessi e arricchenti.

Strade, ciclabili, ponti sono segni potenti sul territorio, affinchè lo siano in positivo è imprescindibile che non solo colleghino due punti, ma che, nel farlo, si trasformino da linea a superficie, su cui far germogliare opportunità di crescita sociale e culturale per il territorio.  

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