Divercity, il magazine che racconta la diversità nell’inclusione urbana
Nato a marzo del 2018, è diretto da Valentina Dolciotti e ogni tre mesi affronta un tema del vasto mondo dell’inclusione. Dalle Traiettorie urbane di Palermo alle città fatte a misura di cervello. “Siamo nati quasi come un esperimento dopo la pubblicazione di un mio libro ma volevo scrivere di questi temi a cadenza fissa, per arrivare a più persone”.
“Con Divercity abbiamo l’ambizione altissima di mettere insieme il sociale e il culturale con il mondo delle aziende. Sembra sempre una bestemmia perché spesso i due mondi si guardano con diffidenza, ma non è così”. A sfatare il mito è Valentina Dolciotti, direttrice e co-fondatrice con Tiziano Colombi del magazine trimestrale Divercity, nato nel marzo del 2018 “quasi come un esperimento dopo un mio libro”. Racconta a Diario Diac che “volevo scrivere di questi temi”, cioè di inclusione a tutto tondo, “a cadenza fissa, per arrivare a più persone”. La sua esperienza tanto nel mondo delle associazioni quanto delle imprese la porta a parlare con cognizione di causa, schivando ogni rischio di washing. “Lo facciamo nella scrittura, incontriamo realtà che davvero si occupano di sociale anche perché lo hanno nel mandato. Ma non solo”.
La Fondazione Eos di Edison, ad esempio, è stata protagonista di un focus sul magazine già a maggio di tre anni fa con il progetto Traiettorie urbane di Palermo, concluso proprio quest’anno. L’obiettivo è stato coinvolgere undicimila ragazzi e ragazze a vivere la città attraverso lo sport e la cultura, aumentando il proprio senso di appartenenza al territorio e lo spirito di socialità. Concretamente, quindi, sono stati promossi i laboratori per la creazione di film collettivi che raccontano la vita nei quartieri, passeggiate nella natura, percorsi urbani per preparare una nuova segnaletica, rassegne culturali per giovani, nuovi spazi sportivi e aggregativi smontabili e itineranti.
“Nel numero Intelligenze, dedicato alla neurodivergenza, abbiamo provato a comprendere e a raccontare che anche conoscere il mondo e gli altri in un modo diverso può avere a che fare con le disabilità ma anche con strutture diverse di partenza”, spiega Valentina Dolciotti. In un articolo in proposito, Tommaso Davi racconta che “alcune tipologie di spazio pubblico o privato sono nate in una certa maniera perché hanno anche trovato il consenso di più persone che, condividendo una simile aspettativa basata sulla propria esperienza architettonica e sociale, ha definito come quel luogo o quell’edificio doveva essere costruito o ristrutturato e come avrebbero dovuto sentirsi i suoi abitanti una volta al suo interno”. Eppure, spiega, “questo comportamento sociale non si è potuto avvantaggiare fino a pochi anni fa delle moderne conoscenze nel campo della neuroscienza e della psicologia. Ciò non ha facilitato nel considerare adeguatamente tutte le diversità nei funzionamenti cerebrali e nei cosiddetti processi sensoriali nel progetto collettivo di città e ha naturalmente portato a produrre spazi che hanno spesso un impatto negativo anche sulla salute mentale”. Da qui, la diffusione dal 2022 la diffusione di un nuovo approccio basato sullo standard Pas 6463:2022 della British Institution, per realizzare spazi costruiti pubblici o privati, adatti alle diversità dei processi sensoriali e alla neuro-diversità.
“Ci sono poi altri due temi emergenti: quello dell’assunzione di persone con disabilità nelle aziende. Queste se ne stanno rendendo sempre più conto, andando oltre l’obbligo di legge. L’altro è quello della città dei quindici minuti”. A proposito di aziende, poche settimane fa Barilla ha inaugurato il nuovo centro di ricerca e sviluppo a Parma. E la struttura è stata progettata e realizzata seguendo dall’inizio i criteri e i canoni di sostenibilità, inclusione e accessibilità. Integra fonti rinnovabili e percorsi tattili e per ipovedenti, arredi flessibili, ascensori per ogni scala.
Nel motto di Divercity si legge che “i valori in cui crede sono la libertà di espressione, la parità dei diritti per chiunque, la non violenza, la bellezza delle diversità e la responsabilità di ciascun* nel lasciare questo mondo un po’ migliore rispetto a come lo si è trovato”. Un mondo che sia, davvero, sempre più di tutti.