L'INTERVISTA
Mazzola (Utilitatis): “Lo SFNISSII segna un salto di qualità negli investimenti idrici per il cofinanziamento e la scelta delle opere sulla base di una rete digitalizzata. Ora il fondo di garanzia. Dal MIT otto miliardi all’acqua, una svolta”

Rosario Mazzola, Presidente Utilitatis
“Ho fatto un esercizio numerico per vedere quante altre opere della graduatoria di Invitalia per lo SFNIISSI (Strumento finanziario nazionale per gli investimenti infrastrutturali e per la sicurezza nel settore idrico, ndr) saranno finanziate con i 576 milioni aggiuntivi apportati dalla prossima revisione del Pnrr e anticipati dal Dl Pnrr in conversione: sono altre 32 opere che portano il totale delle opere finanziate a 71 opere. Ne restano fuori 21 per un ammontare mancante di 460 milioni. Mi sembra comunque un’operazione che segna un altro successo importante dell’azione del ministero delle Infrastrutture nel settore idrico”. Rosario Mazzola, professore universitario, presidente di Utilitatis, esperto ‘numero uno’ del settore idrico in Italia, valuta il risultato della graduatoria di Invitalia per lo SFNIISSI anticipata ieri da Diario DIAC (si veda qui l’articolo con l’elenco completo delle opere ammesse) e ci aggiunge il calcolo delle opere ulteriori che potranno essere finanziate con le risorse già disposte. Soprattutto, però, Diario DIAC, chiede a Mazzola una valutazione di questa operazione nell’ambito della più generale politica idrica rifondata in questa legislatura dal ministero delle Infrastrutture.
Professor Mazzola, lei conosce gran parte delle opere inserite nella graduatoria di Invitalia come ammissibili ma criptate con un codice che rende quel documento poco leggibile ai più. A grandi linee ci dice che tipo di investimento copre lo SFNIISSI?
La stragrande maggioranza degli interventi sono opere di efficientamento delle reti idriche di adduzione per uso civile: sostituzione di vecchi pezzi di tubo, infrastrutture di supporto e di collegamento fra reti primarie. A queste si aggiunge qualche impianto di potabilizzazione.
Quindi molto efficientamento delle reti acquedottistiche e pochi pezzi nuovi di rete o interventi di sicurezza idrica.
Ci sono alcuni interventi di completamento delle reti, ma in pochi mesi è naturale che ci si sia concentrati su progetti già definiti. Opere di incremento delle reti e interventi di sicurezza idrica sono oggettivamente più complessi, non si potevano fare in così poco tempo. Però c’è una grande novità da sottolineare: la proposta prima e la selezione poi delle opere sono state fatte stavolta utilizzando il fondamentale lavoro di digitalizzazione della rete idrica svolto con gli interventi Pnrr. Questo lavoro ci ha messo a disposizione gli strumenti digitali di monitoraggio per capire quali pezzi di rete fosse necessario cambiare: questo garantirà un impatto molto più elevato degli interventi rispetto al passato.
Quindi finalmente investiremo sulla rete idrica per avere il risultato della riduzione delle perdite che perseguiamo da alcuni decenni, senza risultati particolarmente apprezzabili, almeno in termini macro.
I risultati ci sono stati in passato in termini di riduzione delle cosiddette perdite apparenti (perdite di natura non fisica, ma amministrativa, dovute alla mancata fatturazione e contabilizzazione dell’acqua immessa in rete, ndr). Ora, sostituendo concretamente pezzi di tubo nelle zone critiche delle reti, avremo un risultato anche di abbattimento delle perdite reali. Accadrà in generale, ma in alcune aree, penso al Veneto, avrà un impatto molto rilevante.
L’altro aspetto innovativo che il PNIISSI avrebbe dovuto coprire è la sicurezza degli approvvigionamenti e degli invasi, azioni fondamentali per il contrasto al cambiamento climatico.
Penso che il MIT voglia finanziare gli interventi per la sicurezza degli invasi nel secondo stralcio del PNIISSI, perché gli invasi non si ripagano neanche parzialmente da soli, non hanno quindi la possibilità di essere cofinanziati parzialmente con contributi dei gestori e con le tariffe, come prevede lo SFNIISSI. In questa tornata fanno eccezione l’invaso di Campolattaro, inserito necessariamente per una riserva di legge, e qualche altro piccolo intervento in Toscana. Progettare nuovi invasi richiede progettazioni molto approfondite, permessi di impatto ambientale complessi e tutta una serie di autorizzazioni che renderebbero molto complicato anche chiudere i lavori entro il 2031, altra condizione dello SFNIISSI. Aggiungo, sul tema dell’approvvigionamento idrico, che è un metodo corretto riparare la rete di adduzione a valle e poi valutare di che tipo di approvvigionamento c’è bisogno a monte, con un’analisi accurata area per area. Prima di immettere nuova acqua nelle tubature, dobbiamo essere certi che l’acqua non si perda lungo la rete.
Che valutazione dà complessivamente dell’operazione SFNIISSI?
Una valutazione positiva perché introduce altri due pezzi importanti della nostra azione nel settore idrico. Il primo è il salto di qualità di aver portato a compimento un processo di programmazione di interventi concreti, da realizzare entro il 2031, su una conoscenza nuova della rete. È la prima volta che accade e serve a completare e al tempo stesso a validare il processo e gli investimenti avviati con il Pnrr. Il secondo aspetto, molto importante, è aver introdotto, con il cofinanziamento obbligatorio del proponente, basato sulla tariffa pagata dagli utenti, il progressivo sganciamento dalla logica dei finanziamenti a fondo perduto. Non è un percorso completo, è solo avviato, ma l’idea che lo Stato aiuti a realizzare l’opera, non finanzi il 100%, e che viceversa chi propone e realizza un’opera ci deve investire risorse proprie, mette in moto un processo virtuoso. Tanto più se il ribasso d’asta se lo riprende il soggetto finanziatore e non va a ridurre il cofinanziamento: viene meno l’incentivo a sovradimensionare il progetto. Questo elemento porta una maggiore responsabilizzazione complessiva del soggetto proponente.
Cosa bisognerebbe fare con quelle risorse provenienti dai ribassi d’asta? Finanziare ulteriori opere in graduatoria?
Penso che bisognerebbe destinarle a un sistema finanziario che stabilizzi questi meccanismi virtuosi di finanziamento misto delle opere. È un altro aspetto che ci lascia lo SFNISSI, ma è un aspetto incompleto, che va portato a riflessione e compimento. Come ho scritto su DIAC (si veda qui l’articolo), bisognerebbe identificare un sistema finanziario, un fondo di rotazione o un fondo di garanzia, che consenta anche a soggetti medi di attivare una capacità di accesso al credito e di stabilizzare il costo del credito a un livello sostenibile e compatibile con l’investimento.
Sul fondo di rotazione o di garanzia non ci sono passi avanti al momento.
No, non ce ne sono. Eppure, continuo a pensare che il fondo di garanzia possa essere la soluzione. I ribassi d’asta potrebbero alimentare un fondo di garanzia che potrebbe rivitalizzare anche quel centinaio di milioni di risorse bloccato in bilancio, ma ancora disponibile. Consentirebbe una leva finanziaria molto forte. In questo bilancio dell’operazione SFNIISSI voglio però segnalare quello che in assoluto è l’elemento più positivo.
Prego.
È la notevole reattività del sistema. Non era scontato pensare che in pochi mesi il sistema sarebbe riuscito a completare un processo in cui sono stati presentati progetti che hanno avuto una valutazione di ammissibilità per oltre 2 miliardi. Un bel risultato, considerando anche che ci è stata messa sopra una quota di risorse proprie.
Mi pare ci sia, però, un aspetto territoriale che è ancora critico. Sono assenti ancora le aree in cui non c’è una gestione industriale.
Sì, è vero, questo è un problema molto serio che non possiamo più sottovalutare. Il Water Service Divide non si riduce e anzi si amplia, perché queste gestioni non industriali non sono riuscite a partire e a inserirsi, nonostante ci fosse una straordinaria disponibilità di finanziamenti pubblici. Ancora una volta hanno espresso una capacità progettuale di basso livello. Appare sempre più evidente che il Water Service Divide non si risolve solamente dando i soldi, ma si risolve anzitutto incidendo in maniera massiccia sulla qualità dei soggetti gestori.
Che giudizio complessivo dà dell’impatto del Pnrr e delle politiche messe in campo, intorno al Pnrr e oltre, in questi anni?
La strategia del MIT ha portato complessivamente risorse per poco meno di otto miliardi, non è certamente poco in un sistema che non ne aveva.
Otto miliardi? Sono tanti. Ci fa il conto?
Dal Pnrr sono venuti oltre 4 miliardi: due dalla misura C2M4.1 sulle reti idriche e altri due dalla misura C2M4.2 che coinvolge anche depurazione, fognature e digitalizzazione. Un miliardo e 600 milioni sono quelli dello SFNIISSI. Poi dobbiamo conteggiare un miliardo del primo stralcio del PNIISSI e altrettanto per il secondo stralcio. Siamo vicini a otto miliardi. È un sistema perfetto? No, è perfettibile, ma ha fatto passi avanti strutturali importanti. Senza dimenticare che questo sistema si muove affiancato da una regolazione tecnica molto importante dell’ARERA che dà efficienza.
In conclusione e anche per riassumere, diciamo alcune cose fondamentali che bisogna fare rapidamente per non perdere lo slancio dato a questo sistema perfettibile?
Direi quattro cose. La prima è rendere strutturale questo incremento della capacità di investimento attraverso le tariffe e il cofinanziamento. L’aiuto dello Stato deve servire per accelerare il processo e non per sostituirsi. Il fondo di garanzia è una soluzione.
La seconda cosa è che questo processo deve essere esteso a tutto il ciclo idrico, il sistema fognario e quello depurativo non hanno avuto lo stesso sviluppo: hanno avuto 600 milioni dal Pnrr, senza riuscire neanche a spenderli tutti. Ancora una volta è la qualità progettuale che indirizza i processi.
Terzo punto, che lei sollevava prima, il tema dell’approvvigionamento. Bisogna programmare ora le grandi opere di sicurezza e di approvvigionamento per rispondere al cambiamento climatico in un contesto che è stato efficientato a valle, sulla rete. Queste opere rimangono di competenza fondamentale dello Stato, qui non è possibile un cofinanziamento basato sulla tariffa, ma sono opere che vanno programmate individuando nelle singole zone le soluzioni giuste e con una qualità adeguata dei progetti. Abbiamo ingredienti diversi, a seconda della zona, e vanno messi insieme non a casaccio, ma secondo una ricetta che formi la pietanza giusta.
La quarta cosa l’abbiamo detta: per ridurre il Water Service Divide bisogna avere gestioni industriali dove oggi non ci sono. Il divario da colmare è lì.