PROSSIMITÀ / 12

Il bene comune: l’eredità più difficile della Repubblica

05 Giu 2026 di Anna Gagliardi

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Buon compleanno, Repubblica. Ottant’anni rappresentano un traguardo importante per una nazione. Sono il tempo necessario per vedere alternarsi generazioni, trasformarsi città e territori, nascere e crescere istituzioni, affrontare crisi economiche, cambiamenti sociali, rivoluzioni tecnologiche e sfide che i Padri Costituenti probabilmente non avrebbero potuto immaginare nei dettagli, ma che, sorprendentemente, sembrano aver previsto nei loro principi fondamentali. Ottant’anni dovrebbero essere sufficienti anche per comprendere fino in fondo il significato di una delle espressioni più utilizzate nel dibattito pubblico e, allo stesso tempo, una delle più abusate: il bene comune.

Eppure, proprio nel giorno in cui celebriamo la nascita della Repubblica, la domanda continua a imporsi con forza: abbiamo davvero compreso che cosa significhi agire per il bene comune oppure continuiamo a citarlo come una formula rassicurante senza averne assimilato il significato più profondo?

Le parole pronunciate dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione del 2 giugno richiamano ancora una volta il legame tra bene comune, legalità, trasparenza e contrasto alla corruzione. Un richiamo necessario, ma che dovrebbe spingerci a una riflessione meno celebrativa e più scomoda. Se dopo ottant’anni siamo ancora costretti a ricordare che il bene comune passa dal rispetto delle regole, dalla correttezza amministrativa e dalla tutela dell’interesse collettivo, forse significa che quella lezione non è stata ancora completamente imparata.

La verità è che il bene comune non coincide con una dichiarazione d’intenti, non è uno slogan da utilizzare nelle campagne elettorali o nei convegni. È qualcosa di molto più concreto e impegnativo. Significa assumere decisioni che producano effetti positivi anche quando i risultati non saranno immediatamente visibili. Significa progettare una città pensando a chi la vivrà tra vent’anni e non soltanto a chi la governa oggi. Significa investire nella manutenzione di una scuola, di una strada o di un acquedotto sapendo che nessuno organizzerà una cerimonia per celebrare un problema evitato. Significa avere il coraggio di scegliere ciò che è giusto anche quando non è ciò che conviene.

Ed è qui che la lezione dei Padri Costituenti torna ad essere straordinariamente attuale.

Quando scrissero la Costituzione uscivano da una guerra che aveva lasciato macerie materiali e morali. Eppure non si limitarono a costruire un sistema di regole. Disegnarono un’idea di Paese. Ogni articolo racconta una visione che ancora oggi parla alle nostre sfide contemporanee. Quando affermarono che la Repubblica è fondata sul lavoro non stavano parlando soltanto di occupazione, ma della dignità della persona. Quando sancirono il principio di uguaglianza non immaginavano soltanto la parità davanti alla legge, ma una Repubblica chiamata a rimuovere gli ostacoli che impediscono ai cittadini di partecipare pienamente alla vita economica e sociale del Paese. Quando tutelarono la salute come diritto fondamentale e interesse della collettività anticiparono una concezione moderna di comunità nella quale il benessere individuale e quello collettivo sono inseparabili.

E oggi, con l’ambiente entrato espressamente nella Costituzione, quella stessa visione sembra completarsi. Perché il bene comune del XXI secolo passa anche dalla capacità di custodire il territorio, contrastare i cambiamenti climatici, progettare città resilienti, garantire un equilibrio tra sviluppo economico e sostenibilità. Temi che molti considerano moderni ma che affondano le proprie radici nella stessa idea di responsabilità intergenerazionale che animava i Costituenti.

Forse il vero problema è che negli anni abbiamo progressivamente sostituito il concetto di bene comune con quello di interesse individuale. Abbiamo iniziato a misurare il valore delle scelte pubbliche sulla base della loro capacità di generare consenso immediato, dimenticando che il compito delle istituzioni non è inseguire il favore del momento ma costruire condizioni di benessere durature. Abbiamo trasformato il territorio in uno spazio da occupare anziché in una risorsa da custodire. Abbiamo ridotto il dibattito pubblico a una contrapposizione permanente nella quale ogni decisione viene valutata in base a chi vince e chi perde, dimenticando che esistono questioni che dovrebbero appartenere a tutti.

È sufficiente osservare ciò che accade ogni giorno nelle nostre comunità per comprendere quanto il tema sia attuale. Discutiamo di opere pubbliche quasi esclusivamente in termini di costi, raramente di benefici generati per le comunità. Ci concentriamo sugli investimenti senza interrogarci sugli impatti che produrranno e i costi di gestione nel tempo. Cerchiamo responsabili quando emerge un problema, ma dedichiamo molta meno energia a costruire sistemi capaci di prevenirlo. E soprattutto sembriamo aver accettato l’idea che l’interesse collettivo sia qualcosa di astratto, distante dalla vita quotidiana.

Esiste infatti una forma di corruzione che va oltre quella prevista dai codici e perseguita dai tribunali. È una corruzione più silenziosa, meno visibile e forse per questo ancora più pericolosa. È la corruzione dell’indifferenza. È quella che porta a pensare che ciò che appartiene a tutti non appartenga davvero a nessuno. È quella che convince che impegnarsi sia inutile, che rispettare le regole sia un peso anziché una garanzia, che il proprio piccolo interesse debba prevalere sempre e comunque sull’interesse della comunità.

Eppure la Repubblica vive proprio nell’esatto opposto di questa logica. Non vive soltanto nei palazzi istituzionali o nelle celebrazioni ufficiali. Vive nel lavoro quotidiano di chi amministra un comune, di chi firma un progetto, di chi gestisce una procedura, di chi insegna in una scuola, di chi garantisce un servizio pubblico. Vive nella consapevolezza che ogni decisione produce effetti sulla vita di qualcun altro e che ogni ruolo, soprattutto quello pubblico, comporta una responsabilità verso una comunità più ampia.

Forse, allora, nel celebrare gli ottant’anni della Repubblica dovremmo porci una domanda diversa. Non tanto cosa abbia fatto la Repubblica per noi, ma cosa siamo disposti a fare noi per la Repubblica. Perché la Repubblica non è un monumento da conservare né un’eredità da dare per scontata. È un’opera collettiva che richiede manutenzione continua, esattamente come accade per le nostre città, per le nostre infrastrutture e per i nostri territori.

Chi lavora nella pubblica amministrazione lo sa bene: ciò che non viene curato si deteriora. Vale per una strada, per una scuola, per un ponte. Ma vale anche per la democrazia. Vale per la legalità. Vale per la fiducia nelle istituzioni. Vale per quel senso del bene comune che rappresenta il fondamento stesso della convivenza civile.

Il miglior augurio che possiamo rivolgere oggi alla Repubblica non è quindi quello di vivere altri ottant’anni. È quello di ritrovare la capacità di rileggere con coraggio il messaggio che i Padri Costituenti ci hanno consegnato. Un messaggio che parla ancora di lavoro, di salute, di uguaglianza, di dignità, di ambiente, di responsabilità e di futuro.

Perché dopo ottant’anni il problema non è capire cosa sia il bene comune. Lo abbiamo scritto nero su bianco nella Costituzione. Il problema è decidere se vogliamo davvero praticarlo. Ogni giorno. Nelle istituzioni, nei territori, nelle professioni e nelle comunità. Con la stessa lungimiranza di chi, uscendo dalle macerie della guerra, ebbe il coraggio di immaginare una Repubblica che ancora oggi continua a indicarci la strada. 

 

Dopo ottant’anni la domanda non è se la Costituzione sia ancora attuale. La vera domanda è se noi siamo ancora all’altezza della Costituzione.

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