DIARIO POLITICO / 14

MELONI-SCHLEIN E LA FINTA PARTITA SULLE PREFERENZE CHE NESSUNO VUOLE

22 Giu 2026 di Barbara Fiammeri

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A monopolizzare il dibattito politico è stato inevitabilmente il caso Trump, con il botta e risposta tra il presidente degli Stati Uniti e Giorgia Meloni destinato ad avere ulteriori sviluppi anche se probabilmente affidati alle diplomazie anziché ai social. Al di là dello scontro con il tycoon americano, però, la presidente del Consiglio ha davanti a sé una questione molto più concreta e immediata: portare a termine la riforma della legge elettorale, che nelle intenzioni della maggioranza dovrebbe approdare nell’Aula di Montecitorio a breve per ottenere il via libera della Camera entro metà luglio. L’obiettivo, tuttavia, è tutt’altro che scontato.

I nodi ancora da sciogliere sono numerosi e tra questi spicca quello delle preferenze, tema sul quale continuano a emergere ambiguità tanto nel centrodestra quanto nel centrosinistra. Ufficialmente, Lega e Forza Italia si sono espresse contro il ritorno alle preferenze, sostenuto invece da Fratelli d’Italia. Resta però da capire quanto questo sostegno sia effettivamente convinto. Un dubbio che vale anche per l’opposizione. Il Partito democratico si presenta infatti come uno dei principali sostenitori del ripristino delle preferenze, ma la storia degli ultimi anni induce a qualche cautela.Le liste bloccate hanno garantito alle segreterie dei partiti uno straordinario potere di selezione della classe parlamentare.

Di fatto, la scelta degli eletti è stata affidata più ai vertici politici che agli elettori. Gli unici parlamentari realmente “scelti” dai cittadini sono stati quelli eletti nei collegi uninominali, pur con tutte le distorsioni derivanti dalla possibilità di individuare collegi più o meno favorevoli ai candidati. L’attuale proposta, tuttavia, elimina anche questa componente, facendo scomparire l’ultimo elemento di rappresentanza direttamente collegato al consenso territoriale.Il punto centrale è proprio questo: la rappresentanza. L’abolizione delle preferenze nel 1992 fu il risultato di una scelta sostenuta dalla grande maggioranza degli italiani. Pesavano allora fenomeni gravi e diffusi: il voto di scambio, le infiltrazioni criminali, la competizione esasperata all’interno degli stessi partiti e i costi elevatissimi delle campagne elettorali.

Tuttavia, una conseguenza di quella decisione venne largamente sottovalutata: il progressivo spostamento degli equilibri di potere a favore delle leadership politiche e del governo a discapito del Parlamento. Nel corso degli anni deputati e senatori hanno visto ridursi la propria autonomia. La loro sopravvivenza politica dipende ormai in larga misura dalla collocazione nelle liste decisa dai leader e dalle segreterie. Sono questi ultimi a stabilire chi merita una candidatura in posizione eleggibile e chi invece resta escluso.Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Sempre più spesso le leggi, a partire dalla legge di bilancio, vengono approvate senza modifiche sostanziali rispetto ai testi predisposti dal governo o con correzioni introdotte dallo stesso esecutivo. Non di rado l’intero iter parlamentare si concentra di fatto in un solo ramo del Parlamento. Da qui l’immagine, tutt’altro che benevola, delle Camere ridotte a un semplice “pulsantificio”. È una tendenza che accompagna tutte le principali leggi elettorali degli ultimi vent’anni, scritte alternativamente da centrodestra e centrosinistra, spesso a ridosso delle elezioni. In ogni occasione il tema delle preferenze è stato evocato, discusso e rivendicato. In nessun caso è stato davvero perseguito fino in fondo. La ragione è evidente. Restituire agli elettori la scelta dei candidati significherebbe limitare il controllo delle segreterie sulla composizione delle liste. Costringerebbe inoltre i partiti a tenere conto del radicamento territoriale e del consenso reale dei propri candidati. Ne deriverebbe un rafforzamento delle classi dirigenti locali e dei cosiddetti “cacicchi”, prospettiva che molti gruppi dirigenti guardano con evidente diffidenza.

La cartina di tornasole è rappresentata dalle elezioni amministrative e da quelle europee, dove le preferenze continuano a esistere. È difficile non rilevare una contraddizione: i cittadini possono scegliere direttamente i propri rappresentanti nei Comuni, nelle Regioni e al Parlamento europeo, ma non possono farlo per il Parlamento nazionale.

Nei prossimi giorni si capirà se anche questa volta la bandiera delle preferenze verrà rapidamente ammainata, magari in cambio di accordi sugli equilibri interni alle coalizioni e sulla distribuzione dei seggi. Sarebbe però un errore sottovalutare un fenomeno che emerge con crescente evidenza: la richiesta degli elettori di tornare a incidere nella scelta dei propri rappresentanti. Una domanda di partecipazione che non riguarda soltanto la qualità della democrazia, ma anche la tenuta stessa del sistema politico. Ignorarla significherebbe alimentare ulteriormente l’astensionismo e offrire nuovo spazio a movimenti e leadership che prosperano sulla denuncia delle élite e della distanza tra cittadini e istituzioni. Un terreno sul quale, negli ultimi tempi, hanno trovato spazio anche esperienze come quella costruita attorno alla figura di Roberto Vannacci.

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