PROGETTO CORALE / 24
Anche l’architettura può essere l’innesco per la rigenerazione urbana ma senza urlare. Il tentativo fallito di Gehry a Modena
Qualche giorno fa è scomparso Frank O. Ghery, celebre e discusso architetto, autore di alcune delle opere più note degli ultimi decenni. Come ben sottolineato da Luigi Prestinenza Puglisi nella sua rubrica (si veda qui l’articolo), l’opera di Ghery suscita, tra le altre, riflessioni molto accese sul ruolo dell’architettura come motore della riqualificazione urbana, tra sostenitori e detrattori del “Bilbao effect” che per anni ha imperversato nelle politiche urbane.
Chi scrive era presente, nel 1997, alla presentazione che proprio Ghery fece a Modena della sua proposta per una nuova porta di ingresso al centro storico della città, accolto con calore da studenti e appassionati di architettura, con una certa diffidenza dai tifosi del mimetismo storico e da gran parte della città. Città che, dopo un ampio e vivace dibattito, respinse senza nemmeno troppe grazie l’idea dell’architetto canadese.
Gehry provò a rimodulare, ma non arrivò mai a firmare nulla di definitivo e l’idea venne accantonata del tutto nel 2000, inaugurando così la lista delle “archistar” bocciate dai modenesi: dopo di lui, toccò infatti a Leon Krier, Mario Botta e Gae Aulenti. Al momento a firmare un intervento a Modena in un contesto storico è Carlo Ratti, curatore della Biennale Architettura 2025, che sembra aver trovato la formula e l’approccio giusto per fare breccia nelle mura modenesi. Ma è anche vero che sono cambiati i tempi, non è più tanto l’epoca delle archistar e delle opere faraoniche e si cercano interventi che, per quanto innovativi, siano graduali e quindi progressivamente “assimilabili” da comunità locali a volte timorose, a volte aggrappate a una vera o presunta “identità storica” che diventa uno dei pochi appigli rimasti allo scioglimento nel magma globish della società contemporanea.
Al di là della vicenda locale, il ricordo di questa esperienza di Ghery può essere molto utile nelle riflessioni sui processi di Rigenerazione. Abbiamo infatti già avuto modo di dire che un elemento catalizzatore serve alla Rigenerazione. Serve un innesco, serve una narrazione, serve un attrattore – per visitatori, per la stampa, per gli investitori – in grado di “rompere” il silenzio e il vuoto che spesso caratterizzano le aree oggetto di Rigenerazione, per riattivare le energie del territorio e per il territorio. Questo innesco può essere dato, lo abbiamo visto, dagli usi temporanei, da un evento, ma anche, ovviamente, da una architettura, da un elemento fisico-spaziale che accenda un faro e che faccia riscoprire e offra nuove chiavi di lettura.
Si è discusso tanto del primato del contenitore sul contenuto, così come del contrario, si è parlato, giustamente, della debolezza dell’architettura-scultura nel fare urbanità, perché troppo egoriferita e poco interessata al fatto urbano in cui si inserisce. Si dà giustamente peso, per la Rigenerazione Urbana, al progetto dello spazio pubblico, per arrivare fino agli interventi di agopuntura urbana, spesso temporanei e autocostruiti, interessanti perché in grado di agire su luoghi a disposizione di tutti e di coinvolgere le comunità nei processi di auto-reimmaginazione.
Tutti questi elementi non devono però diventare un motivo, se non un alibi, perché l’architettura si tiri indietro dalle proprie responsabilità, rinunciando al ruolo di medium tra lo spazio e la società.
L’architettura per la Rigenerazione Urbana deve saper esprimere l’inclusività e la sostenibilità, ma senza appiattirsi e senza rinunciare alla Ricerca. Deve desistere da un linguaggio urlato e farsi interprete di esigenze e sensibilità molteplici, deve trovare la propria misura prima di tutto nel valore della qualità dello spazio.
Se, come ha ben detto Prestinenza Puglisi, l’architettura di Ghery e di alcuni altri maestri suoi contemporanei ha rappresentato una reazione provocatoria alla rigidità del Moderno, l’architettura per la Rigenerazione Urbana deve fare della capacità di mettersi al servizio di molti, senza rinunciare alla visione e alla bellezza, la propria provocazione, deve saper trovare l’equilibrio nel linguaggio della Rigenerazione, dosando accenti, punteggiatura e predicati, capendo quando è il momento di farsi sfondo, quando servizio e quando scultura, con la qualità delle relazioni come fil rouge della propria azione.
Oggi più che mai le lezioni di Jan Gehl con la sua architettura ad altezza d’uomo o di Bernardo Secchi con il suo approccio al progetto di suolo risultano di estrema attualità e possono costituire uno stimolo di grande interesse per chi fa architettura e vuole farne uno degli strumenti della Rigenerazione. Un’architettura che provoca con il suo senso del dialogo e la disponibilità alla relazione, che fa della flessibilità e dell’adattabilità la propria cifra, che sa essere involucro ma anche trampolino.
Per chi frequenta le università o vede i più giovani alle prime esperienze lavorative, c’è la consapevolezza che questo modo di fare architettura intercetta perfettamente una sensibilità comune ai più. Farne uno strumento di Innovazione è compito di tutte le generazioni e i soggetti coinvolti nella Rigenerazione, sapendo che, con il proprio linguaggio e i propri valori da esprimere, vale sempre quanto detto da Ghery in una sua celebre frase: “L’architettura dovrebbe parlare del suo tempo e luogo, ma bramare l’eternità”.