RIGENERAZIONE UMANA / 10
La strada, il nonno e il Nest
“No nonno no…”
“Sì invece.” Mi diceva lui.
“No ti pregooo…”rispondevo io.
E lui : “Eh sì. ’O ssaje ca nun s’hann’ a ffà sti cose. Mo’ in punizione qua dentro.”
“Eh nonno, ma ogni volta accussì…” sbuffavo io.
“Ogni vota” , sentenziava lui.
“L’aggio visto cinquanta vote.”
E lui: “E pure ciento si nun t’impari !”
Poi si sedeva vicino a me sul divano, si aggiustava gli occhiali e cambiava voce: “Mo’ però stai buono buono. Io resto vicino a te…e sta cosa ce la guardiamo insieme.”
“Eh tu fai ‘o buono e io ’o cattivo…” dicevo io.
“Tu non sei cattivo, ricordatelo a nonno tuo, tu puoi essere tutti e tre i personaggi, il bello, il brutto, che poi è quello che mi fa ridere di più, e il cattivo, anzi puoi essere ancora di più, può fa’ quello che vuo’ tu? Ma solo se vuoi pure tu. Mo state assettato e guardammece stu film.”
Eh sì, mio nonno così mi puniva, quando combinavo un guaio grosso, mi chiudeva in soggiorno e mi costringeva a guardare i film di Sergio Leone. Mentre tutti gli altri prendevano schiaffi, io prendevo western. Perché di guai grossi, nel quartiere di Napoli dove sono cresciuto, ne combinavo assai, troppi. Guai che erano molto più grandi di me, perché in quei posti sei grande quando ancora la bocca ti puzza di latte.
Sono di Miano, un quartiere vicino Scampia. Tante delle cose che succedono a Miano, si dice che succedono a Scampia, fa più effetto, fa più paura, fa più televisione.
Papà è stato in carcere quasi venticinque anni. Io sono cresciuto con mamma, coi nonni e con la strada. La strada ti insegna presto: se non fai guai, sei scemo.
Capisci che i soldi comandano, che se non fai il furbo sei fesso. E io fesso non ci volevo sembrare mai. Allora facevo i guai con gli amici miei. E ridevamo assai, come fanno i ragazzini quando ancora non hanno capito niente del dolore degli altri. Poi tornavo a casa e trovavo mio nonno, che non urlava quasi mai, mi diceva solo: “Mo vieni con me in soggiorno.”
Mio nonno mi faceva vedere sempre gli stessi film. Sergio Leone, ma a volte pure altri. Per lui il cinema era l’unica cosa capace di portarmi via dalla strada, e aveva ragione. Perché il cinema è capace di aprire mille mondi insieme, di farti vedere così tante vite che tutta la vita non ti basta. Così mi faceva volare via da Miano, da Scampia, dalla strada e mi portava dentro il cuore delle persone, di quelle vite sullo schermo così lontane da me e eppure così vere.
Io all’inizio mi annoiavo da morire. Un giorno stavo li scocciato e arrabbiato come sempre, a guardare il film. Stavo girato al contrario, con la testa a penzoloni dal divano, e le gambe in su appoggiate alla spalliera. Con lo sguardo a testa in giù, i visi degli attori mi sembravano al contrario pure loro e mi veniva da ridere. Però, quel giorno qualcosa rovesciò il mio punto di vista. Guardavo per la centesima volta “Il bello, il brutto e il cattivo” di Sergio Leone, e arriva la famosa scena del Triello, verso la fine del film. Tre uomini, fermi senza dire una parola, solo occhi. L’avevo sempre trovata noiosa e lunghissima ma quel giorno…la mia testa in giù si fissò su quegli sguardi: socchiusi, aperti, stretti, intensi. Per la prima volta mi attirarono quegli occhi, e portarono tutti il mio corpo a rigirarsi per guardare dritto. Improvvisamente capii: si poteva parlare pure senza parlare. Vidi chiaramente che dentro uno sguardo ci poteva stare la paura, la fame, la vendetta, la solitudine.
E io quei movimenti minuscoli degli occhi… li conoscevo già. Gli occhi prima di una rissa, di una fuga, prima di capire se uno ti vuole fregare oppure no. Li avevo visti a per strada, li avevo visti anche prima dei guai che combinavo, solo che Sergio Leone li faceva diventare cinema. Da quel giorno iniziai a guardarli davvero i film, e mi piacevano di più della strada.
E non vedevo l’ora di stare con nonno a guardare i film per punizione, facevo sempre finta che non m’importava, ma ogni tanto gli raccontavo che avevo fatto un guaio solo per avere il castigo del cinema.
In quel soggiorno mi stavo salvando e ancora non lo sapevo. Nonno mi stava salvando, era l’abbraccio suo quella punizione, così carico d’amore che traboccava in tutta la casa e, secondo me, arrivava fino alla città del cinema, che io la immaginavo come un mondo che stava sopra Miano e ci guardava proprio come noi guardavamo i film.
Allora iniziai a rifare le scene fissando telecamere immaginarie. Provavo gli sguardi di Clint Eastwood davanti allo specchio. E mio nonno mi guardava e rideva sotto i baffi, come se già lo sapesse, come se vedesse qualcosa che io ancora non vedevo. Infatti fu proprio lui a pagarmi il mio primo corso di teatro. Non lo dimenticherò mai questo. Fu il primo a credere in me.
Io sono stato fortunato, da mio nonno in poi ho incontrato sempre persone che mi hanno visto meglio di come mi vedevo io, che mi hanno aiutato e incoraggiato, ma non come quando si fa la carità per strada a un povero disgraziato, no. Loro mi hanno sempre spronato: “muoviti, alzati, fai, impara, tu puoi farlo, non perdere tempo per strada, lavora, sogna, realizza.
Hanno guardato nel buio delle mie paranoie, e mi hanno detto “ Esci che fuori c’è il sole.”
A scuola avevo un professore di educazione fisica che mi diceva sempre: “Ti puoi pure laureare, ma tu devi fare l’attore.” Io ridevo “Attore? Io? Ma quando? E giù a ridere ancora, per quel sogno svelato a me. A me che i sogni li avevo calpestati in strada per anni.
Io venivo dalla strada, figurati se potevo fare l’attore. Però quella frase mi rimase addosso, appiccicata come la puzza di fumo delle sigarette, ma quella frase e quel sogno non puzzavano, anzi avevano il profumo dei pomeriggi passati col nonno, il colore dei suoi occhi che brillavano per me da dietro gli occhiali.
All’inizio quella cosa per me era quasi violenza. Perché quando cresci in certi posti… pure se uno ti dice “ti voglio bene” tu pensi sempre che sotto sotto ti vuole fregare. “Nun t’ fidà e nisciuno.” Quello ci insegnavano. E allora pure l’amore diventa tossico, pure gli abbracci fanno paura.
Quando girai un film importante, Un giorno all’improvviso, ero il secondo protagonista. Mi coccolavano tutti sul set, mi trattavano bene, e io stavo male. Male veramente, perché non ero abituato. Pensavo sempre: “Mo scoprono che non appartengo a questo mondo.”
Ero un attore bravo, mi dicevano, ma dentro sentivo ancora il ragazzino che faceva i guai nel quartiere. Ma il film fu premiato e andai pure a Venezia.
Io seduto al tavolo coi produttori, i registi, gli attori bravi, con addosso il vestito in comodato d’uso. E pensavo: “Io questo weekend torno a lavorare al forno, a consegnare i cornetti in cornetteria…ma che ci fai qua?” Ma poi sentii la voce di mio nonno: “Tu può essere tutt’e tre.” Allora capii che problema non era da dove venivo, ma dove volevo andare. E io volevo restare nel cinema, volevo restare in quel soggiorno col nonno, ma dalla parte dello schermo. Potevo essere tutto in quello schermo, e farmi guardare da nonno come Clint.
In questi anni di studi e viaggi avanti e indietro nel cinema e nel teatro, un posto per me è diventato quel soggiorno di casa di nonno, è diventato casa: Il NEST, nel cuore di San Giovanni a Teduccio, quartiere della zona est di Napoli.
Il NEST è nato in una palestra abbandonata della ex scuola Giotto Monti, una struttura comunale in totale stato di degrado. Senza grandi finanziamenti pubblici iniziali e supportati dall’associazione locale Gioco Immagini e Parole, il collettivo, formato da tanti artisti tra cui: Francesco Di Leva, Adriano Pantaleo, Giuseppe Miale di Mauro e Giuseppe Gaudino, ha ristrutturato completamente lo spazio facendolo diventare un teatro, inaugurato nel novembre 2014. Il NEST non è solo un teatro però, ma un posto dove ragazzi come me sono cresciuti e crescono respirando cultura, annusando altre possibilità oltre la strada. Qui ci sono attori, registi, persone che aiutano i ragazzi come me. Che ti insegnano senza chiederti niente indietro, che fanno fare teatro a tutti quelli che il teatro e il cinema se lo potevano solo sognare. Noi ripaghiamo con il lavoro, col rispetto, con la presenza in un progetto che è di una comunità intera, e che tra un po’ aprirà pure un cinema!
Qui ho incontrato gente che mi ha cambiato la vita. Persone che mi hanno fatto capire una cosa semplice: che pure uno come me può scegliere. Che la strada ti lascia addosso il marcio, è vero, ti fa capire subito quando uno mente, ti fa stare sempre in difesa, ma non sei obbligato a restare quello.
Io per anni mi sono detto: “Si na merda!” Però oggi non voglio più dirlo. Oggi sono migliorato. Voglio dimostrare al me bambino che si può fare altro. Avevo 13 anni e per quindici giorni abbiamo mangiato avanzi del panificio, perché papà era in prigione, e noi vivevamo con la pensione di nonna. E questo, quando stai seduto a tavola con registi e attori importanti, al Festival del Cinema di Venezia, te lo ricordi, è come un marchio a fuoco sulla pelle. Allora io oggi voglio parlare di tutto: di quello che sono e di quello che ho fatto per fare cinema e teatro, della mia vita, pure delle cose brutte, pure della paura. Non voglio vergognarmi più.
Perché il NEST questo mi ha insegnato. Che non sei condannato a restare quello che sei stato. E mi ha insegnato pure la dignità. Quando non avevo i soldi per un corso a Roma, loro me l’hanno pagato, così, in un attimo, senza farmi sentire povero, senza farmi pesare niente. Perché sono persone che non si tengono le cose per sé.
Francesco Di Leva una volta mi disse: “Se quello che sai non lo condividi…allora non serve a niente.” E quella frase, a uno cresciuto nella strada, gli spacca la testa. Perché nella strada tutto si tiene stretto, pure l’amore, pure la fiducia.
Francesco era uno come me, come noi. Prima di diventare un attore famoso impastava il pane. Si alzava quando la città dormiva ancora e lavorava con le mani immerse nella farina e nel lievito. Poi è arrivato il successo, ma Francesco non ha perso il suo legame con San Giovanni a Teduccio e con il pane.
Con il NEST, nato insieme ad altri artisti straordinari, Francesco ha continuato a impastare e far crescere il pane. Come si fa con il lievito madre custodito per generazioni, ha trasformato uno spazio abbandonato, una vecchia palestra, in un luogo di cultura vivo, dove ogni giorno si fa un lavoro con i ragazzi che somiglia assai a quello del fornaio: si impasta, si aspetta, si accompagna, si crede nella possibilità di ciò che ancora non si vede.
Al NEST ho trovato un posto dove non dovevo nascondere niente. La rabbia, la paura, i sogni che mi tenevo dentro; lì hanno trovato voce.
Io penso che la cultura dovrebbe essere come il pane, e così è al NEST. Non una cosa per pochi, ma per tutti. Una cosa quotidiana, necessaria, perché ti nutre quando hai fame di futuro, di bellezza, di fiducia.
Io sto imparando ad avere fiducia e ad aprilo piano piano questo cuore scamazzato.
E voglio pure chiagnere, sì piangere. Come fa la Filomena di Eduardo De Filippo, alla fine della commedia, che si libera finalmente da tutta la sofferenza. Pure io voglio” imparà a chiagnere”, a sentire che il cuore non ha più paura di abbandonarsi.
Come facevano gli occhi di mio nonno, da dietro agli occhiali, qualche volta e di nascosto.
E forse è questo il punto. Che io dalla strada mi sono portato tante ferite, pure troppe, ma mi sono portato pure la fame. E adesso quella fame non la voglio usare più per distruggere, la voglio usare per restare, per creare, per diventare.
Ogni tanto ancora me la ricordo quella scena. Il triello: tre uomini fermi, che si guardano. E penso che pure la vita mia è stata così. Da una parte il bambino, da una parte la strada, da una parte quello che volevo diventare, e in mezzo…gli occhi. Gli occhi di mio nonno che mi guardavano come se io fossi già qualcosa di grande, quando io mi sentivo solo nu guaglione scassato.
Letto da Giuseppe Cirillo
Il racconto è liberamente ispirato alla storia di Giuseppe Cirillo e del NEST. Li ringraziamo per averci aperto la porta e il cuore.
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