Il metodo Arezzo, ovvero la vera partita degli stadi in Italia

24 Apr 2026 di Carlo Antonio Fayer e Giovanna Mirabella

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L’ ennesima eliminazione dell’Italia dal Mondiale ha riempito le prime pagine e le pagine sportive di tutti i più importanti quotidiani nazionali. Indubbiamente è un risultato che pesa, ma sarebbe un errore leggerlo solo come un incidente sportivo. È, piuttosto, il punto di arrivo – o meglio, di caduta – di un sistema che da anni non riesce a tenere il passo del calcio europeo e mondiale.

Il che ci impone una riflessione che non può essere solo sul talento dei nostri giocatori, ma che deve fare interrogare l’opinione pubblica e la politica sul problema nel suo complesso. Come ben ha evidenziato negli ultimi giorni il dossier Stadi di Diario Diac, il tema delle infrastrutture è quindi centrale, perché entra direttamente nella catena del valore del calcio.

Il quadro generale, come detto, è noto. L’ultimo rapporto della Figc lo mette nero su bianco. In Italia oltre la metà degli stadi ha più di cinquant’anni, e molti sono pensati per un calcio che non esiste più.

Questo deficit infrastrutturale non è un’arretratezza da accademia, produce effetti diretti: meno ricavi, meno investimenti, meno sviluppo, e in una lettura industriale e sistemica del calcio, meno competitività. I grandi tornei si preparano negli anni, dentro ecosistemi efficienti che a loro volta si fondano su infrastrutture moderne.

Non è un caso che i Paesi che hanno investito sugli stadi abbiano costruito anche modelli calcistici più solidi. La Premier League è l’esempio più evidente, la Bundesliga ha fatto degli impianti un pilastro della propria sostenibilità. La Liga ha avviato negli ultimi anni un profondo processo di ammodernamento. Il salto di qualità ha riguardato in modo sistemico anche squadre di seconda e terza fascia come il Brighton & Hove Albion o il Brentford FC, che grazie a impianti moderni e funzionali hanno aumentato ricavi, attrattività e competitività. In Spagna, il processo è più recente ma già visibile anche in realtà intermedie come il Real Sociedad. L’Italia, invece, è rimasta bloccata tra burocrazia, resistenze locali e mancanza di visione politica.

Eppur (qualcosa) si muove, come nella frase attribuita a Galileo Galilei dopo l’abiura del 1633. E se si è potuto mettere in discussione l’ordine cosmico, vogliamo essere ottimisti sul fatto che le cose possano cambiare anche nel sistema calcistico italiano.

Il caso del nuovo stadio di Arezzo assume un valore che va oltre la dimensione locale. L’approvazione del progetto definitivo del nuovo stadio, lo scorso 2 aprile, introduce un elemento operativo concreto, dimostrando che in un contesto di provincia è possibile chiudere un iter complesso mantenendo coerenza tra visione progettuale e processo autorizzativo.

Il vero collo di bottiglia italiano, infatti, non è la progettazione (vi dice niente la frase “campioni del mondo di render”?). È l’esecuzione. Negli ultimi anni diversi progetti, anche in contesti economicamente più forti, si sono arenati o hanno subito rallentamenti significativi. Roma, Firenze, bologna, Milano sono esempi noti.

Arezzo, pur con scala diversa e fuori dalla geografia dorata del calcio italiano, introduce alcuni elementi di metodo che lo rendono particolarmente rilevante. In primis, la comunione di intenti tra amministrazione e società calcistica, che ha assicurato un’approvazione più lineare e rapida della media nazionale. Poi, l’integrazione urbana: non un impianto isolato, ma un dispositivo di rigenerazione integrato nel tessuto cittadino, con funzioni miste – sportive, commerciali, sociali – che ne estendono l’uso quotidiano ben oltre il matchday. Il terzo è la sostenibilità economica, costruita su un modello di gestione privata e su ricavi diversificati (hospitality, retail, servizi).

Un quarto elemento, spesso trascurato ma qui centrale, riguarda il coinvolgimento del territorio. L’intero iter è stato accompagnato da incontri e confronti con tifosi, residenti e stakeholder locali, non come formalità partecipativa ma come parte della progettazione stessa. In un contesto italiano in cui la conflittualità può rallentare gli interventi, questa anticipazione del dialogo ha rafforzato il consenso e ridotto i rischi di opposizione, avvicinando Arezzo alle migliori pratiche europee di partecipazione civica.

Infine, l’aspetto più innovativo è forse procedurale: l’intervento è uno dei primi in Italia a seguire pienamente il quadro della nuova “Legge Stadi”, che semplifica le procedure urbanistiche e autorizzative per costruire o riqualificare impianti sportivi, consentendo ai privati di presentare progetti integrati con funzioni commerciali e tempi ridotti di approvazione.

Ovviamente, le infrastrutture sono una condizione necessaria, ma non sufficiente. Gli stadi, da soli, non producono talento. Il tema tecnico resta centrale. Ma possiamo provare a ripartire dalle fondamenta. In un Paese che discute all’infinito di grandi opere, è lo stadio di una città di provincia a mostrare come l’innovazione nasca da equilibrio e misura: un impianto che non cerca a tutti costi la monumentalità, ma che nasce dall’ascolto e dalle indicazioni della propria comunità, che rigenererà un intero quadrante di un territorio e soprattutto che sarà aperto tutti i giorni, tutto l’ann.. È lì che si giocherà una delle partite più moderne del calcio italiano.

 

 

Arezzo, il nuovo stadio “dal basso” con tifosi e cittadini

 

 

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