IL COMMENTO
Gli stadi italiani da siti obsoleti a luoghi di aggregazione per tutti, ogni giorno
Dalla serie di articoli emerge un affresco dettagliato sulla condizione delle infrastrutture sportive in Italia, in particolare quelle dedicate al calcio. Non vi è solo una rassegna sullo stato, ma un’approfondita indagine sul ruolo degli stadi nella costruzione di una socialità che risulta inedita, quindi quanto più necessaria, in molti dei luoghi in cui questi verranno costruiti o rimodernati.
Dal report Figc-Arel-Pwc relativo agli anni 2007-2024 affiora una situazione drammatica in relazione agli investimenti italiani che incidono solo l’1% rispetto agli investimenti totali prodotti in Europa, dato paradossale se si pensa alla popolarità di questo sport nel Paese. Inoltre, sempre secondo lo stesso resoconto, l’età media degli impianti si aggira intorno ai 56 anni per quanto riguarda la Serie A.
Fondamentale è stata quindi la spinta data dall’assegnazione all’Italia a ospitare gli Europei 2032 che ha portato alla nomina di Massimo Sessa a commissario straordinario per gli stadi con l’obiettivo di accelerare il restyling.
Come emerge dall’intervista rilasciata a Diac da Manuel Orazi, uno dei tre curatori della mostra tenutasi al MAXXI di Roma dal 30 maggio 2025 al 9 novembre dello stesso anno e intitolata “Stadi, Architettura e Mito”, il restyling non è solo un processo necessario per l’accesso a certi requisiti imposti dall’Europeo, ma un vero e proprio bisogno della collettività, basti pensare a come gli stadi sempre siano stati e sono ancora oggi luogo di aggregazione e di socialità.
Proprio in relazione alla funzione sociale si è sviluppato il processo di riammodernamento che riguarda gli stadi di entità locali, come mostrano numerosi casi a partire da quello di Arezzo il cui finale della video-presentazione recita “un luogo che unisce, di chi lo vive, di chi lo sogna di chi lo difende”, e che, secondo le parole dell’architetto che lo ha progettato, Carlo Antonio Fayer, è il prodotto del costante dialogo tra gli ideatori e i fruitori del luogo. Lo stesso è avvenuto nel caso di Bergamo e di Frosinone in cui gli stadi emergono in aree ex-industriali rigenerate e dove, oltre alle partite di calcio, si svolgono eventi aziendali e musicali.
Nei nuovi progetti emerge la volontà non solo di rendere gli stadi centri di aggregazione, di socialità e modelli di sostenibilità ambientale, ma si vuole anche ridare vita a impianti ormai abbandonati e non più funzionali. È il caso della S.S. Lazio, società sportiva della Capitale, che vuole riqualificare e rifunzionalizzare lo Stadio Flaminio. Risulta infatti uno dei progetti più interessanti, non solo per la necessità del rispetto del vincolo architettonico, vista la storicità dell’impianto progettato per le Olimpiadi nel 1960 da Pier Luigi Nervi, ma anche per l’attenzione al “green”: parcheggi delocalizzati, bus navette, ripristino del Ponte Bailey come attraversamento ciclopedonale, installazione di pannelli fotovoltaici che renderanno lo stadio Energy Hub del quartiere.
Si nota quindi una tendenza che accomuna sia gli impianti più piccoli, che devono rispondere a esigenze localizzate come la mancanza di luoghi di aggregazione e l’obsolescenza dei siti, sia per gli impianti più importanti: la modernizzazione e l’avvicinamento al modello europeo e in particolare quello inglese in cui lo stadio è parte integrante del tessuto cittadino, centro nevralgico della città e dell’economia locale. L’esigenza di sostenibilità sia ambientale che sociale, quindi la garanzia di accesso per tutti, si sente ormai anche in un campo, quello del calcio, considerato lontano dal mondo dei diritti sociali e dell’ecologia.
Gli articoli del dossier:
Empoli, il nuovo stadio attende la conferenza dei servizi decisoria. Scettici i comitati: “Troppo impatto sul quartiere”

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