PROGETTO CORALE / 35

Il contributo della Danza alla Rigenerazione urbana: ridefinire il senso degli spazi attraverso il linguaggio dei corpi

18 Mar 2026 di Maria Cristina Fregni

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Nel girovagare di questo Diario alla ricerca delle varie figure che operano nella Rigenerazione Urbana, oggi vorremmo atterrare, dopo un Chris Cross e un un po’ di Running Man, nel mondo della danza, e, in particolare, della dance “urban style”.

Lo facciamo insieme ad Elisa Balugani, danzatrice e coreografa, che ci aiuterà a capire se e come questa forma d’arte può positivamente interagire nei processi di Rigenerazione con altre discipline ed altri sguardi. E nelle prossime settimane lo faremo con altri professionisti legati alla produzione artistica, alla ricerca di modi forse meno indagati e conosciuti di guardare ai fenomeni urbani e alle comunità.

Perché iniziare proprio con la danza? Prima di tutto, perché questa disciplina si fonda su un corpo che si muove in uno spazio, e quindi ha in sé la dimensione della spazialità e della relazione tra l’uomo e ciò che gli sta intorno, collocandosi dunque a pieno titolo nella direzione che guida i processi di rigenerazione urbana. Tutte le iniziative di rigenerazione danno infatti grande peso alla dimensione umana, sia fisica che immateriale, dei luoghi urbani: basti pensare al successo delle passeggiate urbane, che, sulla scorta delle Jane’s Walk, diventano strumenti per riscoprire e ripensare le città, stimolando un rapporto più diretto e partecipato con il tessuto urbano. Nei processi di Rigenerazione, spesso il corpo torna protagonista e la sua fruizione dello spazio diventa occasione per ripensare e ridisegnare i luoghi, permettendo alla città di recuperare il proprio ruolo di “palcoscenico” e guidando le dinamiche di uso dello spazio pubblico, facendole diventare coreografie viventi delle comunità che lo vivono.

Se questa forza è riconosciuta al camminare, la danza porta al limite questa capacità, aggiungendo l’interpretazione artistica dei fatti urbani. In realtà, già nel Bauhaus si trova traccia di questo rapporto stretto tra danza e architettura, grazie al lavoro di Oskar Schlemmer, che, con le sue coreografie sperimentali, indagava il rapporto tra i corpi in movimento e lo spazio. Più in generale, ginnastica e musica facevano parte delle lezioni impartite agli studenti del Bauhaus dai maestri, proprio per ribadire la centralità del corpo e quindi dell’essere umano nel pensiero architettonico.

Ma sono le danze urbane, nate negli anni ’70 all’interno delle comunità emarginate degli Stati Uniti, e poi diffusesi a macchia d’olio ovunque gruppi di cittadini sentissero il bisogno di esprimere una dimensione difficile dell’urbanità nella loro quotidianità, ad aver dato e dare oggi rinnovato vigore al rapporto tra danza e città.

Certo, ci ricorda Elisa, in Italia sono rari i casi in cui forme di espressione legate a danze come l’hip hop o la break dance portano avanti davvero una forte rivendicazione sociale, ma questo non significa che queste forme di espressione oggi in Italia non possano aiutare a leggere e guidare le dinamiche urbane. Prima di tutto, sono forme di danza nate per strada non per scelta, ma come tentativo di comunità fragili di trovare forme di aggregazione, svago e creatività a costo zero, senza bisogno di pagare una retta per poter svolgere una attività, ma ad alta visibilità. In primo luogo, dunque, ci ricordano che una città inclusiva è una città che offre opportunità aperte e libere per ritrovarsi e dare espressione alla propria creatività, senza necessariamente costruire contenitori definiti e fruibili a pagamento.

Dalle strade americane le danze urban si sono poi spostate nelle prime scuole e nelle prime palestre, perché per una comunità magari fragile, e soprattutto per i più giovani, è anche importante avere dei punti fermi, stabili nel tempo e nello spazio, in cui riconoscersi, in cui imparare la costanza e l’impegno, di cui prendersi cura. Luoghi belli, magari, perché la Bellezza aiuta a rigenerarsi, ma comunque personalizzabili e flessibili, in cui sentirsi parte attiva e non ospiti. E anche questa è una grande lezione sulla progettazione di spazi culturali e aggregatori nelle città.

Ma, al di là di questi spunti, cosa può concretamente fare la danza per e nei processi di rigenerazione?

Dal dialogo con Elisa, emerge ancora una volta il tema della durata, insito nella parola “processo”. La danza come strumento urbano per funzionare ha bisogno di tempi estesi, non può essere una performance estemporanea, per quanto potente, ad agire efficacemente su un contesto. Come già abbiamo visto per alcune esperienze di street art, la danza può diventare un laboratorio, connettendo interpreti e tessuto urbano in una relazione di reciprocità che alimenta e fa crescere entrambe le parti.

Elisa lo sperimenta nella sua quotidianità, nello spazio La Tenda a Modena, con cui collabora, collocato in una zona difficile della città sotto il profilo della sicurezza, circondato da grandi scuole superiori. Proponendo attività legate alla danza e allo spettacolo in generale, una semplice tensostruttura posizionata sopra ad un ex pista di pattinaggio all’aperto è diventata nel tempo un “rifugio” per i ragazzi, che devono aspettare un bus o un treno dopo la scuola, un luogo in cui sentirsi sicuri, in cui “vedere cose belle” e, con il tempo, “provare a farle”. Fino a partecipare a iniziative di co-creazione artistica, che reinterpretano le paure giovanili e le esorcizzano, portando positività, propositività e visione di futuro in un contesto urbano altrimenti desolato.

Ma Elisa cita anche altre esperienze, come quella dei laboratori di danza dentro grandi contenitori storici in via di riqualificazione: sono attività di danza aperte a tutti, senza limite di età o livelli di competenza, in cui luogo storico e movimento si fondono e l’immaginazione da essi stimolata diventa uno strumento potente per il benessere psico-fisico dei partecipanti e una opportunità di vedere gli spazi sotto una luce diversa.

Ma l’esperienza di Elisa che, forse più di tutte, aiuta a capire come lo sguardo della danza possa aiutare nelle Rigenerazione Urbana è quella di Diario di Silva, spettacolo andato in scena qualche tempo fa in uno dei territori delle mondine, lavoratrici stagionali delle risaie, attive principalmente tra fine ‘800 e metà ‘900 nel Nord Italia incaricate di “mondare” i campi dalle erbe infestanti. Sulla base del diario scritto, durante i suoi 12 anni da mondina, da Silva Manicardi per raccogliere desideri, aspettative e paure della sua faticosa quotidianità, è stato messo in piedi uno spettacolo site-specific, svoltosi proprio nel luogo di raccolta delle lavoratrici, in cui il padrone passava a prenderle al mattino per portarle con i carri a lavorare. Ballerini e coreografi hanno studiato a lungo quel diario e quei luoghi, hanno parlato con le mondine, ascoltato le loro testimonianze, e ne è nato uno spettacolo in cui, con l’accompagnamento della musica e della voce narrante di un’altra mondina che leggeva pagine del diario di Silva, i danzatori si muovevano con uno scopo ben preciso: reinterpretare e ritrasmettere al pubblico la fatica e la speranza di quelle donne, di cui quel luogo è pregno e testimone. Coreografi e ballerini hanno dunque lavorato per assorbire e far rivivere la storia attraverso i loro corpi, rendendola accessibile a tutti attraverso un linguaggio contemporaneo. I corpi guidati dall’arte si sono fatti medium tra il luogo e il pubblico, consentendo di risignificare quello spazio e di dargli nuovo valore per generazioni che, da quel momento, non lo hanno più guardato allo stesso modo, riconoscendogli valore e bisogno di cura.

Questo è il senso più alto del contributo della danza ai processi di rigenerazione: non si tratta tanto di costruire palestre o teatri, che pure servono, ma di creare opportunità di risignificazione dei luoghi: attraverso il movimento, gli artisti ridefiniscono il senso degli spazi, contaminandoli con nuove narrazioni e reinventandoli attraverso il linguaggio del corpo.

Attraverso la danza, gli spazi urbani possono essere visti e vissuti non solo come un insieme di edifici e strade, ma anche come luoghi di espressione e libertà, di costruzione o ri-costruzione di comunità, permeate delle energie espressive del corpo.

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