LA SCUOLA DI RACHELE FURFARO
La Fondazione Foqus e i Quartieri Spagnoli, la rigenerazione urbana al servizio del progetto educativo “Dalla parte dei bambini”
IN SINTESI
“La nostra scuola paritaria ‘Dalla parte dei bambini’ ha rilevato a titolo oneroso, cioè con un contratto di affitto, l’Istituto Montecalvario nel 2013 da una Congregazione religiosa, pochi mesi dopo che la scuola cattolica delle suore aveva deciso di sospendere le attività didattiche. C’erano sessanta bambini e venti insegnanti in pre-licenziamento, li abbiamo assunti dopo averli formati nuovamente perché avevano una formazione trasmissiva di tipo religioso non coerente con il nostro metodo educativo. Abbiamo però avvertito subito, dal nostro ingresso qui, che il trasferimento della scuola dell’infanzia e di quella primaria in questo edificio di diecimila metri quadrati non sarebbe stata un’operazione sostenibile sul piano economico. Per questo abbiamo costruito un progetto di rigenerazione urbana e abbiamo creato la Fondazione Foqus che autonomamente gestisce l’edificio e lo ha aperto al quartiere. Da quando lo abbiamo preso in gestione, il cancello di ingresso della Santa Teresa è rimasto aperto ininterrottamente. Più che un edificio della Fondazione viene vissuto e riconosciuto come una zona dei Quartieri Spagnoli ad accesso libero, dove si svolgono attività didattiche e culturali, ma dove si può venire anche a leggere, a studiare o a oziare. Non abbiamo mai subito atti vandalici e questo è un segno del nostro rapporto con il quartiere”.

Siamo a Napoli, Quartieri spagnoli. Alberto Caronte è uno dei collaboratori strettissimi della fondatrice della scuola “Dalla parte dei bambini” e presidente della Fondazione Foqus, la pedagogista ed educatrice Rachele Furfaro, già assessora comunale all’Educazione della giunta Bassolino. Alberto accompagna me ed Emilia Martinelli – che racconta nella sua rubrica Rigenerazione umana su DIAC la storia di una educatrice di Foqus, Gabriella (leggere qui) – a visitare i tre piani dell’enorme edificio cinquecentesco che ora è raddoppiato con la recente acquisizione – pure in affitto – di altri diecimila metri quadrati. Qui ha sede la Fondazione Foqus e una delle cinque sedi che la scuola “Dalla parte dei bambini” ha oggi a Napoli.
Siamo venuti qui a parlare di rigenerazione urbana, ovviamente. E la prima cosa che mi colpisce del racconto di Alberto è proprio questo ribaltamento – inusuale nei nostri racconti di progetti virtuosi – di una rigenerazione urbana che nasce non per realizzare un obiettivo interno al progetto che si costruisce strada facendo, ma si pone da subito al servizio di un progetto sociale (e in questo caso educativo) già ben definito, storicamente radicato e più ampio. La rigenerazione urbana – che in questo edificio significa funzionalizzare gli spazi alle attività ospitate, come dimostrano gli attuali lavori per avviare dal 31 marzo uno studentato con 28 posti letto per studenti e una quota di ragazzi rifugiati e gli altri lavori sulla ex chiesa sconsacrata che diventerà un museo sui Quartieri spagnoli costruito insieme agli abitanti – qui non ha bisogno di cercare un suo obiettivo ma contribuisce a sostenere, anche economicamente, il cuore centrale di Foqus, la scuola e quello che gli gira intorno in termini di sostegno alle famiglie.
Le tre anime per rigenerare il quartiere e la riorganizzazione degli spazi
Racconta Alberto Caronte: “L’edificio non era questo, l’abbiamo sistemato, costruendo e finanziando in proprio tutte le attività di rigenerazione; non ci è stato dato come bene in utilizzo, ma in affitto. L’idea iniziale è stata di far vivere le tre anime principali che potessero rigenerare il quartiere: l’anima educativa, l’anima delle politiche sociali e l’occupazione attraverso le imprese che lavorano qui”. Obiettivi molto chiari, appunto, ben prima dell’avvio della rigenerazione fisica.
Oggi l’ex Istituto Montecalvario è una macchina complessa che ospita un mix articolato di funzioni e attività. Al piano terra ci sono una galleria d’arte, uno spazio espositivo (attualmente ospita una mostra su Viareggio), la biblioteca Italo Calvino, la sala cinematografica, lo spazio per gli spettacoli, il ristorante e la pizzeria dati in gestione a privati. Al primo piano la scuola dell’infanzia e alcune sezioni di scuola primaria, la Fondazione Robert Kennedy, le aule dell’Accademia di Belle Arti, il Centro Argo sulla disabilità cognitiva in cui quaranta ragazzi abitano questo posto durante il giorno. “Ora – dice Caronte – stanno facendo un percorso di autonomia sociale e di indipendenza, con una residenza presso una casa comune che abbiamo stabilito all’interno di un bene confiscato alla camorra”. Al piano più alto ci sono l’istituto di musicoterapia, un consorzio di formazione professionale, un’agenzia di fotoreporter napoletani.
Dalla terrazza dove sono passati parecchi personaggi noti, da Jovanotti a Renato Zero, da Victoria Abril a Eshkol Nevo, Alberto ci mostra lo spazio di Educa, scuola a vocazione ambientale con giardino didattico. “L’abbiamo modellizzata dal 2022 – spiega Caronte – con la supervisione del Ministero dell’Istruzione: l’idea è di fare un ciclo educativo unico da 0 a 13 anni sulla sostenibilità ambientale. Tutte le azioni educative con i bambini in questa sezione di scuola si fanno per far emergere la vocazione ambientale di ciascuno. Nelle giovani generazioni c’è una sensibilità maggiore sui temi dell’ambiente e questo può essere un aggancio educativo per far sì che i bambini siano affascinati dal percorso scolastico”.
Un aspetto suggestivo del luogo è proprio la commistione di culture e persone diverse: ci saranno, nel momento in cui l’attraversiamo, 300-400 persone che frequentano le due corti e i piani alti, gli insegnanti, i bambini della scuola dell’infanzia che si mescolano ai ragazzi del centro Argo, le mamme, i ragazzi dell’Accademia con gli abiti vistosi e i piercing.
Il 50% dei bambini della scuola abitano nei Quartieri Spagnoli, per loro niente retta
Chiediamo ad Alberto se i bambini che frequentano la scuola abitano in questa zona. “Al 50% – dice Caronte – abitano nei Quartieri spagnoli e non pagano la retta. L’altro 50% viene da zone diverse della città, Chiaia, Posillipo, Vomero, il centro storico, e pagano una retta che ci consente di sostenere economicamente anche l’attività per gli altri bambini”. Cosa spinge queste famiglie a sostenere lo sforzo economico? Solidarietà? Sensibilità sociale? Scelta educativa? “Ci scelgono soprattutto per il metodo educativo e pedagogico portato qui da Rachele che mette al centro sempre il bambino. Come vedete, nelle Aule non c’è cattedra, non c’è la LIM, non ci sono i banchi tradizionali, ma solo spazi in cui i bambini e gli insegnanti si incontrano”.
Anche il rapporto fra scuola e Quartieri Spagnoli si alimenta soprattutto attraverso le famiglie dei bambini della scuola e del centro Argo. “La nostra modalità di presa in carico del bambino – spiega Alberto – non è una presa in carico individuale, ma è una presa in carico del sistema famiglia. Il nostro intervento è sempre anche sulla famiglia e in questo modo si ribalta sul territorio. Non puoi intervenire soltanto sul bambino, che poi torna a casa e trova i genitori che litigano. Oppure a scuola sei un bambino al centro del sistema, sei ascoltato e fai cose interessanti, poi torni a casa e nessuno ti si fila. Dobbiamo intervenire su questo dualismo, su quel sistema familiare per far sì che il bambino poi sia in equilibrio. Non ci interessa la performance scolastica, ma la capacità del bambino di trovare un equilibrio in una quotidianità che è fatta di molti traumi pesanti e spesso amplificati da una dinamica di comunicazione alimentata dai social”. È quantificabile in numeri questo rapporto con le famiglie del territorio? “Non interveniamo su mille famiglie, non spariamo numeri che non sarebbero né veri né credibili. Interveniamo su 30 famiglie l’anno che innescano un meccanismo positivo, capace di ripercuotersi sul sistema familiare più ampio. In più, molti dipendenti di Foqus della scuola sono residenti nei Quartieri”. Questo rapporto esce poi anche dagli stretti confini della scuola. “Adesso stiamo facendo un’attività sull’adolescenza con l’associazione Jonas di Massimo Recalcati, per tentare di aprire varchi di comunicazione in ambiti che sono più riservati alla sesso-affettività, alle dinamiche relazionali, alla dipendenza”.
L’incontro con Rachele Furfaro

Durante la visita incontriamo Rachele Furfaro, che ci fa qualche racconto della sua storia e del suo pensiero pedagogico, mutuato da Paulo Freire e Célestin Freinet e adattato alle specificità territoriali (chi fosse interessato ad approfondire può leggere il suo libro “La buona scuola” edito da Feltrinelli).
“A cavallo fra gli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 – racconta Furfaro – ho insegnato nelle scuole statali, gli ultimi due anni a Brescia, ma non ero soddisfatta perché c’era una enorme distanza fra quello che facevo lì e la pedagogia che avevo studiato e che volevo applicare. Allora ho lasciato la scuola statale e ho creato la Buona scuola, ho rilevato la licenza di una scuolina privata che si chiamava Baby Blue e aveva otto bambini. Tutti pensavano che fossi pazza, all’inizio è stata difficile anche con i genitori. È stato un periodo duro, vissuto con altre due colleghe, che però ha posto le basi per lo sviluppo successivo: i bambini sono diventati 24 l’anno dopo, poi sono cresciuti ancora. Oggi sono oltre 500 nelle diverse scuole, con oltre 200 insegnanti e, in più, il personale amministrativo”.
Furfaro continua a insegnare, ad andare in classe, nonostante i molti ruoli che svolge, da dirigente scolastico a presidente della Fondazione. “Io lavoro sempre in classe, è la mia linfa vitale. Il miglior aggiornamento per un insegnante è stare con i ragazzi, dare spazio alle loro parole, alle loro idee, ai loro pensieri. Questa è anche la cosa più difficile perché nel metodo tradizionale l’insegnante detiene tutti i saperi. Ma io dico che se un insegnante esce dalla classe sapendo quello che sapeva prima, beh, ha fallito la sua missione. Se al Ballarò a Palermo, qui nei Quartieri Spagnoli, al Librino o allo ZEN o anche nella ricca Milano dove pure ci sono zone di fragilità, se parti dal presupposto che puoi parlare un solo linguaggio, il tuo, pensando che sia quello giusto da insegnare, allora hai fallito in partenza”. Furfaro arriva così al principio fondamentale della sua pedagogia, la co-costruzione. “Il sapere non si può trasmettere, si può co-costruire insieme. La radice dell’abbandono scolastico sta proprio nell’idea che tu insegnante passi il sapere. Lo passi e poi resta lì”. La rigenerazione dei ragazzi nasce da qui. Anche la rigenerazione di un quartiere nasce da qui. E’ una rigenerazione in profondità.