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Economia sociale, in Italia 400mila imprese. Inapp: “Finalmente un piano per il welfare comunitario”

L’esempio della Scozia: dal 2015 al 2024 +17,4% di aziende del terzo settore per oltre due miliardi di contributo economico.

21 Nov 2025 di Mauro Giansante

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Economia sociale, in Italia 400mila imprese. Inapp: “Finalmente un piano per il welfare comunitario”

La terza gamba dell’economia italiana può davvero essere l’economia sociale. Un settore che include il welfare generativo, l’economia circolare, e coinvolge le cooperative, le organizzazioni mutualistiche e le imprese sociali. Al centro non c’è il profitto ma l’inclusione e l’innovazione, la sostenibilità. Certo, serve collaborazione con le pubbliche amministrazioni e gli attori profit ma questo è un mondo che si sta facendo spazio per creare sviluppo e rinforzare gli obiettivi di coesione territoriale. Secondo Inapp, l’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche, in tutti i Paesi dell’Unione Europea il settore impiega complessivamente più di 11,5 milioni di persone, in Italia ci sono circa 400mila organizzazioni che operano in questo campo con 1,5 milioni di addetti e 4,6 milioni di volontari. Nell’economia privata, è un comparto che copre l’8% delle organizzazioni. Coprendo tanto le attività artistiche, sportive e culturali (58%), quanto i servizi sanitari e socio-assistenziali (11,8%), che da soli assorbono oltre un terzo dell’occupazione, e con la performance di un segmento specifico – la cooperazione sociale – che in meno di un quinquennio ha incrementato quasi del 5% il proprio volume di addetti. Ancora. Dal punto di vista della struttura giuridica, la maggior parte delle organizzazioni è di tipo associativo, costituendo il 76,9% del totale. Seguono le cooperative, che rappresentano il 13,4%; mentre sul fronte occupazionale proprio queste ultime si confermano come la forma giuridica principale, con 1,1 milioni di addetti, pari al 72,4% del totale degli occupati.

Per l’Inapp, quest’economia finalmente ha un piano d’azione concreto. Quello presentato dal Mef in queste settimane per dare una strategia decennale oltre che raccogliere in un quadro unitario le politiche pubbliche dedicate, in linea con la Raccomandazione del Consiglio dell’Unione Europea del 27 novembre 2023. Il piano è stato sottoposto ad una consultazione pubblica e ha ricevuto centinaia tra proposte, documenti e risposte. Al suo interno, individua azioni per rafforzare l’accesso al credito, sostenere la transizione verde e digitale, e promuovere la partecipazione democratica e la misurazione dell’impatto sociale, si articola in quattro assi strategici e operativi: coordinamento istituzionale e governance (creazione di un’architettura unitaria di coordinamento tra le amministrazioni competenti, una cabina di regia presso il Mef, per assicurare coerenza nelle politiche e monitoraggio delle azioni); regimi di aiuto e fiscalità di settore (si propone inoltre l’armonizzazione delle discipline regionali su Irap, Iva e Imu con l’obiettivo di garantire uniformità e semplificazione); misure di sistema e incentivi settoriali (azioni per favorire l’autonomia finanziaria, la digitalizzazione, l’innovazione sociale e la rendicontazione di sostenibilità) e infine politiche di coesione e sviluppo territoriale.

Proprio guardando al territorio italiano, la distribuzione delle organizzazioni dell’economia sociale mostra una concentrazione nelle regioni del Nord-ovest, che ospitano il 26,6% delle entità, con un peso sull’economia privata del 7,3%, e nel Nord-est, con il 21,6% delle organizzazioni e un’incidenza sull’economia privata dell’8,3%. Seguono il Centro, il Sud e le Isole, con il 22%, il 19,5% e il 10,3% delle entità, e un’incidenza sull’economia privata pari rispettivamente all’8%, al 7,9% e al 9,3%.

Adesso, il terzo settore può finalmente riscontrare il riconoscimento di un ruolo nelle strategie di coesione, proponendo l’introduzione di riserve di destinazione nei programmi finanziati da fondi europei (Fesr, Fse+, Feasr). Viene valorizzato, poi, il partenariato economico e sociale a livello regionale e locale, con l’obiettivo di ridurre le disuguaglianze e promuovere modelli di welfare comunitario. “L’Italia si conferma tra i Paesi europei più avanzati nel riconoscere l’economia sociale come leva strategica capace di coniugare sviluppo economico e benessere collettivo e il Piano d’azione predisposto dal governo va in questa direzione”, conferma il presidente Inapp Natale Forlani. “Il nostro Istituto con i suoi ricercatori e la sua struttura può garantire il necessario supporto nel monitoraggio e nella valutazione delle politiche pubbliche assicurando una produzione sistematica di indicatori qualitativi e quantitativi, di analisi comparate e di rapporti valutativi. Un supporto che diventa tanto più strategico in relazione al nuovo quadro finanziario europeo 2028-2034”. Non resta, allora, che attendere l’approvazione finale del piano per passare ai fatti.

Certo, sulla strategia l’Italia arriva in ritardo nel contesto europeo. L’Ue ha la sua dal 2021, che verrà quindi rinnovata tra meno di sei anni, e contiene sessanta azioni incluse in tre macro-aree: giuste condizioni per far prosperare l’economia sociale; opportunità di sviluppo e miglioramento del riconoscimento pubblico. Inoltre, nel 2021 l’Ue ha aggiornato la sua Strategia industriale identificando nell’“economia sociale e di prossimità” uno dei quattordici ecosistemi industriali per la resilienza, l’autonomia strategica e lo sviluppo sostenibile del mercato unico.

Guardando anche ad altri Paesi, ieri Simone Schirru – Social and Economic Policy Lead Rreus Bruxelles – ha fatto notare come, in base a un’elaborazione dati interna sui 27 piani nazionali di riforma e investimento e piani strutturali di bilancio a medio termine emerge che dal 2023 al 2025 sono risultate in netto calo le misure per l’economia sociale e circolare. Di rilievo, invece, l’esempio portato al tavolo da Micaela Mazzei – Senior Reader in Social Economy Glasgow Caledonian University. La Scozia è all’avanguardia sull’economia sociale grazie a una strategia nazionale e un quadro legislativo che promuove l’empowerment locale. Nel 2014,  il Procurement reform act ha favorito il ruolo delle imprese sociali negli appalti e nel 2015 è stato varato il Community empowerment act. Dal 2015 al 2024, inoltre, il numero imprese sociali è cresciuto del 17,4% e il contributo economico è salito a oltre due miliardi di sterline. Per dirla con Aristotele, un esempio concreto di fioritura. Un percorso armonioso e virtuoso realizzato dentro una comunità sociale dove conta il bene comune.

 

 

 

 

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