La digitalizzazione minaccia le professioni tecniche?

10 Dic 2025 di Angelo Ciribini

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Il quesito suona, ovviamente, come provocatorio, ma consente di avanzare qualche riflessione.

Vi sono elementi indubitabili che inducano a ritenere che le forme più tradizionali di digitalizzazione abbiano giovato almeno alla classe dei progettisti maggiormente creativi e organizzati: non solo il Building Information Modelling, ma, anche, ad esempio, il Computational Design.

 

Un’altra popolare modalità di digitalizzazione, il Digital Surveying, è ormai diffusa nell’ambito del restauro architettonico, ma pure degli interventi di altra natura sul costruito.

Naturalmente, potremmo aggiungere ulteriori soluzioni, tra cui quelle relative alla realtà immersiva, aumentata e oltre.

Tutto ciò vale semplicemente limitandosi ai servizi intellettuali legati alla progettazione, senza considerare ulteriori tipologie di servizi.

Tra l’altro, il Codice dei Contratti Pubblici prevede un incremento della remunerazione per gli affidatari dei servizi di progettazione.

È, peraltro, possibile guardare al tema sotto il punto di vista dell’Intelligenza Artificiale: tanto nell’ottica del ricorso per plurimi motivi ai Modelli Linguistici di Grandi Dimensioni quanto alla introduzione di Agenti di Intelligenza Artificiale nei dispositivi, a partire da quelli di Modellazione Informativa.

A questo proposito, sarebbe gioco facile immaginare o ipotizzare che nel medio periodo Agenti di Intelligenza Artificiale possano, ad esempio, sostituire quantomeno i BIM Modeller, per non dire dei BIM Specialist o dei BIM Coordinator.

Di là dell’imminenza o meno di questi accadimenti, sta emergendo l’opportunità di meglio definire quali possano essere i confini di attribuzione delle responsabilità tra coloro che veicolano il dato e l’informazione, oltre che generarla, e coloro che determinano le decisioni conseguenti.

Queste annotazioni permetterebbero, dunque, di muoversi tra i due opposti del fatto che la digitalizzazione potenzi le prestazioni professionali e dell’assunto che le tecnologie possano sostituire, o almeno ridurre, la necessità del capitale umano.

In realtà, l’interrogativo dovrebbe porsi nell’ottica di quali sollecitazioni il fenomeno della digitalizzazione sottoponga, in verità, non solo al ceto professionale, ma anche a quello imprenditoriale.

Queste sollecitazioni riguardano concretamente due aspetti: la capacità degli organismi professionali di stabilire reti, alleanze e coalizioni maggiormente formalizzate e stabili, anche con soggetti professionali non tecnici; l’integrazione tra gli attori della concezione e quelli della realizzazione, nella veste di un paradigma industriale.

Bisogna, pertanto, chiedersi, in primo luogo, se la trasformazione digitale, qualunque essa si palesi in futuro, sia compatibile con la frammentazione dei soggetti professionali e la discontinuità dei flussi informativi con cui essi agiscono.

Secondariamente, sarà possibile continuare nella rappresentazione narrativa per cui i progettisti si autorappresentano come indipendenti (e sovraordinati?) dagli esecutori in virtù della creatività, dello specialismo disciplinare e della tutela della proprietà intellettuale?

Oppure sarà indispensabile riconoscere come la razionalità digitale richieda una logica sistematica e sistemica, implichi la normalizzazione delle semantiche e della produzione di dati e di informazioni, nonché la dialettica integrata con il mondo imprenditoriale?

In altre parole, è davvero solo una questione di investimenti strumentali o di formazione sugli stessi (ed eventualmente sui metodi) oppure sono le identità e i processi a essere al centro di una rivisitazione degli assetti e dei rapporti tra la cultura professionale e quella imprenditoriale?

Da queste prime domande bisognerebbe avviare un dibattito articolato che permetta di comprendere quali siano le condizioni strutturali affinché la digitalizzazione possa arrecare un ritorno corrispondente agli investimenti, non solo materiali, e di accrescere la consapevolezza degli operatori del settore sulle conseguenze della transizione digitale.

D’altronde, se si pensa, anche al di fuori di una possibile esplosione di una bolla finanziaria per l’Intelligenza Artificiale, quanto l’IA abbia messo in evidenza e valorizzato il dato, ma anche quanto la struttura e la mentalità del settore siano ancora piuttosto estranee all’interiorizzazione del dato e dell’informazione, la probabilità che il fenomeno si banalizzi allorché le incognite dell’evoluzione tecnologica aumentano, si potrebbe accoppiare a una distrazione del settore professionale sulle conseguenze utile del cambiamento.

Ciò, ad esempio, si manifesterebbe nella mercificazione delle prestazioni intellettuali della professione corrente: la progettazione diverrà equivalente, a prescindere dall’autore?

 

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