L'ANALISI SVIMEZ SULLA RIVISTA IL MULINO

Politiche di coesione e aree interne: l’anello mancante delle città medie

13 Apr 2026 di Giorgio Santilli

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Luca Bianchi, direttore della Svimez

Una nuova analisi della Svimez, a firma del direttore Luca Bianchi e di Carmelo Petraglia, pubblicata sulla Rivista Il Mulino, rilancia i temi strettamente connessi della riforma delle politiche di coesione, dei risultati deludenti della Strategia per le aree interne (SNIA) e del ruolo delle città medie nello sviluppo territoriale, rilanciando questioni e proposte che DIAC ha già trattato con le analisi della stessa Svimez, di Lanfranco Senn, di  Mecenate 90 e di Irpet. Alcuni fili comuni – a partire dalla necessità di una “rifondazione” della politica per le aree interne che rigetti la sua identificazione con una mera funzione redistributiva o, peggio, di “gestione del declino” – assumono oggi un’enfasi politica particolare alla luce di alcuni importanti impegni politici in agenda, come la riforma della politica di coesione, in ambito europeo e nazionale, e la discussione sul bilancio Ue 2028-2034 che quelle politiche deve finanziare.

Già il titolo dell’analisi di Bianchi e Petraglia mette chiaramente a fuoco l’obiettivo del lavoro: “Città medie: l’anello mancante”: si intende affermare “il ruolo strategico delle città medie come nodi di connessione, per superare la dicotomia tra grandi centri urbani e aree interne in crisi e per garantire servizi, lavoro e coesione territoriale”. D’altra parte, si ricorda, alcune aree del Paese, in particolare il Nord-Est e il Mezzogiorno, evidenziano già un sistema urbano policentrico e un peso delle città medie (fra 50mila e 250mila abitanti) sul Pil niente affatto trascurabile (rispettivamente 22,6% e 17,4%). Al Sud queste realtà hanno i nomi di Salerno, Avellino, Cosenza e Lecce.

La principale critica rivolta alla Strategia Nazionale per le Aree Interne – che ha un peso determinante nei risultati modesti ottenuti in dieci anni – è che “le aree interessate dalla Snai tendono a essere considerate come ambiti delimitati di intervento, più che come parti integranti di sistemi territoriali più ampi. Ne deriva una prevalenza di interventi orientati alla compensazione dei deficit interni nei servizi essenziali – sanità, scuola, mobilità – ispirati da legittimi obiettivi di equità territoriale, che non riescono da soli a incidere sulle traiettorie di sviluppo di lungo periodo”.

Questo vale in particolare proprio per il Mezzogiorno, “dove la questione aree interne è più diffusa e problematica per i suoi impatti sullo spopolamento”. Bianchi e e Petraglia sono convinti che “le politiche per le aree interne andrebbero riorientate su interventi che tendano a rafforzare le connessioni e la condivisione di servizi tra aree marginali e città medie”.

In altri termini, “è necessario superare la separazione, quasi ideologica, tra politiche per le città (grandi e medie) e quelle per le aree interne, includendo gli interventi a favore delle aree marginali in un disegno esplicito di integrazione funzionale con le città medie e i poli urbani di prossimità”. In questo modo, “le città medie possono svolgere una funzione decisiva nel contrastare i processi di marginalizzazione delle aree interne, ricostruendo connessioni economiche e sociali oggi indebolite”.

In questa chiave, “per sviluppare una politica più realistica ed efficace” che punti “sul rafforzamento della quantità e della qualità dei servizi, organizzati e gestiti in un’ottica di area vasta, e sul miglioramento dei collegamenti materiali e funzionali tra le aree interne e le città medie di riferimento” una delle proposte di Bianchi e Petraglia è di utilizzare alcuni strumenti già esistenti – come il Programma nazionale Metro Plus e Città medie del Sud – a condizione che evolvano “verso un’impostazione più inclusiva, capace di integrare al proprio interno anche gli obiettivi e gli strumenti della Snai” per costruire “un disegno unitario di sviluppo territoriale, fondato sul rafforzamento delle città medie come nodi di connessione tra grandi poli urbani e territori più fragili”.

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