L'INTERVISTA DEL LUNEDI'

Bozzetti (Assorestauro): “Sul dopo-2026 urgente una manifestazione. La corsa Pnrr SCARICATA tutta sulle imprese”

“Dobbiamo fermare per una giornata o anche solo per qualche ora questa grande corsa del Pnrr”.

21 luglio

21 Lug 2024 di Giorgio Santilli

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Bozzetti (Assorestauro): “Sul dopo-2026 urgente una manifestazione. La corsa Pnrr SCARICATA tutta sulle imprese”

“Dobbiamo fermare per una giornata o anche solo per qualche ora questa grande corsa del Pnrr che sta scaricando su imprese e professionisti tutte le responsabilità di una compressione insostenibile dei tempi, senza darci alcuna certezza per il futuro. Come Assorestauro pensiamo a uno sciopero bianco di 4 ore e a una manifestazione nazionale che punti a mettere al centro della scena politica una riflessione che ci auguriamo sia condivisa da altri settori impegnati nel Pnrr. È urgente oggi una risposta alla nostra domanda di una sana programmazione del dopo-2026”.

A parlare è Alessandro Bozzetti, presidente di Assorestauro, associazione che rappresenta imprese e studi dell’intera filiera del restauro: progettazione, lavori, materiali. Bozzetti, che è anche amministratore dello studio Croci, uno dei più prestigiosi nel campo della progettazione sul costruito storico, ha accettato di rispondere alle domande di Diario Diac.

Presidente Bozzetti, partiamo dall’impetuosa crescita delle commesse per il mondo del restauro, alimentata dal Piano nazionale di ripresa e resilienza. Avete quantificato questo impatto sulle commesse rispetto ai periodi ordinari?

Non abbiamo ancora dati generali. Ma conosco moltissime imprese del nostro settore che sono passate in due anni da un portafoglio di 5, 6, 8 milioni di euro a un portafoglio di 30-40 milioni di euro. È un fenomeno molto diffuso.

Una fiammata più che una crescita.

La chiamerei piuttosto una bomba d’acqua, una sollecitazione molto intensa in tempi strettissimi dopo lunghi periodi di stagnazione, che rischia di lasciare danni gravi per il settore nel futuro.

Quali sono i rischi?

Le nostre imprese, per dare una risposta adeguata e professionale a questa domanda impetuosa, devono investire, acquistare macchinari, rafforzare e allargare la struttura aziendale, formare le persone necessarie, seguire i lavori dividendosi fra più interventi che richiedono responsabili, persone esperte. Tutto questo avviene non con una programmazione adeguata, ma in un clima di continua emergenza per rispettare scadenze assurde.

Non stiamo parlando di qualche impresa fortunata che ha un’occasione straordinaria di crescita?

Non è un discorso per pochi, anzitutto, è un discorso che vale per tutta la filiera che sta lavorando con il Pnrr, immagino anche in altri settori. Avere tanto lavoro per un’impresa è un dato positivo, certo, non lo nego. Ma se si tratti di imprese fortunate lo potremo vedere, appunto, fra due o tre anni, quando la bomba d’acqua sarà finita.

Qual è la riflessione da fare?

La domanda che tutti si fanno oggi e che merita una risposta seria dal governo è: dopo la bomba d’acqua che succede? Se queste imprese potranno mantenere il livello di fatturato, di manodopera, di commesse allora ci sarà stata una crescita importante di tutto il sistema. Una crescita strutturale. Se invece torneremo fra due anni al flusso ordinario di lavori che c’era prima, le strutture che siamo stati costretti a rafforzare e allargare non si sosterranno economicamente, con rischi di sopravvivenza di imprese prestigiose e danni sociali enormi.

La grande corsa sta diventando il grande incubo. Come la vivono le imprese?

Con grande affanno e ansia del futuro, appunto. Tutta questa corsa si sta scaricando sulle prestazioni chieste a imprese e professionisti, addirittura con proposte illegali di contratti che chiedono di rinunciare alle varianti. Follie senza senso. Venti giorni o un mese per completare un progetto esecutivo le sembra un tempo congruo mentre i tempi amministrativi non si sono ridotti neanche di un giorno?

Diciamo che la progettazione è stata la prima vittima di questa corsa…

In un settore come il nostro per fare un progetto esecutivo devi prima fare rilievi, analisi, ricerche bibliografiche di dati che non sono stati ancora digitalizzati e non sono accessibili, verifiche sul campo: tutti passaggi essenziali che non possiamo saltare. C’è bisogno di un tempo di maturazione dell’intervento che non è una perdita di tempo, è la garanzia della qualità. Per lavorare su un bene pregiato devi prima conoscerlo, spogliarlo di tante stratificazioni del tempo, riportarlo alla luce, capire qual è la sua storia. Un intervento frettoloso rischia di appiattire il valore del bene culturale. E questo noi non possiamo proprio permettercelo, siamo una scuola, un faro per tutto il mondo, non possiamo fare passi falsi, le nostre imprese sono chiamate da ogni parte del mondo, Europa, Cina, Russia, Iran, Turchia. Con l’Ice portiamo in giro il sistema Italia. Qui è in gioco il nostro patrimonio culturale e il nostro prestigio.

In concreto quali sono i problemi che affrontate dentro le aziende?

Abbiamo una crescita quantitativa fuori misura cui non corrisponde una crescita qualitativa. Questo è il tema che in prospettiva ci espone a crisi serie. Anche e soprattutto in termini di manodopera su cui soffriamo un problema drammatico.

È un problema per quasi tutte le aziende in questo momento.

Per noi più che per altri. Siamo esposti alla concorrenza delle grandi strutture pubbliche, come il Demanio o Italferr, che pagano sicuramente meglio di una piccola impresa o di uno studio professionale per quanto prestigioso. Siamo stati esposti alla concorrenza del Superbonus che ci ha portato via lavoratori e professionisti, anche giovani, attratti da parcelle piene ottenute con lavori facili. Siamo esposti al fenomeno molto diffuso della fuga dei nostri migliori operai, quelli più esperti e di fiducia, che hanno deciso di costituire una loro impresa e certamente non possiamo che aiutarli in quel frangente, è gente con cui abbiamo fatto un pezzo di strada importante insieme. Ma rimpiazzarli è un problema enorme.

Capisco questo dramma, ma, ripeto, è un dramma diffuso. Dov’è la particolarità?

In questo nostro settore del restauro, della riqualificazione del costruito storico e della valorizzazione del bene vincolato la manodopera esperta è una componente decisiva, fa davvero la differenza. La mano dell’operaio esperto dà concretezza all’idea progettuale, nel suo gesto è conservata la tradizione del nostro lavoro, quella mano sente prima e più di altri strumenti o analisi in quale direzione può evolvere un progetto. A differenza di altri settori che eseguono lavori su un progetto completo, per noi il progetto è un processo aperto che evolve e si completa solo quando il lavoro sul bene comincia e ne scopriamo via via i caratteri.

Come se ne esce?

C’è bisogno urgente di un bagno di realismo e di una programmazione per il dopo-2026. Anzitutto dobbiamo sapere che anche spostando il termine di completamento dei lavori al 2027 alcuni interventi programmati dal Pnrr non saranno completati e non potranno essere contabilizzati. Cominciamo a guardare a questa situazione con senso di realtà, per evitare errori già fatti in sede di programmazione. La compressione dei tempi per alcuni lavori è stata non realistica. Dobbiamo prevedere un paracadute per questi lavori sia che saranno stralciati dal Pnrr sia che andranno avanti in ritardo. Inoltre stiamo intervenendo su una parte del patrimonio storico-artistico, ma non posiamo abbandonare la parte restante a se stessa. Queste esigenze convergono sulla necessità di una programmazione post-Pnrr, almeno fino al 2030, che dica quante risorse sono disponibili e su quali beni potremo intervenire.

Si prospetta un decreto correttivo sul codice appalti. Voi che valutazione date e dove pensate sarebbe opportuno intervenire?

Nel nostro settore la riduzione dei livelli progettuali da tre a due, eliminando il progetto definitivo, è stato un elemento di forte criticità. Il progetto definitivo era il centro del nostro lavoro perché è lì che si svolgono analisi, rilievi percorsi autorizzativi per conoscere a fondo il bene su cui si interviene. Il PFTE – che ha assorbito una larga parte delle funzioni del progetto definitivo anticipandole – non ha avuto tempo di maturare. Non stiamo verificando che funzioni, c’è da lavorare molto ancora su questo: per noi è impensabile un salto dalla fattibilità all’esecutivo, cancellando o ridimensionando quello che c’è in mezzo. Questo problema è stato coperto dalle norme transitorie e derogatorie per gli interventi Pnrr ma, se non si interviene per tempo, la questione esploderà.

Dal prossimo 1° gennaio si estende anche l’obbligo della progettazione in BIM a tutti i lavori sopra il milione di euro. Siete pronti?

Chi non è pronto è la pubblica amministrazione che non ha gli strumenti per leggere la progettazione in Bim. È bene che noi lo diciamo chiaramente, lo denunciamo, perché loro fanno fatica a dirlo e avremo tutti molte difficoltà. Il Bim ha senso soltanto se facilita un’interazione in tempo reale fra tutti i soggetti partecipanti a un progetto, committente, progettista, esecutore, fornitori. Per quanto riguarda il nostro specifico lavoro, soprattutto la progettazione, noi siamo pronti, ma io metto in guardia dalla standardizzazione di prodotti, beni e lavori che, nel campo del restauro, sono e devono restare unici. Per me progettista è molto difficile rendere in Bim proprio quel parapetto unico che voglio disegnare per quel bene unico, perché le banche dati da cui attingiamo e i software di modellazione necessari per svolgere la progettazione sono, appunto, standardizzati, guardano a un prodotto medio, non a un prodotto unico.

 

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