I nodi della rete cooperativa del Rione Sanità
Padre Loffredo apre i portoni della Chiesa azzurra con un sorriso sottile. Ci racconta l’intreccio tra la sua vita di parroco e la storia recente del Rione Sanità, tornato a vivere grazie ad un straordinario lavoro collettivo durato alcuni decenni. Ci dice che alla fine è stato tutto molto spontaneo. Il primo passo è stato proprio quella chiesa. La gente l’ha dipinta rappresentandosi con gli artisti. Le loro facce emergono in bianco dalle pareti e affiorano nei panni stesi che scendono nell’aula. Al centro la prua di una barca colorata in legno arrivata a Lampedusa, come una sorta di reliquia del dramma dell’immigrazione clandestina, è diventata l’altare per le celebrazioni. La chiesa è ovviamente un luogo dove si può tenere una messa ma è soprattutto una “Casa di comunità,” dove tutti possono organizzare qualcosa.
Padre Loffredo ha due registri di linguaggio che si alternano continuamente: quello di un ampio italiano diretto a noi e quello ermetico napoletano con i ragazzi che sono intorno a lui. Si capisce chiaramente che è uno di loro, con solo qualche anno in più. Quando iniziò era il prete di 5 parrocchie da organizzare con tante strutture vuote. Ha allora offerto spazio e domandato cosa poteva fare per loro. La prima richiesta è stata uno spazio dove giocare, laddove il Rione è densissimo e senza grandi aree aperte. Aprì la corte interna del Convento ai bambini, dipinse di colore le facciate, fece portare i canestri.
Il passo dopo è stato accoglierli nelle strutture. Ci accompagna allora nella vecchia canonica che ospita la palestra con il ring per il pugilato. Lo avevano chiesto loro, un luogo per combattere. Acconsentì ma con l’impegno che avrebbe scelto lui gli istruttori. Vennero allora le Fiamme Gialle ad insegnare lo sport, la disciplina militare come fatto educativo. Sono ancora lì con insegne e stendardi, il simbolo della legalità affianca il presidio religioso nel luogo del tempo libero.
Quei ragazzi si sono riuniti in una prima cooperativa. Il suo nome dice tutto: “La paranza.”
La paranza è un tipico piatto campano e di tutto il sud italia. É la deliziosa frittura mista di pesci di piccola taglia mescolati insieme. Così sono i ragazzi del Rione, fratelli che si mescolano e lavorano insieme. Nel gergo della Camorra la paranza identifica però anche un insieme di giovani affiliati, una squadra di piccoli delinquenti, un gruppo di fuoco che presidia un territorio. La “Paranza dei bambini” di Saviano lo racconta molto bene. Padre Loffredo occupa quello spazio simbolico rovesciandone il senso, segna un’altra idea di vita, un’altra idea di Rione. Paranza diventa allora lavoro e solidarietà nella legalità.
Da “La paranza” sono gemmate altre cooperative che aggregano i giovani e li integrano in una struttura professionale che è anche sociale, che è presenza, che è relazione. Sulle magliette dei camerieri e dei ristoratori la stessa scritta: l’orgoglioso “Made in Sanità” uno spazio di dignità e di lavoro dedicato a chi cresce nel quartiere. Il sentimento di fraternità del quartiere è diventato naturalmente disponibilità a cooperare e a lavorare insieme.
La loro gestione delle catacombe paleocristiane ha moltiplicato le presenze per cento volte da 2.500 a 250.000, ha fatto attraversare il quartiere dalle persone, ha attratto turisti, ha accolto lo scultore Jago, ha collocato nel tessuto le sue opere, ha gemmato punti di attenzione, ha attivato luoghi che incentivano la visita e la presenza da fuori.
Poco più sopra l’ultima novità. L’ingresso al Cimitero delle Fontanelle sviluppato dal Team G124, promosso da Renzo Piano con i professori Nicola Flora e Daniela Buonanno e giovani architetti di Napoli, lavora in uno dei nodi di questa trama. Il progetto ridisegna lo spazio pubblico, rimuove le macchine, arretra i cancelli fino a farli scomparire, collega città e collina. I gradoni che si alternano alle rampe nel disegno di suolo sono sedute e momenti di sosta, sono uno spalto urbano e un luogo di aggregazione. Il sagrato diviene città, gli ingressi divengono piazze. Lo spazio architettonico e quello geologico scavato dal tempo nella roccia si fondono con una disarmante naturalezza poetica.
La trama cooperativa, sociale ed economica, tessuta nel tempo da Padre Loffredo è il sistema essenziale della “città delle relazioni,” il senso e l’orizzonte di quelle azioni fisiche che possono rafforzare i nessi tra le persone, recuperare gli edifici, ricomporre le comunità.
L’architettura delle relazioni stringe i nodi di questa maglia profondamente umana.
Fonti:
- Scotto di Vettimo, La Chiesa blu, Edizioni San Gennaro, Napoli 2025
https://catacombedinapoli.it/it/about/
https://renzopianog124.com/storie/fontanelle/
D. Costi, Architettura delle relazioni, LetteraVentidue, Siracusa 2023

Architetto, Professore, Progettista
Dario Costi, architetto Phd è professore ordinario in progettazione architettonica e urbana presso l’Università di Parma. Direttore della Serie The City Project per Springer Berlin e di altre collane editoriali, scrive per la Scuola Nazionale di Amministrazione le Linee guida per la Rigenerazione Urbana in Italia, è consulente del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici per il Piano Casa Italia e Direttore del Laboratorio Smart City 4.0 Sustainable LAB promosso dalla Regione Emilia Romagna. Si occupa dell’integrazione possibile tra progetto urbano, rinaturazione delle città e innovazione tecnologica attraverso l’architettura sia in ambito di ricerca applicata che sul piano professionale grazie allo Studio MC2AA con cui lavora prevalentemente sui temi della rigenerazione, dell’edificio e dello spazio pubblico, del social housing, della transizione degli insediamenti industriali verso il modello degli Smart Eco-District. d.costi@mc2aa.it